LE IMPRESE NELLO SPORT AL FEMMINILE DALLA “MAMMINA VOLANTE” A CHARLOTTE COOPER E SARA SIMEONI

 

di  LUCIANO ANGELINI  E FRANCO ASTENGO

Scriviamo nei giorni in cui due savonesi (anzi una spotornese e una savonese), Linda Cerruti e Costanza Ferro, protagoniste nei mondiali di Budapest, hanno portato il nuoto sincronizzato (che i soloni della Fina, presieduti dal riconfermato matusalemme urugayano Julio Maglione, 81 anni, hanno sancito di ribattezzare “nuoto artistico”) vicino ai vertici mondiali, in una posizione mai raggiunta in precedenza.

Savona vanta una lunga tradizione nel campo con partecipazioni olimpiche (Serena Bianchi nel ’96 ad Atlanta e nel 2000 a Sidney con Alice Dominici) e un’allenatrice e c.t. come Patrizia Giallombardo sicuramente la n.1 della specialità anche a livello internazionale. Un titolo di grande merito per la loro società di appartenenza, Rari Nantes Savona, considerata a tutti i livelli l’università del sincro, restando alla denominazione cancellata tra non poche polemiche della base proprio nel corso dei Mondiali.

Raccontare questo fatto per il nostro blog, normalmente aduso alle memorie calcistiche (quindi prettamente al maschile, anche se capiterà di scrivere un poco di storia del calcio femminile nella nostra Città) ci ha riportato alla mente il difficile cammino compiuto dalle donne per imporsi all’attenzione di tutti nelle competizioni sportive, superando remore e pregiudizi.

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Linda Cerruti e Costanza Ferro, le due sincronette azzurre protagoniste del Mondiale 2017

Abbiamo pensato allora di ricostruire la partecipazione delle donne alle Olimpiadi e di celebrare alcune delle più grandi campionesse nella storia.

Considerato che gli antichi giochi olimpici greci erano riservati soltanto agli uomini la prima partecipazione femminile ai Giochi deve essere fatta risalire alla seconda edizione dei giochi moderni svoltasi a Parigi tra il 14 maggio e il 28 ottobre 1900, in concomitanza con l’Esposizione Universale e un calendario sparpagliato qua e la nelle pieghe consentite – appunto – dall’organizzazione della grande kermesse.

Scesero in gara 1470 tra atleti e atlete: 1.448 uomini e 22 donne. Non si è certi del numero degli italiani ma è sicuro che fra loro non vi fosse alcuna rappresentante del “gentil sesso”. Tre donne francesi, Marie Ohnier, Filleaul Brohy e una certa madamoiselle Despres parteciparono alle gare di Croquet che si disputavamo in competizioni miste.

Si organizzò anche un concorso misto di equitazione al quale partecipò sicuramente una concorrente francese, Elvira Guerra, mentre non è certa la partecipazione di un’altra non precisata madamoiselle  che avrebbe dovuto chiamarsi Moulin. Il concorso fu vinto da un cavaliere dal nome e cognome altisonante, tal principe Luis Napoleon Murat che montava un cavallo il cui nome era tutto un programma “The General”.

La prima medaglia d’oro al femminile fu sicuramente conquistata nel torneo di tennis riservato alle signore dall’inglese Charlotte Cooper, già vincitrice a Wimblendon nel 1895, 1896, 1898, 1901 che si sarebbe ripetuta nel 1908 a 37 anni.

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Charlotte Cooper, prima donna a vincere l’oro alle olimpiadi

La Cooper superò in finale la francese Heléne Prevost. L’inglese si affermò anche nel doppio misto, assieme al connazionale Reginald Doherty, superando in finale un doppio franco-irlandese composto dalla già citata Helène Prevost e da Harold Mahony.

Ma nella storia del tennis mondiale c’è un’altra stella di primissima grandezza. E’ quella di Suzanne Lenglen (Compiégne 24 maggio 1899 – Parigi 4 luglio 1938), autentica predestinata se si pensa che quando aveva 10 anni, sulla promendade des Anglais, a Nizza, i turisti si prenotavano per vederla allenarsi. Suo padre, Charles, la obbligava a giocare “come un uomo”. Fu la prima a smesciare portando la racchetta al di sopra della testa. Per abituarla alla precisione dei colpi, il padre le imponeva di centrare piccoli fazzoletti seminati al di là della rete. Soprannominata “la Divina”, fu straordinaria campionessa: dal 1919 al 1926 perse un solo incontro; nel 1914, a Parigi, e aveva solo 15 anni, era già campionessa mondiale sulla terra battuta; a 20 aveva vinto il primo dei 6 titoli di singolare a Wimbledon, più altri 6 nel doppio e 3 nel doppio misto. Leggera come una gazzella, era l’unica che scendeva a rete, che tirava tutti i colpi possibili e immaginabili. Collocata nel suo tempo, era insuperabile. Con tutto il rispetto per le “regine” del tennis moderno, da Steffi Graf a Martina Navratilova, da Margaret Smith Court a Serena Williams, da Chris Evert a Billie Jean King, chissà se oggi dominerebbe ancora. Una vita intensa ma breve la sua. E’ morta di leucemia il 4 luglio1938, a Parigi, dove aveva aperto una scuola di tennis per i giovani.

La prima partecipazione italiana al femminile ai Giochi Olimpici si verificò nel 1920 ad Anversa. L’Italia partecipò con 172 atleti (era presente anche il savonese Rinaldo Roggero componente della squadra di calcio): 171 uomini e una donna Rosetta Gagliardi che partecipò al torneo di tennis.

La Gagliardi nata a Milano il 18 febbraio 1895, figlia di un medico, praticava anche pattinaggio e scherma. Esordì il 18 agosto superando la svedese Maggie Lindbergh che dopo aver perso il primo set 6-0 si ritirò fu eliminata al secondo turno dalla britannica Mc Kane, che poi avrebbe conquistato la medaglia di bronzo, con il punteggio di 1-6, 6-1, 6-2.

La Gagliardi partecipò anche al doppio misto in coppia con il conte Mino Balbi di Robecco, ma i due italiani furono eliminati al primo turno.

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Rosetta Gagliardi (in primo piano) esordì nelle olimpiadi di Anversa nel 1920

La prima medaglia olimpica per il movimento sportivo femminile arrivò ad Amsterdam 1928 con la squadra del concorso completo a squadre. Medaglia d’oro per l’Olanda, Argento per l’Italia, Bronzo per la Gran Bretagna.

L’Italia era rappresentata dalla squadra delle “Piccole Italiane” di Pavia guidate dal professor Gino Grevi. Età compresa tra gli 11 e i 17 anni per questa formazione: Bianca Ambrosetti, Lavinia Gianoni, Luigina Giaviotti, Clara Marangoni, Luigina Perversi, Diana Pizzavini, Anna Tanzini, Carolina Tronconi, Ines Vercesi, Rita Vittadini.

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Le “piccole italiane” di Pavia schierate allo stadio di Amsterdam

La prima medaglia d’oro al femminile per l’Italia arriva alle Olimpiadi di Berlino 1936. Tocca a Trebisonda Valla detta Ondina, che in Italia gareggia per la Venchi Unica Torino (la fabbrica del cioccolato Talmone) che si impone negli ottanta ostacoli superando la tedesca Stuer e la canadese Taylor , la quale distanzia l’altra azzurra Claudia Testoni di 7 millesimi di secondo relegandola ai piedi del podio.

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Berlino 1936: la finale degli 80 hs femminili

Un successo che fece epoca decretando la definitiva affermazione internazionale del movimento sportivo femminile italiano.

Ricostruita quindi questa prima parte storica, riserviamo una seconda parte alle grandi imprese sportive al femminile scegliendone accuratamente pochissime attraverso la figura delle protagoniste.

1)    Francina Elsje Blankers-Koen, detta Fanny (Baarn, 26 aprile 1918 – Hoofddorp, 25 gennaio 2004), è stata una velocista, ostacolista,altista e lunghista olandese, vincitrice di quattro medaglie d’oro olimpiche ai Giochi di Londra 1948.

Specializzata in particolare nella velocità e negli ostacoli alti, discipline in cui ottenne i suoi maggiori successi, fu capace di mettersi in luce anche in molte altre discipline, come salto in alto, salto in lungo, getto del peso e prove multiple. Venne soprannominata “la mammina volante”, perché all’epoca era una trentenne sposata e madre di due bambini, fatto inaudito per quei tempi, in cui l’attività sportiva femminile era ancora molto osteggiata.

Il primo grande evento internazionale dopo la guerra furono i Campionati Europei del 1946, ad Oslo, in Norvegia. Alcuni mesi prima Fanny Blankers-Koen aveva dato alla luce Fanny Junior, ma poco dopo aveva ripreso nuovamente gli allenamenti. I campionati furono una mezza delusione. Nella semifinale dei 100 m, che si svolse durante la finale del salto in alto, cadde e non si qualificò per la finale. Con qualche escoriazione per la caduta, finì quarta nel salto in alto. Il secondo giorno andò meglio, con le vittorie sugli 80 m ostacoli e nella staffetta 4X00 m.

Come migliore atleta olandese (nel 1947 vinse 6 titoli nazionali), Fanny Blankers-Koen si assicurò un posto nella nazionale per le prime Olimpiadi post-belliche di Londra. Dopo l’esperienza di Oslo, decise di non gareggiare in tutti gli eventi, e di limitarsi a quattro gare: 100 m, 200 m, 80 m ostacoli e 4X100 m. Diede prova della sua forma due mesi prima dei Giochi stabilendo il nuovo record mondiale sugli 80 m ostacoli. Nonostante ciò, alcuni giornalisti misero in dubbio la sua condizione fisica, sostenendo che a trent’anni una donna era troppo vecchia per essere un’atleta.

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Fanny Blankers-Koen nel 1951

La sua prima gara furono i 100 m. Si qualificò agevolmente per la semifinale, dove fece il miglior tempo. La finale si corse il 2 agosto sotto la pioggia su una pista fangosa. Fanny Blankers-Koen arrivò prima al traguardo in 11″9, battendo facilmente le avversarie Dorothy Manley (seconda) e Shirley Strickland (terza).

Fanny Blankers-Koen divenne così la prima atleta olandese a vincere un titolo olimpico in atletica, ma era preoccupata per la gara successiva, gli 80 m ostacoli. La sua principale concorrente era Maureen Gardner, che aveva eguagliato il suo primato mondiale prima dei Giochi, e che avrebbe gareggiato davanti al pubblico di casa. Entrambe si qualificarono per la finale. Fanny Blankers-Koen partì male (successivamente disse che aveva pensato ci fosse stata una falsa partenza). Recuperò velocemente, ma non riuscì a staccare la Gardner, che le rimase attaccata fino al traguardo, dove arrivarono quasi simultaneamente. Poco dopo venne suonato l’inno nazionale britannico, ed il pubblico dello Stadio di Wembley esultò. La Blankers-Koen pensò di essere stata battuta. Invece l’inno era per omaggiare la famiglia reale che stava entrando nello stadio. Dal fotofinish risultò chiaramente che Fanny Blankers-Koen aveva vinto, anche se entrambe vennero accreditate dello stesso tempo (11″2).

Il giorno dopo la Blankers-Koen rischiò di non presentarsi alle semifinali dei 200 m. Aveva nostalgia di casa. Dopo aver parlato a lungo col marito, decise di correre lo stesso, e si qualificò per la finale con grande facilità. La finale si corse il 6 agosto, di nuovo sotto la pioggia. Erano i primi 200 m femminili nella storia delle Olimpiadi. Fanny Blankers-Koen vinse in 24″4, con 7 decimi di secondo di vantaggio sulla seconda Audrey Williamson (che è tuttora il più ampio margine di vittoria di una finale olimpica dei 200 m). Il bronzo andò a Audrey Patterson, la prima donna afro-americana a vincere una medaglia olimpica, anche se dopo molti anni si scoprì una foto dell’arrivo da cui risulta che in realtà Shirley Strickland era arrivata terza.

La finale della 4X100 m era in programma nell’ultimo giorno di gare. La staffetta olandese, composta da Xenia Stad-de Jong,Nettie Witziers-Timmer, Gerda van der Kade-Koudijs e Fanny Blankers-Koen si qualificò per la finale, ma poco prima della partenza la Blankers-Koen non si trovava. Era uscita per comprare un impermeabile, e arrivò appena in tempo per la gara. Come ultima staffettista, ricevette il testimone in terza posizione, circa cinque metri dietro Australia e Canada. Dopo un cambio lento e scrupoloso, raggiunse il duo di testa e tagliò il traguardo con un decimo di secondo di vantaggio sull’australiana.

Fanny Blankers-Koen fu la prima donna a vincere quattro ori olimpici, e per di più in una sola edizione. Fino alle Olimpiadi 2000 comprese, solo altri tre atleti sono riusciti a vincere quattro ori nella stessa Olimpiade: Alvin Kraenzlein (1900), Jesse Owens (1936 a Berlino con l’umiliazione degli ariani di Hitler) e Carl Lewis (1984). Ribattezzata “La mammina volante” e “Amazing Fanny” dalla stampa internazionale, al suo rientro ad Amsterdam fu accolta da una folla immensa. Sfilò per tutta la città a bordo di una carrozza, ricevette lodi e regali. I suoi vicini le regalarono una bicicletta, “per prendere la vita più lentamente”.

2)    Nadia Elena Comăneci ( Onești, Romania,  12 novembre 1961) è un’ex ginnasta rumena vincitrice di cinque medaglie d’oro ai Giochi Olimpici, dove è stata la prima atleta a conseguire il punteggio di 10 nella sua specialità: le parallele asimmetriche.

Considerata una delle più grandi atlete del XX secolo e delle Olimpiadi, nonché la più grande ginnasta, è stata la prima ginnasta ad aver ottenuto il massimo punteggio, 10, in una competizione olimpica. Nadia Comăneci è l’unica atleta ad aver ricevuto l’Ordine Olimpico per ben due volte (1984, 2004), nonché l’atleta più giovane a essere stata insignita di questa onorificenza. A soli 14 anni divenne la stella delle Olimpiadi di Montréal 1976. Il 18 luglio diventò la prima ginnasta ai Giochi olimpici a ricevere il massimo punteggio ottenibile alle parallele asimmetriche. La votazione, dopo una prestazione stupefacente, fu ritardata poiché i computer erano programmati per registrare votazioni fino al 9,99 mentre il “10” non era assolutamente previsto, data la difficoltà molto elevata nel riceverlo.

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La plasticità di Nadia Comaneci impegnata alla trave

Al posto del 10 fu inserito nel computer il voto 1,00 che in realtà fu moltiplicato per dieci volte. Nel corso dell’evento olimpico ottenne il punteggio perfetto altre 6 volte, vincendo tre medaglie d’oro (concorso generale individuale, trave e parallele asimmetriche), una d’argento (concorso generale a squadre) e una di bronzo (corpo libero).

La Comaneci fu la prima atleta rumena a vincere il concorso generale individuale alle olimpiadi e ottenne l’ulteriore record di più giovane atleta di sempre a vincere un titolo olimpico. Con la revisione dei regolamenti, l’età minima per la partecipazione alle competizioni di ginnastica fu alzata a 16 anni: la Comaneci aveva 14 anni, 8 mesi e sei giorni il primo giorno di gare a Montréal, questo rende di fatto improbabile per il futuro battere il record di precocità per il titolo olimpico nella ginnastica.

3)    La storia della ginnastica femminile a livello mondiale non risulterebbe però completa senza collocare in graduatoria Věra Čáslavská (Praga 3 maggio 1942  – Praga, 30 agosto 2016), la più decorata ginnasta ceca della storia con sette ori e quattro argenti olimpici, che la rendono la quattordicesima atleta più medagliata ai Giochi olimpici e la ginnasta con più vittorie a livello individuale, a cui si aggiungono quattro ori, cinque argenti e un bronzo ai Campionati del mondo, e undici ori, un argento e un bronzo ai Campionati europei. La Caslavaska fu, inoltre, la quarta e la quinta campionessa olimpica nel concorso individuale. E’ anche l’unica ginnasta, a livello sia maschile sia femminile, ad aver conquistato l’oro olimpico in ogni specialità individuale (concorso individuale, trave, volteggio, corpo libero, parallele asimmetriche). Tra il 1964 e il 1968 è stata imbattuta nel concorso individuale ad ogni manifestazione internazionale.

E’ stata una delle icone sportive degli anni Sessanta, tanto da essere nominata atleta mondiale dell’anno nel 1968, diventando anche per il suo fascino e il sorriso ammaliante una delle donne più popolari del pianeta in quel periodo insieme a Jacqueline Kennedy. Non aveva nulla da spartire con le ginnaste bambine che, a cominciare dalle cinesi, hanno dominato e dominano la scena nelle manifestazioni internazionali, e non solo. Era bella, espressiva, una giovane donna con un fisico maturo, da concorso di bellezza, l’opposto degli standard degli scriccioli di neppure 40 chili che vincono medaglie olimpiche e mondiali. Nel corpo libero ibero, come alla trave o alle parallele asimmetriche era leggera e potente, tecnicamente e stilisticamente perfetta. Tanto brava da essere ammessa nella Hall of Fame dei ginnasti e da essere anche considerata come la seconda atleta ceca del secolo, dopo Emil Zátopek.

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Stile e bellezza: Vera Čáslavská alla trave

Oltre ai suoi successi sportivi, la Čáslavská è conosciuta per il suo dichiarato appoggio al movimento democratico cecoslovacco contro l’occupazione sovietica del 1968. Ai Giochi della XIX Olimpiade di Città del Messico manifesta la sua opinione distogliendo lo sguardo durante l’inno sovietico suonato nel corso delle premiazioni dei concorsi della trave e del corpo libero, rendendola una persona non grata al nuovo regime, forzandola al ritiro e impedendole per molti anni di volare, lavorare o presenziare ad eventi sportivi. La situazione migliorò nel 1980 in seguito all’intervento del Cio (Comitato Olimpico Internazionale). Dopo la caduta della Cortina di ferro cominciò a ricevere i riconoscimenti negati, tra cui un periodo di presidenza del Comitato olimpico ceco.

È scomparsa nel 2016 all’età di 74 anni a seguito di un tumore al pancreas.

4)    Dawn Lorraine Fraser (Balmain, 4 settembre 1937), nuotatrice australiana, dominatrice nello stile libero, ha vinto numerose medaglie, di cui 4 d’oro ai Giochi olimpici. Ha vinto per tre edizioni consecutive la gara dei 100 sl, a partire da Melbourne 1956.

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Dawn Fraser (a destra) con l’americana Chris von Saltza ai giochi olimpici di Roma

La Fraser vanta un palmarès eccezionale. E merita di essere ricordata almeno una parte delle vittorie più importanti della sua formidabile carriera.

Olimpiadi – Melbourne 1956: oro nei 100 sl e nella staffetta 4×100 sl, argento nei 400 sl. Roma 1960: oro nei 100 sl, argento nelle staffette 4×100 sl e 4×100 m misti. Tokyo 1964: oro nei 100 sl e argento nella staffetta 4×100 sl.

Giochi dell’Impero e del Commonwealth Britannico: 1958 – Cardiff: oro nelle 110 yd sl e nella staffetta 4×110 yd sl.; 1962 – Perth: oro nelle 110 yd e 440 yd sl e nelle staffetta 4×110 yd sl e 4×110 yd misti. È diventata una dei <membri dell’International Swimming Hall of Fame ed è stata Australiana dell’anno nel 1964.

È stata primatista mondiale dei 100 (prima donna a scendere sotto il minuto) e 200 m sl e della staffetta 4×100 stile libero.

5)    Wilma Glodean Rudolph (Clarksville, 23 giugno 1940 – Brentwood, 123 novembre 1994),vincitrice di 3 medaglie d’oro olimpiche a Roma 1960, può essere considerata una “regina” dello sprint.

La sua storia commosse il mondo perché da bambina era stata colpita da poliomielite. Wilma era la ventesima di ventidue figli di una povera famiglia nera del Tennesee. Era ancora piccola quando fu colpita da poliomielite, e rischiò di rimanere zoppa alla gamba sinistra. Per anni fu costretta a portare un apparecchio correttivo, e ad andare due volte alla settimana all’ospedale per fare le terapie, nonostante l’ospedale riservato ai neri si trovasse ad ottanta chilometri dal paese in cui abitava.

Nella sua autobiografia, Wilma Rudolph ebbe a dire di quegli anni:

«Penso di aver cominciato proprio allora a formarmi uno spirito competitivo… uno spirito che mi avrebbe poi fatto vincere nello sport».

Tanta dedizione fu ripagata, e a dodici anni poteva di nuovo camminare normalmente. Poté finalmente dedicarsi allo sport. Iniziò a giocare a pallacanestro a scuola, ma fu notata dall’allenatore di atletica leggera, che l’avviò alla velocità.

In poco tempo la Rudolph divenne una velocista di livello mondiale, al punto di guadagnarsi il soprannome di gazzella nera. Nel 1956, ad appena sedici anni, partecipò alle Olimpiadi con la staffetta della 4X100, vincendo la medaglia di bronzo. Era solo il primo atto di una carriera straordinaria.

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Wilma Rudolph vince l’oro dei 100 m a Roma 1960

Quattro anni dopo, nel 1960 a Roma, Wilma fu tra i grandi protagonisti dell’Olimpiade, vincendo tre medaglie d’oro. Nei 100 metri, dopo aver eguagliato il record mondiale correndo la semifinale in 11″3, vinse nettamente la finale in 11 secondi netti, tempo non riconosciuto come nuovo record mondiale per via dell’eccessivo vento favorevole. Tre giorni dopo bissò il successo vincendo i 200 metri in 24″netti, dopo aver eguagliato il record olimpico correndo in 23″2 nelle batterie eliminatorie. Conquistò infine il terzo oro nella staffetta 4X100, gara conclusa col nuovo record mondiale in 44″5.

I giornali diedero grande risalto ai risultati della giovane atleta statunitense, sottolineando anche la sua vittoria contro la malattia che da bambina aveva minacciato di renderla invalida per tutta la vita. La stampa italiana, e non solo, ricamò anche su una sua possibile storia d’amore con il velocista italiano Livio Berruti, vincitore dei 200 maschili nella stessa edizione dei Giochi. L’Associated Press la nominò Atleta donna dell’anno nel 1960 e nel 1961, anno in cui migliorò il record mondiale dei 100 m correndo in 11″2.

6)    Sara Simeoni (Rivoli Veronese, 19 aprile 1953), campionessa olimpica e medaglia d’oro alle XXII Olimpiadi di Mosca nel 1980, è stata primatista del mondo con la misura di 2,01 metri stabilita due volte nel 1978, anno in cui vinse il campionato europeo. Ha vinto inoltre due medaglie d’oro alle Universiadi, altrettante ai Giochi del Mediterraneo e quattro titoli di campionessa europea indoor. Quattordici volte campionessa italiana, 72 presenze in maglia azzurra, ha detenuto il primato italiano per 36 anni dal 12 agosto 1971 all’8 giugno 2007, quando fu superato da Antonietta Di Martino. Nel 2014 viene eletta “Atleta del Centenario” insieme ad Alberto Tomba, autentico mito dello sci, in occasione dei 100 anni del Coni.

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Sara Simeoni per 36 annidetentrice del record italiano di salto in alto

Nelle manifestazioni più importanti, sia indoor sia all’aperto, ha avuto una progressione di risultati che l’hanno portata a valicare il fatidico muro dei 2 metri in una lotta agonistica spesso contrapposta alle rivali tedesche Rosemarie Ackermann e Ulrike Meyfarth, due campionesse che, come la nostra Sara, hanno segnato la storia dell’atletica femminile.

Per gli appassionati di atletica però il nome di Sara Simeoni non può essere disgiunto, nel ricordo, da quello della romena Iolanda Balas, prima donna superare in alto 1,80 quando quella misura poteva essere considerata insuperabile tanto più che le ragazze usavano ancora lo stile a “forbice”. La Balas fu la prima donna a saltare con l’Horine, un vero miracolo per l’epoca. Tra il 1956 e il 1967 la Balas portò il record del mondo da 1,71 a 1,91.

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Iolanda Balas, prima donna a superare 1,80 nel salto in alto

Così come la citazione per le due più grandi altiste di tutti i tempi non può essere disgiunto dalla citazione della sovietica Vilma Bardauskienė che nel 1978 portò oltre i 7 metri (7,07) il record del salto in lungo ancora fermo a 6,99 e della magnifica Elena Isinbaieva capace di portare il record del mondo del salto con l’asta oltre i 5 metri nel 2005.

 

 

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