QUANTI BIG NELLE GIOVANILI AZZURRE DA PAROLA A CANNAVARO DA ALBERTOSI A PANUCCI E TOTTI

 

di FRANCO ASTENGO

La storia delle nazionale giovanili azzurre inizia fin dagli anni ’40. Un avvio lento, difficile, quasi in sordina, per poi diventare un appuntamento atteso e una ribalta importante per la meglio gioventù del calcio nostrano. E sono davvero tanti, come si vedrà, i nostri futuri campioni ad aver giocato nelle giovanili azzurre a cominciare da Carletto Parola, il difensore juventino che ha dato il nome ad una rovesciata, a Francesco Totti, che ha chiuso la sua luminosa carriera, tutta con la maglia giallorossa della Roma, proprio quest’anno.

Quale momento migliore per ripercorrere il cammino degli azzurrini se non in occasione del campionato europeo Under 21 organizzato dall’Uefa in coda della stagione 2016-2017. Ormai il calcio giovanile si è evoluto, si disputano competizioni internazionali per diverse categorie (Under 21, Under 20, Under 19, Under 17) quasi tutti i giocatori escono da Academy specializzate e, in particolare, dai grandi club e sono professionisti a tutti gli effetti con annessi e connessi.

Un’evoluzione e un salto di qualità impressionanti nel corso degli anni, dopo inizi molto difficili per ragioni di carattere economico, di trasporti, di possibilità di soggiorno all’estero. Difatti prima ancora delle diverse categorie di nazionali giovanili si affermarono i tornei internazionali per squadre di club che costituirono per molto tempo il vero e proprio banco di prova per le leve giovanili, pensiamo al Torneo di Viareggio e a quello di Sanremo avviatisi nell’immediato dopoguerra.

Un tentativo di organizzare una squadra nazionale giovanile era però già stato compiuto, nel pieno della seconda guerra mondiale, da Vittorio Pozzo, che aveva infatti organizzato due partite per una squadra under 21 (costretta ad indossare la maglia nera, in luogo di quella azzurra) tra il 1942 e il 1943.

Il 6 Aprile 1942, allo stadio Comunale di Torino, l’Italia “giovani” aveva infatti affrontato i pari età ungheresi superandoli per 3-0 con reti di Cappello (doppietta) e di Edmondo Fabbri, futuro “topolino” C.T. della Nazionale nell’infausta spedizione inglese del 1966, quella della sconfitta contro la Corea.

Questa la formazione schierata da Pozzo nell’occasione dell’esordio assoluto della nazionale giovanile: Franzosi, Ballarin, Piacentini, Parola, Todeschini, Martelli, Fabbri, Puccinelli, Ispiro, Cappello, Baldini.

Tutti atleti che nel dopoguerra avrebbero militato in serie A con due futuri caduti di Superga come Ballarin e Martelli oltre ad un atleta di sicura classe internazionale come Carlo Parola.

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Ecco Carlo Parola nella sua celebre rovesciata

Quasi un anno dopo la nazionale giovanile scese di nuovo in campo in quel di Padova: era il 6 Gennaio 1943 e il risultato fu un deludente 0-0 avversaria la Croazia.

La formazione italiana era stata , nel frattempo, parecchio modificata: Costagliola, Ballarin, Andreoli, Giammarco, Parola, Martelli, Gimona, Fattori, Cergoli, Gei, Castigliano (anche quest’ultimo, puro prodotto della scuola vercellese, incontrerà la tragica fine del Grande Torino a Superga il 4 Maggio 1949).

Passata la bufera della guerra mondiale si dovette attendere qualche anno per poter parlare di nuovo di nazionale giovanile.

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La Nazionale giovanile alla ripresa nel dopoguerra.

Nel finale della stagione 1950-51 fu organizzata, infatti, una Coppa del Mediterraneo tra le squadre giovanili di Grecia, Turchia, Egitto ed Italia da disputarsi con la formula della Coppa Internazionale con gare di andata e ritorno spalmate su più stagioni sportive. Gli azzurrini  azzurrini esordirono l’8 Aprile 1951 a Palermo. Un trionfo: 3-0 secco inflitto alla Grecia. A segno: Galli, Armano e Ghiandi.

Formazione dell’Italia: Buffon, Grava, Sentimenti V, Castelli, Pedroni, Venturi, Armano, Turconi, Ghiandi, Galli, Vitali.

Tra questi troveremo Buffon, Venturi, e Carletto Galli in nazionale “A”; Gino Armano sarà la prima ala tornante del calcio italiano; il centromediano Pedroni da giocatore-allenatore dell’Alessandria sarà colui che, nella stagione 1958 -59, lancerà Rivera in Serie A; Ghiandi, dopo una lunga carriera ai massimi livelli, sarà protagonista con l’Alassio nella stagione 1961-62 che registrerà la promozione delle “vespe” in Serie D.

Intanto dal 1948 si disputava, con formule alterne (gironi senza classifica finale) il torneo europeo juniores. Nel 1957 l’organizzazione del torneo fu assunta direttamente dall’Uefa e si ebbe uno svolgimento regolare con gironi eliminatori e finali. L’Italia si aggiudicò così il torneo nell’edizione 1958 disputata in Lussemburgo.

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La “rosa” dei giocatori e dei tecnici presenti nella vittoriosa spedizione in Lussemburgo 1958

Una vittoria storica: nel girone eliminatorio gli azzurri, diretti dal dirigente Baccani della Roma e allenati da Galluzzi ex-trainer di Fiorentina e Sampdoria, superarono per 2-0 l’Austria, 3-2 la Cecoslovacchia, 1-0 il Belgio lasciando per strada un solo punto (1-1 con la Germania). Approdati in semifinale superarono seccamente la Francia 3-0 (doppietta di Volpi e Oltramari). Finalissima avversaria l’Inghilterra e grande vittoria per 1-0 con goal nuovamente segnato dallo spallino Oltramari.

Formazione dell’Italia: Albertosi, Tomasin, Trebbi, Bolchi, Salvadore, Galeone, Oltramari, Guglielmoni, Volpi, Corso, Brenna.

Formazione stellare: il portiere Ricky Albertosi sarà il miglior portiere italiano del dopoguerra, in nazionale “A” con lui giocheranno anche il “libero” Sandro Salvadore, il mediano “Maciste” Bolchi, e il “piede sinistro di Dio” Mariolino Corso, grande protagonista con l’Inter di Herrera vincitrice di scudetti, Coppe dei Campioni, Coppe Intercontinentali.

Da ricordare ancora in quella squadra la presenza di Galeone, da allenatore uno dei primi “zonisti” italiani e maestro, nel Pescara, di Allegri, e di Brenna, ala della Spal, che da allenatore nella stagione 1974-75 guiderà (vincendo il campionato) la Sanremese, nelle cui fila militava l’attuale c.t.  della Nazionale Giampiero Ventura.

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Gli azzurrini secondi classificati nella stagione 1959 al torneo disputato a Sofia

Nel 1964 si avviarono i prodromi dell’attuale campionato Uefa under 21, di cui l’Italia detiene il primato di vittorie: ben 5.

Eccole ricordate di seguito

1992: CT Cesare Maldini

Portieri. Antonioli e Peruzzi; difensori; Bonomi, Favalli, Malusci, Matrecano, Rossini, Taccola, Verga, Villa; centrocampisti: Albertini, Dino Baggio, Corini, Marcolin, Orlando, Sordo; attaccanti: Bertarelli, Buso, Melli, Muzzi.

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La squadra campione del 1992

1994: CT Cesare Maldini

Portieri: Toldo e Visi; difensori: Cannavaro, Colonnese, Delli Carri, Galante, Negro, Panucci; centrocampisti: Tresoldi, Berretta, Bigica, Cherubini, Marcolin, Rossitto, Scarchilli, Carbone; attaccanti: Inzaghi, Muzzi, Orlandini, Vieri.

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L’Under 21 azzurra del 1993

1995: CT Cesare Maldini

Portieri: Pagotto, Buffon; difensori: Panucci, Pistone, Cannavaro, Galante, Fresi, Sartor, Nesta, Amoruso; centrocampisti: Brambilla, Pecchia, Ametrano, Tommasi, Tacchinardi; attaccanti: Delvecchio, Morfeo, Totti.

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Cesare Maldini, CT 3 volte vittorioso con l’Under 21. Qui, invece, è ritratto da giocatore innalzare la Coppa dei Campioni 1963 appena vinta a Wembley superando il Benfica (2-1). Al suo fianco il “Paron” Nereo Rocco, triestino come Maldini

2000: CT Marco Tardelli

Portieri: De Sanctis, Abbiati; difensori: Grandoni, Mezzano, Zanchi, Ferrari, Coco, Rivalta, Cirillo; centrocampisti: Gattuso, Baronio, Pirlo, Perrotta, Vannucchi, Zanetti, Firmani; attaccanti: Rossi, Comandini, Spinesi.

2004: CT Claudio Gentile

Portieri: Amelia, Agliardi, Zotti; difensori: Zaccardo, Moretti, Gamberini, Bonera, Barzagli, Bovo; centrocampisti: De Rossi, Pinzi, Palombo, Brighi, Donadel, Potenza, Mesto, Rosina, Del Nero; attaccanti: Gilardino, Sculli, Caracciolo, D’Agostino.

 

1943-44: IL CAMPIONATO DI GUERRA CHE NON SI GIOCO’ MA FU VINTO DAI VIGILI DEL FUOCO

 

di FRANCO ASTENGO

Tra gli appassionati di storia del calcio italiano è abbastanza nota la storia del campionato di guerra 1943- 44 giocato nell’Italia Centro – Nord su diversi gironi e alla fine vinto dal  Vigili del Fuoco di La Spezia (gli aquilotti “mascherati” per ragioni belliche) sul Grande Torino (edizione ridotta in verità, anche se con i granata si schierò Silvio Piola) in una finale a tre, comprendente anche il Venezia, giocata in estate all’Arena di Milano.

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Il Venezia 1943 – 44

Meno nota invece è la vicenda attraverso la quale si giunse alla scelta di disputare quel torneo, mentre la Federazione aveva preparato nel corso della lunga estate del ’43 ( non la “Lunga Notte” del magnifico film di Florestano Vancini) uno scenario molto diverso.

In mezzo però si verificarono alcuni degli eventi più importanti della storia d’Italia: il 25 Luglio la caduta di Mussolini, l’8 Settembre l’armistizio di Cassibile con relativa fuga del Re e della Corte a Brindisi e l’Italia divisa in due: fino a Roma in mano ai nazisti, al sud invasa dalle truppe alleate.

Uno scenario di tregenda che si sarebbe protratto fino al 25 Aprile 1945, quando i partigiani liberarono le grandi città del Nord mettendo in fuga le truppe naziste. Ciò nonostante la “voglia” di calcio resistette a tutte le tragedie e si continuò a giocare , non solo in Italia ma in tutta Europa, in situazioni che davvero, a distanza di tanti anni, hanno dell’incredibile.

La stagione calcistica 1942 – 43 era terminata proprio nello stesso giorno della seduta del Gran Consiglio: il 25 Luglio, con la disputa della partita Treviso-Casale finale di ritorno del torneo “Aldo Fiorini” (così si denominava all’epoca la Coppa Italia di Serie C vinta dai biancoazzurri veneti).

In verità la stagione era finita male nel senso che il finale dei vari campionati era stato tormentato da un gran numero di “casi” di corruzione, al punto che Parma e Biellese furono escluse dai campionati di competenza e furono inflitte pesanti squalifiche ad allenatori e giocatori di Ambrosiana-Inter, Bari, Bologna, Juventus, Roma, Triestina, Venezia, Savona, Mantova, Schio e Lecco. Questo tipo di situazione indusse la Federazione a rivedere la struttura dei campionati: nel frattempo gli anglo-americani erano sbarcati in Sicilia e le vie di comunicazione stradali e ferroviarie erano state colpite, e in gran parte rese inagibili dai bombardamenti.

Dopo il 25 Luglio la Figc fu commissariata così come il Coni, il cui reggente conte Alberto Bonacossa (l’editore della Gezzetta dello Sport) provvide ad epurare il presidente federale del calcio marchese Luigi Ridolfi (presidente della Fiorentina) sostituito con l’avvocato Giovanni Mauro, uno dei pionieri del calcio italiano, grande arbitro internazionale negli anni ’20 e ’30: figura non compromessa con il fascismo.

Considerata l’impossibilità di disputare il normale campionato di Serie A fu deciso di svolgere un campionato misto Serie A  e B composto da 36 squadre suddivise in tre gironi.

PRIMO GIRONE: Ambrosiana – Inter, Bologna, Cremonese, Fanfulla, Modena, Padova, Parma, Pro Gorizia, Udinese, Triestina, Venezia e Vicenza.

SECONDO GIRONE: Alessandria, Atalanta, Brescia, Genoa (anzi Genova), Juventus, Liguria, Milan (anzi Milano), Novara, Pro Patria, Spezia, Torino e Varese.

TERZO GIRONE: Anconitana, Bari, Fiorentina, Lazio, Livorno, MATER Roma, Napoli, Pescara, Pisa, Roma, Salernitana, Siena.

Le prime due classificate di ogni girone avrebbero disputato il girone finale. L’ultima classificata di ogni girone sarebbe retrocessa nel campionato sottostante  che sarebbe stato strutturato sulla base delle squadre disponibili con diritto alla Serie C: gironi interregionali comprendenti non più di 12 squadre. La composizione dei gironi non fu formulata. Il Savona, appena retrocesso dalla Serie B, avrebbe dovuto partecipare a questo torneo

Inoltre i direttori di Zona sarebbero stati impegnati nell’organizzazione dei campionati di Prima e Seconda divisione. La data di inizio dei tornei era stata fissata al 3 Ottobre 1943. Ma il diavolo dell’8 Settembre ci mise la coda e tutto il progetto andò per aria per la divisione in due del Paese .

La Repubblica Sociale trasferì la sede del Figc da Roma a Venezia (come accadde anche per Cinecittà) e nominato Reggente l’architetto Ettore Rossi, organizzò il campionato sulla base della struttura fondata su più gironi e girone finale: quello – appunto – che si sarebbe concluso con la vittoria dei Vigili del Fuoco di La Spezia.

Vittoria per la quale lo Spezia ha chiesto recentemente l’attribuzione di un titolo di Campione d’Italia: la Figc però si è limitata a concedere agli spezzini la facoltà di apporre un simbolo – ricordo sulla maglia, senza riconoscere la paternità di un vero e proprio scudetto.

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Una formazione dei Vigili del Fuoco Spezia 1943/44. In piedi: Tommaseo, Costa, Rostagno, il comandante Gandino, Borrini, Tori, Angelini; accosciati: Persia I, Scarpato, Amenta, Bani, Gramaglia

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Ecco il simbolo che adorna le maglie dello Spezia per ricordare il mancato scudetto del 1944

Nell’Italia del Sud, occupata dagli alleati, si disputarono invece campionati locali: nell’inverno 1943 in verità l’attività fu ristretta alla sola Puglia con successo finale del Conversano.

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Un’immagine davvero rara del Conversano 1944. Anche la società pugliese ha chiesto l’assegnazione del titolo di campione dell’Italia Libera 1944. Questa la formazione: Costagliola, Fusco, Ponzinibio II; Bettini, Mancini, Nespolo; Calabrese, Milli, Catalano; Orlando, Campana. (da notare come facessero parte di questa squadra buona parte dei titolari del Bari, evidentemente rifugiatisi in provincia per sfuggire al pericolo dei bombardamenti)

In Sardegna il Cagliari cerò di organizzare un torneo regionale ma la cosa si dimostrò impossibile per la totale assenza di attrezzature: mancavano i palloni a sufficienza per giocare più partite nella stessa giornata. Fu così che il campionato 1943 – 44, strutturato come pensato dalla Federazione ancora unitaria, non si disputò e si dovette aspettare la stagione 1945 – 46.

Si è accennato che nonostante l’infuriare della guerra, i massacri, gli stermini, si continuasse a giocare in tutta Europa.

Ecco l’elenco delle squadre campioni nazionali per la stagione 1943 – 44. Spagna e Portogallo si trovavano fuori dal raggio d’azione degli eserciti. Ricordando anche che la Spagna era appena uscita dalla guerra civile che aveva distrutto il Paese e la democrazia tra il 1936 e il 1939, così come la Svizzera neutrale, Irlanda e Islanda isole lontane.

Portogallo: Sporting di Lisbona

Spagna: Valencia

Irlanda: Shamrock Rovers Dublino

Francia: Lens

Belgio: Royal Anversa

Olanda: De Wolewijckers Amsterdam

Lussemburgo: Tus Neundorf

Germania: Dresdner SC

Danimarca: Frem Copenaghen

Svezia : Malmoe

Finlandia: IFK Vaasa

Islanda: Valur Reykyavik

Polonia: LSV Moelerdes di Cracovia

Slovacchia: SK Bratislava

Boemia e Moravia: Sparta Praga

Ungheria. Ferencvaros

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Un’immagine sfocata del Ferencvaros che festeggia la vittoria nel campionato magiaro 1944

Romania: Rapid Bucarest

Austria : FC Vienna

Svizzera: Losanna

Croazia: HASK Zagabria /SASK Sarajevo (campionato regionale della Bosnia)

Turchia: Besiktas

Le squadre campioni di Lussemburgo, Polonia, Austria avrebbero dovuto partecipare alle finali del Reich Tedesco cui i loro paesi erano stati annessi. Ma quelle finali non si giocarono.

 

SAMP PREMIATA DAGLI INGLESI LA MAGLIA BLUCERCHIATA E’ LA PIU’ BELLA DEL MONDO

 

Sorpresa di inizio stagione. E’ quella della Sampdoria la maglia più bella del mondo. Arriva dall’Inghilterra la notizia che non ti aspetti: un riconoscimento particolarmente significativo per chi ama i colori della propria squadra: la rivista britannica Four Four Two ha infatti assegnato il primo premio di una specialissima classifica alla divisa da trasferta dei blucerchiati. Nella top ten anche le casacche di Milan e Torino e quella che indosserà Neymar nel Psg. Niente da fare per le supertitolate spagnole Real Madrid e Barcellona.

Per la tifoseria blucerchiata un motivo di orgoglio (in più) fregiarsi del titolo di squadra con la maglia più bella del mondo nella stagione 2017-2018. La scelta di Four Four Two è caduta sulla seconda divisa della Sampdoria che ha superato la concorrenza delle migliori tenute da gioco di tutto il mondo. E’ la maglia bianca con la classica banda orizzontale blucerchiata ad aver fatto innamorare gli inglesi. Tante le squadre europee nella classifica, ci sono anche sudamericane e tanti colori “italiani”.

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Ecco la maglia da trasferta della Samp premiata come miglior al mondo

Classifica delle prime dieci: 1) Sampdoria; 2) Palmeiras; 3) Boca Juniors; 4) Benfica; 5) Milan; 6) Amburgo; 7) Torino; 8) Flamengo; 9) Paris Saint Germain; 10) West Bromwich Albion.

Ma non possiamo dimenticare la maglia blu.

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Da sinistra in piedi: Brighenti, Vicini, Bergamaschi, Vincenzi, Skoglund. Accosciati: Toschi, Bernasconi, Marocchi, Rosin, Boskov, Cucchiaroni

IL “CASO DONNARUMMA” E LA CRISI DEI PORTIERI


di FRANCO ASTENGO

Il tormentone dell’estate del calcio mercato 2017 si è sicuramente chiamato “caso Donnarumma”, analizzando il quale “Il Corriere della Sera” di domenica 25 giugno ha dedicato una pagina alla crisi del ruolo, all’assenza cioè di un numero congruo di estremi difensori in grado di reggere il ruolo nei grandi club. Una crisi ammessa da un’accorata dichiarazione di Dino Zoff e riassunta nel titolo dell’articolo in questione sotto il titolo “ Da Donnarumma a Oblak fino a De Gea: se il portiere costa come un centravanti”.

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Pickford, portiere dell’Under 21 inglese. Una quotazione esagerata a dimostrazione della crisi del ruolo

Un bello schiaffo in faccia a chi predica la specializzazione del ruolo, addirittura succhia soldi organizzando scuole calcio riservate agli ex n. 1 (ormai i numeri variano e fluttuano a seconda dei casi: in verità il primo portiere con numero diverso dall’1 e dal 12 è stato lo svizzero Parlier che affrontò i mondiali casalinghi del 1954 indossando il numero 2 come risultava dall’elenco fornito alla Fifa all’inizio del torneo, secondo il quale doveva essere attribuita la numerazione di ogni giocatore).

Abbiamo fatto ricorso alla memoria per un tuffo nel passato di questo delicatissimo ruolo, traendo un’indicazione: in Italia, da sempre considerata terra di portieri, c’è stato un lungo periodo nella storia dei nostri campionati dove davvero si poteva affermare che la differenza di valore nel ruolo (non dal punto di vista del costo in danaro naturalmente) era minimo: tutti i 36 portieri di serie A (titolari e riserve) potevano ben essere considerati come affidabili, così come quelli di Serie B e di Serie C.

Ecco l’elenco dei portieri, squadra per squadra (con qualche commento) all’inizio degli anni ’60: un periodo preso proprio ad esempio dell’elevata qualità media degli estremi difensori nelle tre categorie.

ALESSANDRIA: Stefani, Nobili e Cuman. Stefani, ex-Atalanta, era un portiere esperto, dal piazzamento sicuro senza voli pindarici. Cuman  era un giovane virgulto (classe 1935) di scuola Inter: il suo momento migliore sarà al Napoli. Nobili una sicurezza.

BOLOGNA: Santarelli  e Giorcelli. Santarelli, portiere alto per l’epoca (1,82) dal rendimento regolare; Giorcelli, un altro regolarista.

FIORENTINA:  Sarti e Albertosi. Una coppia eccezionale: Sarti era il portiere esperto che con la Fiorentina aveva vinto lo scudetto ’55-56 e poi fu ceduto all’Inter (dove avrebbe vinto scudetti, Coppe dei Campioni e Coppe Intercontinentali),  anche per non sbarrare la strada alla sua giovane riserva, quel Ricky Albertosi (classe 1938) che, a giudizio di chi scrive, è stato il miglior portiere italiano del dopoguerra, titolare nella Nazionale vice campione del mondo 1970, scudetti al Cagliari e al Milan.

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Enrico Albertosi, un simbolo per i portieri italiani di tutti i tempi

GENOA: Ghezzi, Gandolfi, Franci. Giorgio Ghezzi “il kamikaze”, portiere coraggioso che al tempo del “sistema” era capace di tuffarsi tra i piedi degli attaccanti lanciati a rete. Gandolfi era un portiere impressionante per sicurezza e posizione. Franci un altro coraggioso nelle uscite.

INTER:  Da Pozzo e Matteucci. Titolare Matteucci, ex- spallino, altro interprete del ruolo dalla parte dei coraggiosi delle uscite spericolate. Da Pozzo non molta fortuna all’Inter ma grandi campionati nel prosieguo di carriera: al Genoa ’63-64 record di imbattibilità, poi al Varese dei “miracoli” la squadra capace di lanciare Pietruzzu Anastasi.

JUVENTUS: Mattrel e Vavassori. Difficile stabilire una gerarchia tra i due. Mattrel è stato il portiere degli scudetti conquistati tra il 1957 e il 1960 (nel periodo del trio Boniperti, Charles, Sivori). Vavassori darà il meglio di sé con il Catania e il Bologna.

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La Juve di Boniperti, Charles, Sivori con Mattrel in porta. Tre scudetti: ’57-58, ’59-60, ’60 – 61

LANEROSSI VICENZA: Bazzoni e Battara. Da citare Piero Battara, torinese cresciuto nel Cenisia, per tanti anni alla Sampdoria: un esempio della tesi sostenuta in questo articollo. Portiere dalle doti assolutamente eccezionali mai arrivato nel giro della Nazionale, proprio per la presenza di altri titolari del ruolo dalle doti di assoluto rilievo. Da ricordare, nella stagione 1962-63, due piccoletti dallo scatto felino: Luison, 1,68, e Pin, 1,74.

LAZIO: Lovati e Cei. Lovati, scuola Toro, dalla statura assolutamente eccezionale per l’epoca (1,90), più volte nazionale. La sua riserva Idilio Cei , fedelissimo della causa laziale, sempre positivo quando chiamato all’opera.

MILAN: Buffon, Ducati, Soldan. Lorenzo Buffon, 1,84, classe 1929, per molte stagioni nazionale e miglior portiere italiano. Per la sua riserva Soldan vale il discorso già fatto per altri portieri: grande classe, ma carriera frenata dalla presenza dell’agguerrita concorrenza.

NAPOLI: Bugatti e Pontel. Ottavio Bugatti, un altro epigono dalla serie “scattanti sui piedi dell’avversario”, portiere di grande classe, più volte nazionale e decisivo, in tempi successivi, per la conquista di uno scudetto da parte dell’Inter.

PADOVA: Pin e Bolognesi.  Chiara chiara la priorità nel ruolo di titolare: Antonio Pin perfetto estremo difensore per il grande catenaccio di Rocco, capace di portare il Padova nelle primissime piazze della classifica.

PALERMO: Anzolin e Toros. Stagione eccezionale per i rosanero, dal punto di vista dei numeri 1. Due grandi interpreti del ruolo, Anzolin sarà a lungo alla Juve.

ROMA: Panetti e Cudicini. Un altro caso di dualismo ad alti livelli. Luciano Panetti sarà il titolare giallo rosso per molte stagioni; Fabio Cudicini (anche lui molto alto per i tempi, 1,91) troverà una seconda giovinezza al Milan dove diventerà “the black spyder” vincendo scudetti, Coppe dei Campioni e Coppe Intercontinentali.

SAMPDORIA: Bardelli e Rosin. “Fulmine” Bardelli, ex- milanista, si ritrovò alla Samp dopo un brutto infortunio recuperando il ruolo di protagonista del campionato. Ugo Rosin per tanti anni alla Samp, sarà il titolare in una delle più belle stagioni blucerchiate, quella del ’60 -61, quarto posto per i “terribili vecchietti” di Monzeglio. Va ricordata la sua stagione nel Savona di Manlio Bacigalupo nella stagione della promozione in serie B.

SPAL: Bruschini, Patregnani, Nobili e Maietti. Natale Nobili, per lui un passato interista, portiere dai riflessi eccezionali. Un altro dalla carriera sicuramente al di sotto dei suoi mezzi eccezionali.

UDINESE: Romano e Bertossi. Per Romano una carriera regolare impreziosita, nella stagione ’54-55, dal titolo di vice campione d’Italia conquistato con la stessa Udinese. Da non dimenticare l’esordio del ventenne Dino Zoff,classe 1942, nella stagione 1962-63 con le “zebrette” di Eliani.

BRESCIA: Brotto e Moschioni. Un’altra maglia da titolare in bilico tra Gigi Brotto, fedelissimo delle rondinelle, e Moschioni, che il meglio di sé lo darà a Foggia in Serie A, con Oronzo Pugliese.

CAGLIARI: Bertola e Salerno. Per noi savonesi Bertola rappresenta un ricordo amaro: tante parate tra i pali del Verona in un successo dei giallo-blu al Bacigalupo (0-1 autorete di Pozzi).

CATANIA: Gaspari e Seveso. Due portieri da Serie A: Gaspari lo sarà anche a Modena e alla Juve. Seveso arrivava dal Milan.

CATANZARO: Masci, Innocenti e Barbaro. Vincenzo Masci, classe 1935, già al Palermo: un altro caso di portiere di classe assoluta e di gran fisico che avrebbe meritato molto di più.

COMO: Lonardi e Gilioli. Antonio Lonardi, scuola di Olivieri nell’Audace di San Michele Extra, sarà il portiere del Varese nella irresistibile ascesa dalla Serie C alla Serie A. Personalmente una grande impressione, successivamente anche con il Genoa.

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Lonardi in maglia Varese

LECCO: Bruschini, Alfieri e Maffeis. Bruschini, longilineo dal gran fisico e della presa sicura, giocherà anche lui per molti anni in Serie A con lo stesso Lecco e la Spal.

MARZOTTO: Servidati, Zenari. Gimbattista Servidati, classe 1927, portiere-sicurezza in tante squadre venete (oltre a Marzotto, Verona e Vicenza). Sergio Zenari, al momento ventenne, sfortunato a Savona (chiuso come tanti da Bruno Ferrero) poi per tanti anni ad Alassio, ma anche ad Albenga e a Sanremo capace di dimostrare le sue grandi doti.

MESSINA: Colombo e Zapetti. Martino Colombo, classe 1935, scuola Pro Vercelli, sarà poi a lungo con il Cagliari e finirà la carriera addirittura tra i pali della Juventus.

MODENA: Balzarini e Lini. Balzarini sarà al Milan, dove giocherà addirittura la finale di Coppa Intercontinentale in Brasile avversario il Santos, perduta a causa di un terribile arbitraggio.

NOVARA: Lena Rusconi. Il rag. Lena, fedelissimo novarese, sarà anche per tanti anni il segretario della società.

MANTOVA: Negri e Tonoli. William Negri, a lungo uno dei migliori portieri italiani: scudetto a Bologna ’63-64 e tante partite in Nazionale. Giancarlo Tonoli sarà a Savona fermandosi nella nostra Città per tutta la vita e partecipando alle grandi stagioni bianco blu tra il 1962 e il 1967.

PARMA: Bandoni e Valle. Bandoni sarà un grande portiere in Serie A giocando tra le altre con Fiorentina e Sampdoria.

REGGIANA: Baldisseri e Ferretti. Anche in questo caso due portieri che si equivalevano. Entrambi di grande caratura: Baldisseri non  manterrà completamente le promesse. Ferretti difenderà anche i pali dell’Inter.

SAMBENEDETTESE: Bandini I  e Patregnani. Bandini aveva già giocato nella Nazionale Under 21 e in A nella Triestina e nella Lazio. Anche Patregnani avrebbe giocato in Serie A, nella Spal.

MONZA: Breviglieri e Filè. Anche per Breviglieri grandi promesse non compiutamente mantenute. Filè difenderà per tanti anni la rete della Solbiatese.

TARANTO: Malacari, Pignatelli. Malacari altro “mitico” portiere del Sud, una bandiera a Taranto.

TORINO: Rigamonti e Vieri. “Vecio” e “bocia” all’epoca, due grandi portieri: poche convocazioni in nazionale per entrambi proprio perché il momento era quello di una concorrenza spietata.

TRIESTINA: De Min, Bandini II. De Min sarà secondo portiere nella Roma.

VENEZIA: Bubacco, De Benedet. Bubacco, altro protagonista dalle potenzialità enormi ma dal carattere un po’ bizzoso. De Benedet lo abbiamo ammirato in Serie C al Vittorio Veneto.

VERONA: Ciceri e Ghizzardi. Che dire: due assi assoluti. Entrambi forse da nazionale con maggiore continuità di rendimento. Per Ghizzardi “Italovolante” tante belle stagioni a Savona.

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Italo Ghizzardi all’esordio veronese, stagione ’56-57 ,record di imbattibilità in Serie B

BIELLESE: Gori ed Euno. Gori sarà in Serie A con la Lazio (lo ricordano bene anche i tifosi della Sampdoria: rigore non dato su Cristin e Serie B per i blucerchiati). Euno tante squadre anche dalle nostre parti: con la Vogherese in Corso Ricci, sei goal incassati e coro progressivo: Euno, Edue, Etre fino a Esei.

BOLZANO: Sartin e Ferrario. Sartin nella stagione 55- 56 all’Atalanta, una convocazione in Nazionale.

CASALE: Reverchon, Rossi. Vincenzo Reverchon, classe 1927, un veterano già titolare nella Sampdoria e nel Cagliari.

CRDA MONFALCONE: Brazzoni e Peres.

CREMONESE: Forte e Sartori. Forte in Serie A con il Palermo.

FANFULLA: Vaglia, Camillo. Vaglia, un vero acrobata: altra carriera che avrebbe potuto svilupparsi diversamente.

LEGNANO: Longoni e Montani. Anche per Longoni futuro in Serie A con l’Atalanta.

MESTRINA: Liberalato e Canella. Liberalato sarà al Milan giocando tante partite in Serie A e nella Coppe Internazionali.

PIACENZA: Saletti e Tacconi

PORDENONE: Stabile e Vecil. Vecil, un veterano tra i pali del Marzotto per tante stagioni in Serie B

PRO PATRIA: Provasi e Daverio. Il grande Provasi che con i tigrotti aveva già giocato in Serie A.

PRO VERCELLI: Galbiati e De Grandi. Anche per Galbiati Serie A con l’Atalanta.

SANREMESE: Von Mayer e Badino. Von Mayer in Serie A addirittura con la Juve, ma assoluta bandiera della Sanremese. Badino, dalla Samp giovanile ai vigili urbani di Imperia e tante squadre dalle nostre parti, Vado compreso.

SAVONA: Ferrero e Angelini. Bruno Ferrero, “genio e sregolatezza” tanta classe ma anche qualche mattana. Capace però di sbarrare la strada a tutti i numeri 12 presentatisi a contendergli la maglia, anche perché prediletto da Del Buono e Pelizzari. Poi a quel tempo non c’erano ancora le sostituzioni.6.jpg

Ecco il Savona trionfatore del campionato 1958-59: da sin. in piedi, Mariani, Contin, Merighetto, Ciglieri, Teneggi, Ferrero; accosciati, da sin., Ballauco, Brocchi, Ratto, Merighetto II, Galindo. Tra i pali c’è già Bruno Ferrero ingaggiato in corsa per sostituire lo sfortunato Giacomelli infortunatosi contro la Sammargheritese.

SPEZIA: Persi. A Persi allo Spezia aveva fatto la riserva anche Albertosi.

TREVISO: Barluzzi e Reginato. Due portieri -super. Reginato con il Cagliari farà il record di imbattibilità, Barluzzi giocherà addirittura con Milan e Inter.

VARESE: Fornasaro e Pasquin. Fornasaro con il Varese giocherà anche in Serie A.

VIGEVANO: Germano e Maccheroni.

ANCONITANA: Romagnoli e Vicini. Vicini si trasferirà a Loano per esercitare la professione di parrucchiere per signora e giocherà anche nei rossoblu locali.

AREZZO: Maggi e Della Rossa.

CARBOSARDA: Colovatti e Perrone. Colovatti, altro grande talento meritevole di altro percorso di carriera. In Serie B a Taranto.

ASCOLI: Antonini e l’eccezionale Piero Persico, in Serie A con Spal e Atalanta, giocatore di assoluto valore anche internazionale e poi preparatore dei portieri a San Benedetto del Tronto. Dalle sue mani espertissime usciranno Zenga, Tacconi, Ferron, tanti altri portieri di grandissima fama.

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Piero Persico un grande maestro del ruolo di n.1 (nella foto con il Cagliari)

FORLI’: Fontanesi e Mezzanzanica. Altri due portieri di lusso per la Serie C. Fontanesi già alle spalle di Bugatti al Napoli, con tante partite in Serie A.

LIVORNO: Bertocchi, Giorgetti. Bertocchi dalla presa saldissima in Serie A con la Spal.

LUCCHESE: Piancastelli, Persico e Strulli. Persico gran colpo di reni, caratteristica dei portieri sotto il metro e 80. Strulli sarà sfortunato protagonista di un tragico incidente di gioco, perdendo la vita dopo uno scontro con il centravanti della Sambendettese Caposciutti.

MACERATESE: Canciani, Orlandi. Orlandi secondo portiere alla Lazio.

PERUGIA: Strologo e Tassini.

PISA: Arici e Carpita.

PISTOIESE: Maso e Meliconi.

PRATO: Carlotti e Cotti. Carlotti, altro fortissimo protagonista legato al Prato per buona parte della sua carriera.

RIMINI: Luison e Pattini: due portieri con esperienze in Serie A. Luison al Lanerossi Vicenza, Pattini al Catania.

SIENA: Francalancia, uscito dal vivaio della Roma, poi tanta Serie C con Siena sede quasi stabile

TEVERE ROMA: Leonardi e Ranucci.

TORRES: Tedde e Mistroni. Tedde un’istituzione a Sassari.

VIS SAURO PESARO: Ciardi e Cicchetti.

AKRAGAS:  Fumi e Mencattini, quest’ultimo uscito dal vivaio del Genoa e fermatosi in Sicilia.

AVELLINO: Del Fior e Spadafora.

BARLETTA: Amati e Milan. Anche Amati portiere di classe, proveniente dal vivaio della Roma.

CASERTANA: Picchi e Piccolo.

CHIETI:  Di Salvatore e Rizzotto.

CRAL CIRIO: Giannisi e Cergolet. Anche per Giannisi esperienze in Serie A con la Lazio.

COSENZA: Sartori e Paolillo.

CROTONE: Chirico.

FOGGIA: Biondani e Filipuzzi. IL Foggia sale per la prima volta in Serie B, ma nella storia dei portieri italiani c’è da citare l’allenatore di questo Foggia: Leonardo Costagliola.

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Leonardo Costagliola ai tempi della Fiorentina

L’AQUILA: Bellei e Suman.

LECCE: Bendin e Gontan.

MARSALA: Bradaschia e Grandi. Grandi, scuola Toro, tante partite con il Modena.

PESCARA: Di Censo e Tuniz. Tuniz un fedelissimo a Pescara.

REGGIANA: Bondaschi e Morselli. Bondaschi, di passaggio a Sanremo, ma soprattutto diverse stagioni a Brescia.

SALERNITANA: Recchia e Vernia. Alberto Recchia poi protagonista con il Parma e portiere titolare della Nazionale Postelegrafonici.

TRAPANI: Carpini.

 

 

AL TEMPO DEI PIONIERI:  QUANDO I MATERIALI ERANO “ALL ENGLAND”

a cura di FRANCO ASTENGO

Ci troviamo agli albori del calcio italiano: stagione 1914-1915. Viene pubblicato a Roma un “Annuario Italiano del Football” a cura di Guido Baccani, al prezzo di lire 1,20 centesimi.

Guido Baccani è stato uno dei primi allenatori della Lazio dal febbraio del 1900, vivendo così in prima persona i primi anni della storia della società romana. È stato il primo accompagnatore e direttore tecnico della formazione romana, della quale è anche stato allenatore, al fianco di Sante Ancherani, dal 1906 in forma semi ufficiale (ufficialmente dal 1909, anno in cui viene organizzato il primo campionato di calcio a Roma), fino alla stagione 1923-24, sostituito, per il campionato successivo, dal primo allenatore straniero della storia laziale, ovvero l’ungherese Dezső Kőszegy.

Lo schema dell’annuario è quello classico che poi farà la fortuna prima dell’Agenda Barlassina e successivamente dell’Almanacco del Calcio curato dal direttore del “Calcio Illustrato” Leone Boccali, progenitore “per li rami” dell’attuale Almanacco Panini: il regolamento, l’organizzazione della Figc (che in quel momento si chiama Federazione Nazionale Italiana Gioco Calcio), l’elenco dei giocatori partecipanti al campionato di Prima Categoria, i calendari dei vari giorni (poi vedremo come andrà la stagione), le partite internazionali, l’elenco dei periodici sportivi allora in attività.

Sfogliandone le pagine risulta di grande interesse,almeno per noi che osserviamo il calcio ad oltre un secolo di distanza, le pubblicità delle ditte che in quel tempo importavano il materiale sportivo (non solo per il foot-ball) di fabbricazione esclusivamente inglese.

Riportiamo queste pubblicità come esempio invitando i nostri lettori a scorrerle, troveranno davvero spunti di conoscenza interessanti riguardanti  soprattutto la già ampia diffusione del gioco. Inoltre alcune di queste ditte erano di proprietà dei pionieri del gioco nel nostro Paese che, con grande spirito imprenditoriale, erano riusciti a trasformare, per questa via la loro passione in una attività economica. Ecco allora di seguito questi annunci pubblicitari raccolti tra le pagine dell’Annuario.1.jpg

In questo caso è necessario rivolgersi direttamente a Manchester.

Per migliore conoscenza ecco il modello delle maglie “tipo Aston Villa” rimasto inalterato nel corso degli anni.

Ed ecco il modello Bradford City.

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Ecco il secondo avviso pubblicitario: la ditta Baccani di Novara (che si occupa di tutti gli sport) punta soprattutto sui palloni “Khaki Chrome”

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Di seguito una dimostrazione della diffusione del gioco in tutta Italia: la ditta Diara ha sede a Livorno dove ci sono due squadre che disputano la prima divisione: la S.p.e.s. (un acronimo: la Speranza non c’entra nulla. Società Per Esercizì Sportivi) e la Virtus Juventusque.

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Ed ecco la ditta genovese Pasteur: titolare un giocatore del Genoa, vincitore dei primi scudetti nella storia del calcio italiano, che poi sarà a lungo dirigente ed anche presidente della Società Rossoblu. Il negozio si situa nella centralissima salita Santa Caterina, quella che da Piazza Fontane Marose conduce a via Roma di fianco alla Prefettura. Pasteur fa parte di un influente famiglia che si occupa di una grande industria dolciaria: la  Dufour.

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Il Genoa nel 1899. Da destra a sinistra: Ghigliotti, De Galleani, Spensley, Edoardo Pasteur, Leaver, Enrico Pasteur, Passadoro, Arkelss, Dapples, Deteindre e Agar  

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Ed ecco la pubblicità della ditta romana di Sante Ancherani uno dei fondatori della Lazio. Nella capitale ben sei squadre disputavano il campionato di prima divisione.

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Ed eccolo Ancherani che stringe al petto uno dei suoi famosi palloni “Mc Gregor”

Il campionato 1914-15, articolato su 6 gironi nell’Italia Settentrionale, un girone toscano, uno laziale ed uno campano (nell’Annuario di Baccani il girone campano è soltanto annunciato ma non sono riportate le squadre partecipanti) non si concluse. Alla vigilia dell’ultima giornata del girone finale del Nord “mormorò il Piave” e tutte le attività ufficiali furono sospese. Nel dopoguerra, senza tener conto di ciò che era accaduto nel corso di quel torneo nei gironi toscano, laziale e campano la Federazione assegnò d’ufficio il titolo al Genoa che si trovava – appunto – al comando del girone finale dell’Italia del Nord.

Intanto la superiorità delle squadre settentrionali era acclarata “ lippis et tonsori bus”: la prima squadra centromeridionale ad assicurarsi il titolo sarà la Roma nella stagione 1941-42.

LA NAZIONALE ITALIANA NELLE GRANDI SFIDE CON BRASILE E ARGENTINA 

 

 di FRANCO ASTENGO

L’interscambio tra il calcio italiano e quello sud americano è sempre stato molto intenso fin dai primordi, del resto lo sviluppo del gioco, in particolare in Argentina, Brasile, Uruguay, ma anche in Cile e in Perù fu dovuto anche e in buona parte alla spinta degli emigrati italiani in quelle terre: basti ricordare il Boca squadra del quartiere “zeneize” di Baires e il Palmeiras nato come Palestra Italia.

La traversata oceanica fu affrontata per la prima volta addirittura nel 1914 dal Torino guidato da Vittorio Pozzo e rafforzato da alcuni prestiti di altre società: i granata, addirittura si trovarono a girovagare per Argentina e Brasile ben oltre il tempo stabilito per la loro tournée perché nel frattempo era scoppiata la guerra in Europa ed era diventato difficile rientrare. Finalmente trovato il piroscafo i torinisti al loro arrivo a Ponte dei Mille a Genova trovarono lo stuolo dei parenti ad accoglierli con in mano, in luogo dei fazzoletti di benvenuto, le cartoline-precetto.

Nell’immediato dopo guerra ebbe grande rilievo un viaggio del Genoa in America Latina. Le imprese di De Prà e soci avevano varcato l’Oceano e gli appassionati di football del Sud America richiesero a gran voce i rossoblù. Il 28 luglio 1923 tredici titolari, quattro rinforzi azzurri di altrettante squadre (Girani, Romano, Moscardini e Baloncieri), l’allenatore Garbutt e il dirigente Ghiorzi si imbarcarono sulla motonave “Principessa Mafalda” per la grande avventura sudamericana. Anche in Argentina il Genoa si fece onore. Sconfitto (la stanchezza del viaggio si fece sentire) nella prima partita contro una rappresentativa della Lega Nord (1-2), vittorioso contro una della Lega Sud (1-0), il Grifone pareggiò l’incontro con la Nazionale Argentina allo stadio Barracas davanti a 50.000 spettatori in delirio. C’era però un piccolo particolare ad ingigantire l’impresa del Genoa: il goal che aveva portato in vantaggio i sudamericani (poi pareggiato da un colpo di testa di Santamaria) fu segnato su passaggio del Sindaco di Buenos Aires, che aveva voluto dare il simbolico calcio d’inizio senza peraltro allontanarsi dal campo. I rossoblù, in attesa del vero e proprio via all’incontro, assistettero impassibili alla marcatura poi incredibilmente convalidata dall’arbitro di casa. Si recarono quindi in Uruguay dove furono sconfitti dalla Nazionale uruguagia (1-3) che circa dieci mesi dopo si sarebbe aggiudicata il titolo olimpico.

In quegli anni cominciarono anche a sbarcare in Italia gli “oriundi” immediatamente reclutati per far parte della Nazionale: da Julio LIbonatti (Torino e Genoa) ad Attila Sallustro (Napoli) fino agli juventini Cesarini, Sernagiotto,Monti e Orsi, ai romanisti Guaita, Scopelli e Stagnaro, ai bolognesi Andreolo, Fedullo e Sansone, agli interisti Demaria e Frione.

Monti, Orsi, Guaita titolari nella Nazionale Italiana campione del mondo del 1934 e Andreolo in quella del 1938 perché Orsi e Guaita con Scopelli, Cesarini e Stagnaro nel 1935, fiutata l’aria di guerra in Europa, si erano imbarcati di soppiatto a Le Havre ritornando in patria.

Più difficili, invece, i rapporti tra la Nazionale Italiana e quelle Sud Americane. Il primo confronto si verificò, infatti, il 7 Giugno 1928; semifinale del torneo di calcio Olimpico ad Amsterdam. Il primo grande appuntamento internazionale per la nazionale italiana che aveva  compiuto in pochi anni passi da gigante.

Si trattò di una partita drammatica che l’Uruguay vinse per 3-2 dopo che agli azzurri fu negato un calcio di rigore per una respinta di mano sulla linea del mediano Andrade (“la meravilla negra”) su tiro di Magnozzi: respinta di mano non vista dall’arbitro olandese Eymers.

Formazione dell’Italia in quel giorno: Combi, Rosetta, Caligaris, Pitto, Bernardini, Janni, Rivolta, Baloncieri, Schiavio, Magnozzi, Levratto. C.T. Rangone a segno Baloncieri e Levratto.

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Uruguay all’attacco. Combi vigila

L’Italia poi rinunciò ai Mondiali 1930 (prima edizione: finale Uruguay-Argentina 4-2) disputata in quel di Montevideo. Dall’Europa si mossero soltanto 4 squadre: Francia, Jugoslavia, Romania e Belgio.

Giocatori di origine italiana però in campo se ne trovarono parecchi nelle squadre sudamericane: nell’Argentina i già citati Monti e Scopelli oltre al “el filtrador” Guilliermo Stabile che poi sarebbe arrivato al Genoa; nell’ Uruguay il capitano Nasazzi, il futuro interista Mascheroni ed il futuro fiorentino Scarone. L’elenco però sarebbe lungo: sia consentito citare soltanto tre cognomi che con Savona hanno una qualche attinenza: nel Perù (eliminato 1-0 dai futuri campioni della Celeste) in formazione si trovano un Galindo e un Astengo mentre il portiere del Messico si chiamava Bonfiglio.

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Il Perù ai Mondiali 1930: p. Pardón, p. Valdivieso, d. de las Casas, d. Fernández, d. Maquilón, d. Soria, c. Astengo, c. Denegri, c.. Galindo, c. García, c. Quintana, c. Valle, c. Cillóniz, a. Góngora, a. Lavalle, a. Lores, a. Neyra, a. Pacheco, a.  Rodríguez Nue, a. Sarmiento, a. Souza Ferreira; all. Villanueva , c.t. Bru.

Per ritrovare la Nazionale Italiana alle prese con una compagine sudamericana si dovette così attendere i mondiali di Francia nel 1938 (nell’edizione italiana del 1934 l’Uruguay aveva dato forfait e Brasile e Argentina erano stato eliminate al primo turno). Una partita destinata ad entrare nella leggenda prima ancora che nella storia.

Semifinale, Marsiglia 16 Giugno 1938

Italia – Brasile 2-1, a segno Colaussi e Mezza su rigore.

Punita la solita supponenza brasiliana (come si verificherà al Sarrià 44 anni dopo): i carioca, sicuri di vincere, lasciarono in panchina Leonidas per risparmiarlo in vista della finale e avevano già prenotato il charter per Parigi, poi dirottato a Bordeaux per il 3°/4° posto. Italia campione del Mondo, in finale a Colombes domenica 19 Giugno 4-2 all’Ungheria.

Formazione dell’Italia a Marsiglia: Olivieri, Foni, Rava, Serantoni, Andreolo, Locatelli, Biavati, Meazza, Piola, Ferrari, Colaussi; c.t. Vittorio Pozzo.

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Piola tra i difensori Brasiliani (il Brasile gioca ancora con la maglia bianca che sarà abbandonata, per adottare il gialloverde, dopo la sconfitta casalinga nella finale del 1950 avversario l’Uruguay)

Per ritrovare una partita Italia-Sud America si dovette aspettare così il dopoguerra e l’occasione si rivelò assai meno felice delle precedenti. Mondiali brasiliani 1950, l’Italia già eliminata per via della sconfitta subita dalla Svezia affronta il Paraguay riscattandosi, almeno parzialmente, con un vittoria 2-0. A segno Carapellese e Pandolfini per questa formazione (in un’Italia mutilata dalla tragedia del Grande Torino verificatasi 12 mesi prima privando la squadra azzurra dei suoi principali pilastri): Moro, Blason, Furiassi, Fattori, Remondini, Mari, Muccinelli, Pandolfini, Amadei, Cappello, Carapellese; c.t. Novo e Copernico.

Nel corso dei mondiali di Svizzera del 1954 non vi furono occasioni di incontro con compagini sudamericane, nel frattempo però si erano intensificate le relazioni tra squadre di Club, in particolare con l’Argentina.

Il River Plate fu in Italia per due volte tra il 1949 e il 1952: nella prima occasione per solidarietà verso i caduti del grande Torino; nella seconda per incontrare selezioni italiane nelle più grandi città senza però mancare ad un appuntamento a Vado Ligure, in omaggio alla memoria di Valerio Bacigalupo. Sul vecchio campo delle Traversine così si esibirono i grandi campioni del River per la giornata più importante per il calcio vadese.

Negli anni successivi la Federazione decise di intensificare i rapporti con le principali nazionali sudamericane, anche perché nel frattempo il nostro campionato ospitava tantissimi giocatori di grande classe provenienti dall’America Latina: in quegli anni si sarebbero ammirati Julinho e Vinicio, Montuori e Schiaffino, Sivori e Angelillo, Maschio e Pesaola, Ghiggia e Grillo, tanto per fare soltanto qualche nome degli antesignani di Maradona, Falcao, Cerezo, Socrates che saranno tra noi negli anni ’80 quale preludio delle vera invasione in atto nei nostri giorni.

Il 5 Dicembre 1954 per la prima volta una nazionale sudamericana incontrò la Nazionale Italiana all’Olimpico di Roma. Si trattò dell’Argentina e nell’occasione l’Italia fece esordire nelle proprie fila, contravvenendo anche le regole internazionali, Juan Pepe Alberto Schiaffino, già campione del mondo con l’Uruguay (sua la prima rete nella grande beffa del “Maracanazo”, con il Brasile battuto in casa: secondo goal di Alcide Ghiggia) allo scopo rafforzare un’Italia ancora convalescente dalla brutta battuta d’arresto subita ai Mondiali di Svizzera.

Successo azzurro (per la verità l’Italia, per dovere di ospitalità giocò in maglia verde) per 2-0: reti di Frignani (a segno dopo 28” di gioco, si scrisse di “zona Frignani”) e Galli.

Formazione: Viola, Magnini, Giacomazzi, Bergamaschi, Ferrario, Moltrasio, Boniperti, Celio (Bassetto), Galli, Schiaffino, Frignani; c.t. Marmo, allenatore Foni.

Toccò poi al Brasile tornare in Italia (i verde oro avevano già calcato i campi della penisola nel mondiale del 1934, senza però incontrare l’Italia e finendo eliminati a Genova per 3-1 dalla Spagna).

Il 25 Aprile 1956 nello scenario dello stadio di San Siro a Milano, un’Italia imperniata sul blocco della Fiorentina che stava vincendo lo scudetto, si impose al Brasile con un secco 3-0; fu la grande giornata di “Pecos Bill” Virgili autore di una doppietta. I viola in campo erano sette, con due juventini Viola e Boniperti, il sampdoriano Bernasconi e un genoano, l’anziano ma sempre valido Carapellese.

Formazione: Viola, Magnini, Cervato, Chiappella, Bernasconi, Segato, Boniperti, Gratton, Virgili, Montuori e Carapellese.

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25 Aprile 1956. Italia-Brasile 3-0. Da sinistra in piedi: Carapellese, Cervato, Virgili, Magnini, Gratton, il massaggiatore Farabullini; accosciati: Boniperti, Bernasconi, Chiappella, Segato, Montuori, Viola

Era arrivato dunque anche il momento per la Nazionale Italiana di attraversare l’Oceano per affrontare argentini e brasiliani. Accadde in quella stessa estate del 1956 e si trattò di due sconfitte, pur onorevoli.

A Buenos Aires 24 giugno 1956, stadio Monumental (sede del River).

Argentina-Italia 1-0. Italia: Viola, Magnini, Cervato, Chiappella, Bernasconi, Segato, Muccinelli, Gratton, Virgili, Pozzan (Pivatelli), Prini.

A Rio de Janeiro, 1 Luglio 1956, stadio Maracanà

Brasile-Italia 2-0. Italia: Viola, Magnini, Cervato, Chappella, Bernasconi, Segato, Muccinelli, Gratton, Virgili,. Montuori, Prini.

La strada era ormai aperta e gli incroci Italia – Sud America si fecero sempre più frequenti anche per via dell’intensificarsi del calendario internazionale.

Due finali mondiali tra Brasile e Italia (Azteca ’70, Pasadena ’94) a favore dei carioca, una drammatica semifinale perduta ai rigori in quel di Napoli dall’Argentina nei mondiali di Italia ’90, l’eliminazione con botte dal Cile padrone di casa nel Mondiale del ’62: tanto per citare a memoria alcune tappe.

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“Mundial” 1982. Da sin. in piedi: Zoff, Antognoni, Scirea, Graziani, Collovati, Gentile (spietato marcatore di Maradona e Zico) accosciati. Paolo Rossi, Bruno Conti, Cabrini, Oriali, Tardelli

Per chiudere come si deve doveroso il ricordo del secondo girone eliminatorio al Mundial spagnolo dell’82. Due gare davvero storiche con l’Italia di Bearzot capace di imporsi prima all’Argentina 2-1 e poi, in una gara di straordinaria intensità e pathos 3-2 ad un super, ma distratto e supponente come nel ’38, magno Brasile.

 

1947-48 : LA SERIE C PIU’ GRANDE 18 GIRONI, 288 SQUADRE IL SAVONA VINCE CON IL RECORD

 

di FRANCO ASTENGO

La stagione 1947-48 ha rappresentato uno snodo fondamentale nella storia della struttura del calcio italiano. Nel Paese appena uscito dalla guerra, con le macerie ancora fumanti e le infrastrutture stradali e ferroviarie distrutte, il calcio si era rimesso in moto quasi subito ma era stato necessario ricostruire una struttura di dimensioni nazionali proprio per via delle difficoltà nei trasporti che si sommavano a quelle economiche e nel reperimento dei materiali: scarpe, palloni, maglie erano diventate merce rara.

Si era così ripartiti con la Serie A a due gironi, la Serie B a tre e le serie minori spezzettate in una infinità di gironi su dimensione regionale  e provinciale disegnati per ovviare appunto alle difficoltà di trasferta. Le trasferte infatti erano affrontate con i mezzi più vari: dai camion militari, come nel caso del Savona, alle biciclette.

Già dalla stagione 1946-47 la Serie A era ritornata al girone unico, mentre per la Serie B  e la Serie C si dovette attendere l’annata 1948-49 per tornare alla dimensione nazionale: l’annata 1947-48 quindi fu utilizzata come stagione di transizione per fissare i termini dei diversi livelli di qualificazione necessari a ricostruire i campionati nazionali.

Per la Serie C erano previsti 4 gironi di Divisione Nazionale: di conseguenza la stagione 1947-48 registrò la più ampia dimensione del terzo livello del calcio italiano in tutta la sua storia. Furono formati infatti gironi interregionali attraverso i quali, con la promozione delle prime due classificate per ciascun girone, si sarebbe arrivati alla formazione del campionato successivo.

Un vero e proprio “elefante” la Serie C 1947-48: 18 gironi, dall’A al T, per 288 squadre partecipanti. Siamo in grado, a questo punto, di pubblicare le classifiche finali di tutti i gironi. Un elenco interessante perché presenta squadre che in futuro avrebbero frequentato i vertici del calcio italiano oppure nobili decadute mentre altre compagini si sarebbero affacciate al terzo livello soltanto in quella occasione.

Grande exploit del Savona che risultò vincitore del girone A stabilendo il record nazionale dei punti conseguiti: 52 (su 60) in 30 giornate, naturalmente al tempo in cui la vittoria valeva due punti. Per chi ama la storia del Savona Fbc, è sufficiente leggere la formazione per rendersi conto dello spessore tecnico (Longoni e Siccardi su tutti) e agonistico (Vignolo e Molinari autentici mastini).

Questo è articolo è illustrato da alcune foto tratte direttamente da tre articoli apparsi sul “Calcio Illustrato” il 17, 24 Giugno e 1 Luglio 1948 nei quali si illustra l’andamento dei 18 gironi che per evidenti motivi di spazio la rivista non aveva potuto seguire giornata per giornata.

Ecco di seguito le classifiche del 18 gironi.

Girone A: Savona 52, Fossanese 43, Sanremese 42, Vado 39, Speranza Savona 30, Imperia 30, Acqui 29, Canelli 28, Saviglianese 27, Albenga 27, Cuneo 27, Cairese 27, Alassio 24, Braidese 23, Saluzzo 17, Monregalese 15.

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Del Savona “Il Calcio Illustrato” riporta soltanto la foto della magnifica linea mediana. Un ricordo particolare per Roberto Longoni grande giocatore ma soprattutto persona squisita, di grande simpatia e rara correttezza

Girone B: Sestri Levante 42, Sestrese 42, Lavagnese 40, Pavia 38, Corniglianese 37, Pontedecimo 34, Rivarolese 32, Borgotarese 31, Bolzanetese 31, Varazze 30, Rapallo 30, Sarzanese 27, Entella 27, Derthona 18, Quarto 10, Bressana Bottarone 10;.

Spareggio per il primo posto : Sestri Levante -Sestrese 1-0.

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Il Sestri Levante vincitore a sorpresa del Girone B dopo spareggio sulla favorita Sestrese. Foto scattata sul campo di Bolzaneto. Il grande edificio alle spalle è quello del saponificio “Lo Faro”

Girone C: Biellese 48, Asti 48, Omegna 43, Rivarolese 35, Verbania 34, Sommese 31, Stella Alpina Ponzone 30, Pinerolo 29, Luino 28, Angerese 28, Gattinara 26, Volpianese 24, Juve Domo 23, Borgomanero 20, Aosta 17, Ivrea 14. Spareggio per il primo posto: Biellese-Asti 1-0.

Girone D: Casale 49, Mortara 46, Codogno 42, Garlasco 33, Corsico 32, Fidenza 31, Stradellina 30, Cuggionese 29, Medese 26, Sant’Angelo Lodigiano 26, Abbiategrasso 24, Casteggio 22, Olubra 22, Pirelli Milano 20, Fiorenzuola 16.

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Il Casale nobile decaduta

Girone E: Parabiago 47, Pro Lissone 44, Vis Nova Giussano 41, Lecco 37, Blumense 34, Saronno 33, Meda 32, Cantù 31, Mariano Comense 30, Tiranese 27, Olginatese 25, Rhodense 25, Caratese 23, Esperia Como 21, Vis Casatese 17, Sondrio 13.

Girone F: Pro Palazzolo 47, Monza 42, Vimercatese 37, Chiari 37, Bagnolese 36, Trevigliese 34, Soresinese 30, Sebinia Lovere 30, Melzo 28, ROL Milano 28, Falck Milano 28, Cologno Monzese 24, Ardens Ponte san Pietro 24, Pro Romano 23, Orceana 21, Cassano d’Adda 10.

Girone G: Pro Rovigo 45, Marzotto Valdagno 44, Pelizzari Arzignano 41, Badia Polesine 36, Audace San Michele Extra 35, Rovereto 33, Lanerossi Schio 32, Legnago 31, Thiene 30, Trento 27, Merano 24, Villafranca Veronese 21, Montagnana 20, Sambonifacese 20, Malo 13, Cologna Veneta 28 declassata per incidenti.

Girone H: Mestrina 49, Montebelluna 40, Vittorio Veneto 37, San Donà 36, Belluno 34, Bassano 34, Dolo 34, Portogruarense 32, Giorgione 31, Miranese 29, Luparense 29, San Marco Venezia 27, Conegliano 26, Pro Mogliano 19, Pordenone 17, Feltrese 6

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Girone I: Edera Trieste 48, Libertas Trieste 45, Ponziana 37, Sangiorgina 33, Cormonese 32, Monfalconese 32, SAICI Torviscosa 30, Palmanova 29, Sant’Anna Trieste 29, Sanvitese 28, Cividalese 28, Pro Cervignano 27, San Giovanni Trieste 26, Itala Gradisca 21, Fiumicello 21, Ronchi 14.

Girone L: Baracca Lugo  48, Bondenese 43, Vignolese 37, Salsomaggiore 34, Pro Italia Correggio 33, Altedo 32, Finale Emilia 31, Guido Buscaroli Conselice 30, Copparense 28, Panigale 28, Ostiglia 27, Gonzaga 25, Ferrovieri Bologna 25, Mirandolese 23, Parma Vecchia 22, Carpi 13.

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La formazione del Baracca Lugo primo classificato nel Girone L

Girone M: Rimini 47, Cesena 46, Vis Sauro Pesaro 37, Alma Juventus Fano 36, Forlì 33, Ravenna 33, Forlimpopoli 30, Riccione 30, Vigor Senigallia 30, Jesina 26, Russi 25, Recanatese 24, Imolese 22, Minatori Perticara 22, Sanmaurense 19, Faenza 17.

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Girone N: Arezzo 41, Monsummano 37, Vigor Fucecchio 37, Aquila Montevarchi 33, Poggibonsi 31, Signa 31, Sangiovannese 31, Castelfiorentino 29, Pro Firenze 29, Sestese 29, Aglianese 29, Santa Croce sull’Arno 28, Colligiana 27, Montecatini 24, Lanciotti Campi Bisenzio 23, Orvietana 19.

Girone O: Piombino 41, Grosseto 39, Massese 38, Rosignano Solvay 37, Pontedera 35, Pietrasanta 31, Olbia 29, Orbetello 29, Tuscania 29, Viterbese 28, Cecina 27, Follonica 25, Audace Ponsacco 25, Mobilieri Cascina 24, Pro Livorno 23, Forte dei Marmi 19,.

Girone P: Tivoli 45, Csrbosarda 38, Civitavecchiese 38, San Lorenzo Roma 38, Stefer Roma 37, Ostiense 37, Poligrafico Roma 32, Albatrastevere Roma 30, Latina 30, Frosinone 29, Almascalera Roma 26, Civita Castellana 20, Torres 17, Aurelia Roma 16, Tirreno Nettuno 15.

Girone Q: Maceratese 39, Sambenedettese 38, Virtus Spoleto 35, Forza e Coraggio Avezzano 32, Teramo 31, Chieti 29, Vastese 28, Tolentino 28, Fermana 28, L’Aquila 27, Foligno 26, Ascoli 25, Sulmona 22, Virtus Lanciano 18, Portocivitanovese 14;  Giulianova esclusa per incidenti.

Girone R: Juve Stabia 44, Benevento 41, Avellino 39, Frattese 38, Turris 31, Angri 31, Gragnano 29, Ilva Bagnolese 29, Juve Alfa Pomigliano 28, Casertana 28, Ercolanese 27, Afragolese 26, Sangiuseppese 25, Portici 24, Sorrento 22, SEI Napoli 18.

Girone S: Foggia 42, Catanzaro 38, Crotone 35, Foggia Incedit 32, San Severo 27, Potenza 26, Bisceglie 24, S.Pietro Vernotico 22, Audace Monopoli 27, Vigor Nicastro 21, Barletta 20, Molfetta 20, Castellana 19, Buffoluto 17. Azzaretti e San Ferdinando ritirate.

Girone T: Catania 47, Reggina 46, Igea Virtus Barcellona Pozzo di Gotto 36, Arsenale Messina 34, Drepanum Trapani 34, Acireale 34, Messina 33, Marsala 31, Akragas 30, Nissena 29, Gioiese 29, Cantieri Palermo 29, Notinese 28, Megara Augusta 21, Termini Imerese 14, Canicattì 5.

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Il Catania, una delle grandi del calcio italiano, tra Serie A e Serie B, in quel momento costretta, come nell’attualità, nel limbo della Serie C

Ecco le formazioni-base delle compagini partecipanti al girone A.

SAVONA: Castagno, Molinari, Vignolo, Puccini, Alvigini, Longoni, Zilli, Ighina, Cappelli, Siccardi, Manzelli (Ghersi, Giordani, Dodi, Testa, Gallina, Cereseto, Galluppo); all. Bertolotto, d.t. Cattaneo.

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Un grande Savona schierato in quel di Sanremo: vittoria per 2-0. In piedi da sinistra: Puccini, Manzelli, Siccardi, Longoni, Molinari, Zilli, Tonini (dir.); accosciati, da sinistra: Castagno, Cappelli, Ghersi, Ighina, Vignolo

FOSSANESE. Guzzoni, Fioccardi, Casaddidio, Gallino, Dutto, Marchiò, Sobrero, Garavaglia, Dominietto, Bo, Gerbotto (Uggiani, Pasquali).

SANREMESE: Villa, Todeschini, Oldani, Monza, Acquarone, Secco, Re Dionigi, Grammatica, Reddi, Codevilla, Ventimiglia (Frondana, Nuvoloni, Realini), all. Del Guerra.

VADO: Ferrero, Ghiorzi, Motto, Bacigalupo IV; Sappa, Barile, Marchese II, Tommasini, Mantero. Mucci, Marchese I  (Ghiorzi, Pelizzari), all. Bartoli.

SPERANZA SAVONA: Perlo, Ferro, Bernardini, Moroni, Schiappapietra, Baldini, Frumento, Vanara, Bartoli, D’Amore, Borgo (Giusto, Costa, Briano, Massone); all. Valentino.

IMPERIA: Bonino, Pegorer, Berri, Bellini, Modesti, Terrizzani, Ghiglione, Ameglio, Viglione, Esquilino, Boffardi (Zat, Alberti, Rossignan, Garibbo).

ACQUI: Bonelli, Belleno, Pastorino, Mollero, Troiani, Cibrario, Gottardo I, Rolando, Lombardi, Quario, Parisio  (Gottardo II).

CANELLI: Ligotti, Cabiati, Bianco II, Scanu, Trotter, Gentile, Barbero, Bavazzano, Molinari, Pasero, Aimone.

SAVIGLIANESE: Bersano, Perlo, Cassina, Piatti, Gili, Fabbri, Bortolotto, Biraghi, Poggio, Giletta, Di Martino  (Rosasco).

ALBENGA: Bossi, Fenech, Ascheri, Bottero, Ferro, Gini, Macciò, Littarelli, Facchinetti, Vacca, Bortoluzzi (Benso, Polleri, Testa, Pecchioni); all. Balloni.

CAIRESE: Valle, Vespi, Melandri, Milanese, Rinaldi, Olmi, Grassano, Selmi, Gandolfi, Ferro, Introini (Valle, Bianchi, Bensi, Bulbarella).

CUNEO:  Vernè, Seccomandi, Ghibaudo, Parola, Vercellone, Baldassari, Lovati, Bollano, Barbero, Metelliano, Bisetti (Chippa, Roatta, Strevi).

ALASSIO: Amoretti, Armanino, Vico, De Paoli, Gallo, Grossi, Mastroianni, Albertario, Turati II, Turati III, Leone (Saccheri, Del Guerra, Amadori, Rodi).

BRAIDESE: Albiati, Fusero, Vanni, Viola, De Maria, Ramella, Gamba, Florio, Operti, Chinelli, Stanganelli (Pelizza, Manna, Chiola).

SALUZZO: Scanferlato, Tosi, Lodi, Cicconi, Baldoni, Tagliano, Garbatini, Giordano, Innocenti, Zetti, Allione.

MONREGALESE: Pesenti, Cattaneo, Stiffan, Calcagno, Camilla, Clerico, Ferrarese, Baldola, Ellena, Caviglia, Inaudi (Chiaradia, Pellegrino, Cattaneo, Porsenna, Ferrarese).

SCUOLE CALCIO E ALLENATORI MANAGER IMPROVVISATI LA FABBRICA DEGLI INUTILI SOGNI

 

di FRANCO ASTENGO

Scuole calcio piene di ragazzini che sognano;  allenatori che si improvvisano manager  e intrecciano immaginarie “campagne acquisti”; genitori “tifosi” (che brutta parola “tifosi” non  esistono più gli “sportivi” o meglio gli “sportsman” all’inglese) che pagano quote faraoniche per far allenare i loro virgulti, impegnano le vacanze nei “summer camp” e contattano procuratori per improbabili provini, maledicendo trainer di paese che non fanno giocare “tra le linee”  e “nello spazio” il loro talentuoso ragazzo.

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Gianni Rivera,  esordiente in Serie A a 16 anni non ancora compiuti, con la maglia dell’Alessandria

Sono uscite statistiche impietose che andrebbero lette con attenzione per fare scelte e rivedere progetti e ambizioni. Emerge che non basta essere arrivati a giocare in una “Primavera” di serie A (impresa già molto complessa, difficile, abbisognevole di un insieme di doti tra le  quali “suerte” e capacità di relazione) o addirittura essere nel giro delle Nazionali Under 20 e Under 21.

Lasciamo parlare le cifre. Il 42% dei giocatori in rosa delle squadre vincitrici degli ultimi 5 tornei primavera oggi non sono calciatori professionisti. Tra questi in Serie A militano il 12%, il 13% in Serie B, il 20% in Lega Pro, il 25% in Serie D, il 17% in Eccellenza o al di sotto oppure hanno smesso del tutto di  giocare.

Le 8 finaliste dell’ultimo campionato Primavera hanno utilizzato il  38% di giocatori stranieri (nel complesso del campionato siamo al 22%). I nazionali under 20 dal 2011 ad oggi per il 27% giocano in Serie A, il 42% sono arrivati fino alla Serie B ma non vi hanno trovato dimora stabile perché il 23% gioca in Lega Pro e l’8% nei dilettanti oppure ha smesso.

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Kean primo” MIllenial “a segnare in Serie A

Ragazzi che in Lega Pro o in Serie D si trovano poi, convinti di essere professionisti come gli viene fatto credere, di fronte alle situazioni più impensate: mancati pagamenti, società traballanti in mano a vanitosi “finti” imprenditori convinti di fare i soldi con il calcio, con il pubblico latitante oppure pronto a schernire nell’eventualità di qualche sconfitta, addirittura chiedendo ai giocatori di presentarsi sotto la curva per dare spiegazioni circa l’andamento della partita.

Cifre significative e scriviamo di una élite: se scendessimo in chi è arrivato agli Allievi Nazionali (sempre in società militanti in Serie A e B) troveremmo percentuali di “dispersione” ancora più elevati.

Il calcio non è soltanto una fabbrica dei sogni per gli appassionati che lo seguono dagli spalti (sempre meno: è difficilissimo recarsi allo stadio, regno di ultrà ben voluti dalle presidenze delle società) o, ancor più  numerosi, in  tv annichiliti dalle tonitruanti telecronache e dal linguaggio esagerato dei giornali: tutto è diventato vittoria o nulla, analisi tecniche strampalate, esaltazione insensata del ruolo dell’allenatore, disquisizioni allo stremo sul modulo tattico (mentre si continua comunque a giocare in 11 per volta a squadra  e il terreno  di gioco misura sempre più o meno il classico 110 X 67), una vittoria per 1-0 viene raccontata come “aver steso l’avversario”. Un’elargizione a piene mani di incultura sportiva che arriva dagli schermi delle tv e dalle pagine dei giornali.

Certo che se facciamo passare per cultura sportiva gli “attaccare lo spazio” oppure  gli “attaccare la figura” dei vari commentatori tecnici stiamo freschi. Il calcio è sempre più la fabbrica dei sogni inutili per migliaia di ragazzi con società di Serie D e categorie inferiori che scimmiottano nei comportamenti i divi della  tv; con allenatori di Seconda Categoria che vantano Master e Patentini Uefa (un’altra fabbrica di illusioni) e rilasciano dichiarazioni improntate a quelle di Sarri o di Spalletti (esempi discutibili) e pseudo procuratori e altrettanto pseudo direttori sportivi che portano in giro per l’Italia ragazzi sprovveduti come pacchetti postali in località sede di squadre partecipanti a improbabili campionati nei quali si tenta di giocare mascherati da simil professionisti.

Reggerà questo baraccone? Ai posteri l’ardua sentenza, mentre ai vertici girano cifre impossibili da digerire per chi stenta a cucire il pranzo con la cena e si assegna al tutto un valore che (vedi mercato tv: Sky ha acquisito li diritti delle gare di Champions sborsando 800 milioni per tre stagioni) non ha nessuna corrispondenza neppure con una improbabile valutazione tecnica.

Il campionato di Serie A, tanto per fare una valutazione semplice, è stato vinto nel corso delle ultime sei stagioni dalla stessa squadra:un motivo ci sarà e non risiede, semplicemente ed esaustivamente, nella forza della Juventus.

Qualche volta, ripensando a questo stato di cose, sorge il dubbio di essere dei semplici nostalgici, di ambire allo “stare meglio quando si stava peggio”. Viene voglia di oratorio, di campetti brulli e sassosi, di palloni spelacchiati, di tornei dei Bar giocati nelle lunghe domeniche d’estate al Campo della Valletta (ma in tribuna si stipavano 3-4.000 spettatori), delle tribune di legno di Corso Ricci, Pino Ferro, Traversine.

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Sul campo dell’Oratorio Sacro Cuore 1961: la squadra dell’Aquila

La nostalgia prende ripensando alla trasferte fatte sui pullman di linea ad orari apparentemente impossibili (giocare l’avanspettacolo della partita delle 15, alle 13 in quel di Alassio o di Millesimo) e la partita delle 15, quella clou, di fronte a tutto un paese (perché quella a Calizzano come a Spotorno, a Noli come a Cogoleto era la “partita” come a Marassi o a San Siro. I risultati della serie A si ascoltavano con la radiolina, ed erano già tempi moderni).

La Serie A la si sognava e si sapeva chi erano quelli veramente bravi capaci di ambirla e qualche volta si erano incrociati: una selezione dura e seria che lasciava però a noi, delle categorie inferiori, tutto un fascino particolare che non era di imitazione a bassa lega come adesso ma rappresentava il far parte di un mondo con tratti caratteristici comuni per tutti.

Non si tratta di augurare il ritorno a quei tempi: ma vivaddio qualcosa di mezzo, di più umano, di più autenticamente sportivo, etico potremmo aggiungere, dovrebbe pur esserci tra questa tronfia e arrogante “Fiera delle Vanità” che brucia gran parte di chi vi si accosta e il nulla.

 

LEGGERE DI CALCIO, CHE PASSIONE CON GIORNALISTI GRANDI FIRME DA ZANETTI A BRERA E SCONCERTI 

di FRANCO ASTENGO

Fin da piccolissimo ho cercato di esercitare il precetto hegeliano riguardante la “lettura dei giornali, come preghiera dell’uomo moderno”. La lettura dei quotidiani mi ha sempre affascinato tantissimo ed anche adesso, pur con la molteplicità di mezzi d’informazione disponibili, il momento migliore della giornata resta comunque quello, al mattino presto, dell’acquisto dei giornali.

C’è stato un tempo, però, dove era difficile poter soddisfare questo tipo di esigenza. Nella Savona degli anni ’50 la crisi industriale mordeva forte e ci si dibatteva tra scioperi, occupazione delle fabbriche, ecc. Le condizioni economiche di una famiglia operaia erano tali per cui ogni risparmio di ciò che era considerato superfluo veniva imposto non tanto dalla volontà soggettiva ma dalle condizioni oggettive nelle quali ci si trovava, letteralmente, a “dover cucire il pranzo con la cena”.

L’acquisto dei giornali era così sacrificato ad esigenze superiori. Nella mia famiglia, nonostante mio padre e mia madre condividessero sicuramente la stessa mia propensione per la lettura, ci fu un lungo periodo nel corso del quale l’unico giornale che sfuggiva alla regola era l’Unità, che veniva recapitato alla domenica, porta a porta, dal buon Olivieri al quale non era assolutamente possibile dire di no.

Mi arrangiavo da mio zio Gigi che, per varie circostanze, poteva permettersi l’acquisto di qualche giornale e rivista. Mio zio ricopriva l’incarico di assessore comunale. L’unico privilegio di cui disponeva, non ricevendo alcun emolumento, era quello di poter lavorare all’Ilva sul turno 6-14 onde avere il pomeriggio libero per recarsi in Comune a svolgere la sua attività amministrativa. Di conseguenza ogni giorno alle 14 mi precipitavo per poter, appunto, leggere i quotidiani (La Stampa e l’Unità).

Soffrivo, però, la mancanza al lunedì della Gazzetta dello Sport, delle cronache delle partite ma soprattutto dei tabellini. Ero già un appassionato statistico e non poter seguire i diversi campionati dal quel punto di vista mi faceva davvero stare in pena. Una situazione che durò per diverso tempo e che riuscii a rompere con un “blitz” coraggioso.

Andiamo per ordine: il campionato lo seguivamo alla radio. Secondo tempo di una partita di Serie A, risultati finali, poi verso le 19 i risultati di serie B e serie C che annotavo diligentemente proprio sul bordo dell’Unità acquistata al mattino. Verso le 21 la Rai (l’Ente era già denominato così in quel periodo anche se esisteva soltanto la radiofonia) trasmetteva una serie di interventi di giornalisti famosi (Emilio De Martino, Nino Oppio, lo stesso Nicolò Carosio) che commentavano l’andamento delle partite di Serie A. La trasmissione era poi replicata al lunedì verso le 7 del mattino e con mio padre la riascoltavamo per farci rimanere impressi nella mente tutti i particolari riguardanti lo svolgimento delle partite.

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Nicolò Carosio “la voce”del calcio italiano

            Ma la lettura del giornale non poteva essere supplita in alcun modo dalla radio. Accadde, una domenica, un fatto importante: il Genoa giocò una grande partita a Torino, avversaria la Juventus, andando in vantaggio per 2-0 e poi cedendo per 3-2.

In quel frangente segnò l’unico suo goal in Serie A il terzino Fosco Becattini, da Sestri Levante, primatista di presenze in maglia rossoblu e vero idolo dei tifosi per le sue doti agonistiche fortemente spiccate. Quel goal di Becattini fece epoca, anche perché i cronisti lo descrissero come segnato da molto lontano, con un tiro scagliato più o meno dalla metà campo.

Alla sera del lunedì successivo, al rientro di mio padre dalla fabbrica, tentai il colpo a sorpresa, esclamando: “Hai sentito che goal ha segnato Becattini, perché non comperiamo il giornale per leggere come lo descrivono?”

Mio padre, quella volta, non resse la pressione e acconsentì: afferrai al volo le 30 lire necessarie e mi precipitai per le scale, sperando che il giornalaio fosse ancora aperto e che disponesse almeno di una copia della “Gazzetta”.

La “Gazzetta” c’era ed il colpo riuscì, con mia grande soddisfazione, e debbo dire che da quel giorno la morsa anti-giornali si allentò. Certo la soddisfazione più grande qualche anno dopo, disponendo di entrate proprie, è stata quella al mattino di poter acquistare i quotidiani, accompagnandoli anche, nel corso della settimana, da qualche rivista.

Il quadro della stampa sportiva oggi è però completamente cambiato: allora la “Gazzetta” era un vero ebdomadario di tutti gli sport: vi si trovavano i risultati delle partite di tutti i campionati di ogni disciplina e l’esito delle gare di tutte le attività agonistiche. Adesso la “rosea” è ormai modellata sulla tv e, sinceramente, non vi si ritrova quello spirito autentico di informazione sportiva che ne aveva caratterizzato l’identità per decenni.

Durante la settimana aspettavamo l’uscita del “Calcio e Ciclismo Illustrato” per disporre della visione fotografica delle gare che, in quella rivista diretta da Leone Boccali, era molto curata. Inoltre sulle colonne del “Calcio” disponevamo per una partita anche dell’affascinante “disegnata” di Carmelo Silva. In quel modo si comprendeva al meglio l’andamento del gioco.

Certo che la questione delle immagini rappresentava un bel problema: prima dell’avvento della tv si disponeva soltanto dei “flash” trasmessi al cinema dalla Settimana Incom, normalmente alla fine della programmazione.

A questo proposito mi è caro raccontare un altro episodio di carattere personale. Succede, infatti, che per un caso molto raro, la Samp travolga 5-1 la Juve a Marassi. La settimana successiva le immagini della partita furono irradiate dalla Settimana Incom. Mi trovai a passare davanti al Cinema Olimpia e leggendo la locandina mi accorsi che la programmazione prevedeva il filmato di quella partita. Si trattava di filmati ancora più corti di quelli che all’avvento della  tv sarebbero stati trasmessi dalla “Domenica Sportiva”. Allora aspettai che l’insegna luminosa collocata al di sopra della biglietteria indicasse “Attualità” e, senza occuparmi di quale fosse il film in programmazione, mi precipitai all’acquisto del biglietto. Assistetti alla settimana Incom, vidi tutti e cinque i goal della Sampdoria ed uscii dal cinema trionfante. Mi fermò la maschera: “Come mai vai già via?” Allora spiegai la ragione del mio ingresso e che del film non mi importava assolutamente nulla. Con un gesto di buon cuore mi furono restituiti i soldi del biglietto. L’amico Marietto Lenzuni, invece, più o meno a quei tempi, resistette per sei ore all’interno del cinema Ars per rivedere due volte il filmato di Palermo-Milan, con l’ex portiere del Savona Luigi Pendibene, capace di parare un rigore ad Annovazzi. I suoi genitori si spaventarono per l’assenza e diedero l’allarme ai vigili urbani: un pandemonio, per fortuna conclusosi con il classico “lieto fine”.

Se il “Calcio Illustrato” provvedeva alle immagini un’altra rivista, “Il Campione”, si collocava sulla frontiera del rapporto tra sport e cultura, quale emanazione di una sinistra che sapeva di incontrare così i gusti del grande pubblico e di compiere una operazione “nazional-popolare” di grande portata. Negli anni ’50 Togliatti, tifoso juventino, volle a tutti i costi l’edizione del lunedì dell’Unità, e la volle ad alto livello dal punto di vista giornalistico: l’operazione riuscì tanto da qualificare la testata come tra le migliori in diretta concorrenza al lunedì con il Corriere della Sera.

Svolgo un esempio concreto di come “Il Campione” diretto dall’ex-centroavanti della Juventus Felice Placido Borel “farfallino” trattava lo sport, citando le firme illustri che popolavano quelle pagine, comunque ben illustrate. Sfoglio così il numero del 10 Ottobre ’55 e trovo Vasco Pratolini (proprio lui, l’autore di “Cronache di Poveri Amanti” e delle “Ragazze di Sanfrediano”) che scrive la cronaca di Fiorentina-Inter 0-0.

A proposito del rapporto tra sport e letteratura il numero speciale dello Sport Illustrato, dedicato alla presentazione delle Olimpiadi di Helsinki del 1952, fu aperto da un lungo editoriale firmato da Dino Buzzati. Così come Alfonso Gatto, Pier Paolo Pasolini, Indro Montanelli tra gli altri, figurarono come inviati a diversi Giri d’Italia.

Su quel numero autunnale de “Il Campione” le altre partite erano commentate da giornalisti di primissimo piano come Bruno Slawitz e Martin. Al centro della rivista si trovava un racconto di pugilato di Ernest Hemingway, e ancora corrispondenze dall’Argentina, dal Brasile e dall’Ungheria. Il celebre architetto Luigi Airaldi illustrava a pagina 18 il progetto dell’ampliamento dello stadio di San Siro. Delia Scala e Carlo Dapporto presentavano il derby di Milano che si sarebbe giocato la domenica successiva. A pagina 22 si poteva leggere un racconto di Milena Milani (che non disdegnava di recarsi allo stadio per scrivere la cronaca delle partite) dal titolo “Michele ha fatto un goal”. Adolfo Consolini illustrava, con fotografie, la tecnica del lancio del disco; Giuseppe Signori, il più grande giornalista di pugilato nella storia del giornalismo italiano, rievocava i miti trascorsi dei pesi massimi; Giancarlo Fusco proseguiva – a puntate – la biografia di Aldo Spoldi; Attilio Camoriano, il “poeta del ciclismo” e scrittore di grandissima vaglia, descriveva la sfida nell’inseguimento su pista tra Messina e Coppi. E non è tutto: ho descritto soltanto alcuni degli articoli presenti in quella inimitabile rivista.

Erano davvero altri tempi per il giornalismo sportivo, ma da qui in avanti cercherò di entrare meglio nel merito citando quelli che, a mio giudizio, sono stati i grandi aedi del giornalismo sportivo italiano.

Il primo posto spetta ad uno scrittore che non fece del calcio il suo argomento preferito e che ho già ricordato poche righe addietro: Attilio Camoriano, che di football scrisse poco perché impegnato, sulle colonne dell’Unità, del Campione e dello Sport Illustrato a descrivere gli eventi del ciclismo ed in particolare le gesta di Fausto Coppi, di cui fu anche un attentissimo e ispirato biografo. Partigiano comunista dal ciuffo biondo, mi capitò di scorgere Camoriano dal finestrino della macchina color argento dell’Unità al seguito del Giro d’Italia e anche quello fu un momento emozionante.

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Attilio Camoriano, Vasco Pratolini, Alfonso Gatto e Michele Quartieroni inviati al giro d’Italia

Subito dopo Gianni Brera, il grande maestro del giornalismo sportivo italiano, passato dalla Gazzetta dello Sport al “Giorno” e, soprattutto, al Guerin Sportivo sulle cui colonne teneva la rubrica principale “l’Arcimatto”, una sorta di commento in libertà al campionato laddove sommava fatti calcistici ad altri di cronaca e di costume disegnando godibilissimi affreschi.

Brera fu anche l’inventore delle “pagelle” ai calciatori in chiusura al commento delle partite (sulle “pagelle” ritornerò comunque più avanti): un rischio nell’Italia del Campanile e delle eterne discussioni calcistiche e/o calciofile ma che si imposero come un vero e proprio modello al punto che, adottate da tutti, diedero lo spunto per la creazione di un gioco: il “Fantacalcio”, ideato circa vent’anni fa da due sconosciuti appassionati e diventato rapidamente il gioco “principe” per misurare la competenza di tantissimi interessati, che si sfidano tra loro schierando migliaia e migliaia di formazioni immaginarie.

Brera non ha scritto soltanto di calcio, è stato anche romanziere e – soprattutto – grande competente di atletica leggera. Il figlio ha curato la pubblicazione, in unico volume, dei suoi articoli redatti in occasione di campionati europei e Olimpiadi. Si è trattato di una occasione unica per leggere un Brera forse dimenticato ma al livello di quello che seppe scrivere un testo fondamentale come la “Storia Critica del Calcio Italiano”.

Nell’illustrare i passaggi di Brera da un giornale all’altro mi è capitato di citare il “Giorno”, ed a quel quotidiano vorrei dedicare alcune righe.

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GioannBrera fu Carlo

L’uscita de il “Giorno”, nelle edicole alla metà degli anni ‘50, fu preceduta da una intensa campagna pubblicitaria: ricordo ancora il manifesto illustrante un signore che indossava un pigiama verde nell’atto di spalancare una persiana, in modo da poter disporre di una visione del mondo. Quel quotidiano rappresentò una operazione editoriale di grandissimo livello ed innovazione giornalistica del tipo di quella che, vent’anni dopo, fu tentata con successo da “Repubblica”. Era finanziato dal manager di Stato Enrico Mattei, personaggio controverso finito tragicamente in un incidente aereo dai contorni rimasti misteriosi. Mattei era legato alla corrente fanfaniana della Dc di cui era stato rappresentante nel Cln dell’Alta Italia (è ritratto nella foto della sfilata della Liberazione a Milano a fianco di Parri, Longo e del generale Cadorna).

Il giornale era nato per sostenere l’operazione politica, in quel momento ancora in fase embrionale, di costruzione di una maggioranza di governo allargata al Psi. Mattei fece un giornale modernissimo affidandone la direzione prima a Gaetano Baldacci, che alla guida del settimanale ABC aveva dimostrato doti di grande spregiudicatezza e fiuto giornalistico, e successivamente ad Italo Pietra, socialista, giornalista dallo stile inimitabile e comandante durante la Resistenza delle Brigate Garibaldi nell’Oltrepò Pavese.

Soprattutto Mattei ingaggiò due veri e propri “cannoni” del giornalismo, gli stessi che furono, poi, arruolati da Eugenio Scalfari al momento del lancio di “Repubblica” nel 1976: Giorgio Bocca e –appunto – Gianni Brera. Il “Giorno” dedicò, di conseguenza, grande attenzione allo sport e in particolare al calcio rendendolo così importante nella storia del giornalismo sportivo del nostro paese. Fu il primo quotidiano (tra le riviste lo faceva già lo Sport Illustrato) a pubblicare le foto a colori delle squadre e delle partite.

A questo punto mi trovo nuovamente nella difficoltà di selezionare le citazioni, perché tanti sono i nomi e le circostanze che si affollano nella mente. Proverò, quindi, a seguire un metodo principiando dal citare i giornalisti che compilarono nel 1964 una meravigliosa storia illustrata del Calcio Italiano, che conservo ancora con grandissima cura.

Nel contenitore – originale – nel quale questi fascicoli sono ancor oggi conservati si trovano anche due copie degli inserti tratti proprio dal “Giorno” con le foto a colori delle squadre di Serie A e B, curati da Gian Maria Gazzaniga, che molti ricorderanno come giornalista televisivo agli esordi del “Processo del Lunedì” di Aldo Biscardi, una trasmissione che ebbe un successo strepitoso.

All’interno dello stesso contenitore è conservato anche un inserto pubblicitario della Valsport che reclamizza palloni e le prime scarpe da calcio con la suola di gomma che si riveleranno una vera e propria liberazione rispetto a quelle con i tacchetti di cuoio (purtroppo però non sono riportati i prezzi).

Torno alla “Grande Storia del Calcio Italiano” e ai giornalisti che la compilarono. Per la Nazionale il curatore era Leone Boccali, storico compilatore dell’Almanacco del Calcio fin dalla sua prima edizione del 1939 e direttore a vita del “Calcio e Ciclismo Illustrato”: ottimo intenditore e cronista delle partite, scrittore di libri e romanzi.

La storia del campionato era invece curata da Antonio Ghirelli, altro personaggio che merita un discorso a parte: scrittore molto facondo, comunista uscito dal Pci dopo i fatti d’Ungheria e approdato al Psi, scrisse a metà degli anni ’50 una “Storia del Calcio Italiano” da considerarsi davvero un punto fermo nella storiografia del nostro gioco, precedendo quella “Critica” di Brera cui ho già accennato. Ghirelli (scomparso recentemente) non scrisse soltanto di sport ma ricoprì anche altissimi incarichi politici come capo dell’ufficio stampa, prima del Presidente della Repubblica Pertini e poi del presidente del Consiglio Craxi.

La citazione di Leone Boccali mi fa sviluppare un inciso dedicato agli almanacchi del calcio: preziosissimi strumenti per chi intenda seguire da vicino le vicende calcistiche.

Gli almanacchi scandiscono le stagioni degli appassionati: personalmente ne posseggo una collezione sterminata unendo ai “Boccali” i successivi “Panini”, le copie dell’agendina Barlassina degli anni ’30-’40, le annate dell’Almanacco del Calcio Mondiale curato per un certo periodo dal giornalista torinese Lo Presti di Tuttosport e la ricostruzione dei campionati di serie A, B, C curati in appositi volumetti stagione per stagione da Fontanelli (prima per l’editrice Gea e successivamente per Mariposa).

Per un certo periodo la “Gazzetta dello Sport” a fine anno pubblicava addirittura un almanacco contenente i risultati di tutte le discipline sportive. Un vero mare di dati che adesso, nel mondo moderno, sono facilmente reperibili attraverso Internet e che, all’epoca, richiedevano la fatica della ricerca e di una non facile compilazione.

A proposito degli Almanacchi del Calcio mi è capitato per diverse volte di recarmi ad Oneglia a casa di Alessandro Natta, severo intellettuale “normalista” che, nel corso della sua lunghissima carriera politica, aveva ricoperto anche l’incarico di segretario generale del Pci, a seguito dell’improvvisa scomparsa di Enrico Berlinguer. Natta mi riceveva nello studio della sua modesta abitazione di via Serrati (Serrati di cui è stato il più acuto ed attento biografo): uno studio le cui pareti erano interamente, come era logico attendersi, nascoste dai libri. Ebbene: nello scaffale situato all’altezza della scrivania del professor Natta – tifoso del Genoa – era collocata, proprio in bella mostra, la collezione degli Almanacchi del Calcio, i Boccali ed i Panini di cui ho già parlato a lungo.

A questo punto inizio davvero a scorrere i volumi di questa storia del calcio italiano per citare le firme dei vari articoli.

Nel primo volume la storia della Pro Vercelli è firmata da Ettore Berra, forse il giornalista italiano dagli anni ’20-’40 capace di interpretare al meglio l’evoluzione tattica del gioco e di divulgarla con estrema chiarezza.

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Ettore Berra

            I primordi della Nazionale sono descritti da Renzo De Vecchi, uno dei più grandi giocatori nella storia, soprannominato “Il Figlio di Dio”, poi trasformatosi in giornalista (la sua professione è stata comunque quella del bancario): altro rigorosissimo esegeta del gioco, che non concedeva nulla alla fantasia del lettore.

Terza firma di questo primo fascicolo un personaggio di cui ho già parlato a lungo nel corso di questo lavoro, Vittorio Pozzo, il c.t. della Nazionale bi-campione ’34-’38 e medaglia d’oro olimpica ’36, giornalista alla “Stampa” anche nel periodo in cui ricopriva l’incarico di conducator della Nazionale. Pozzo contemporaneamente per vivere lavorava come impiegato alla Pirelli.

La prima vittoria sulla Germania (1923) è illustrata da un articolo di Mario Zappa, altro giornalista tecnico capace di scrivere anche dei veri e propri manuali sul gioco come quello uscito nelle edizioni della Sperling e Kupfer negli anni ‘50: una serie di libri dalla copertina gialla nei quali erano illustrate le tecniche ed i regolamenti di tutti gli sport.

La vicenda della revoca dello scudetto al Torino, stagione ’26-’27, è illustrata da un articolo di Giuseppe Zanetti, “il maestro”, che successivamente avrebbe ricoperto l’incarico di segretario generale della Federcalcio. A lui fu intitolato, per molti anni, il trofeo messo in palio tra le Rappresentative Regionali: la Liguria ne sfiorò la conquista nel 1960, perdendo ai rigori la finalissima disputata allo stadio Flaminio di Roma per opera dell’Emilia Romagna.

Renato Casalbore scrive del trio Baloncieri-Libonatti-Rossetti e merita un ricordo particolare. Fondatore di Tuttosport con Carlo Bergoglio “Carlin” (grande disegnatore satirico per il Guerin Sportivo), Casalbore cadde nella tragedia di Superga assieme ad altri giornalisti come il padre di Renzo Tosatti (anche lui dolorosamente scomparso molto giovane) avendo seguito la trasferta del grande Torino a Lisbona.

La prima trasferta della Nazionale in Portogallo e Spagna (1928) è descritta da un articolo di Emilio De Martino, autentico “vate” dello sport italiano, direttore della “Gazzetta” e dello “Sport Illustrato”.

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Emilio De Martino

            Con De Martino cambiamo campo rispetto ai rigidi schemi di divulgazione tecnica dei Berra, De Vecchi, Zappa e passiamo ai descrittori dell’epopea, dei costruttori del calcio come romanzo: non a caso uno dei libri di De Martino si intitolava proprio “Il Romanzo della Nazionale azzurra”. Un genere che ebbe una grande fortuna nell’Italia dell’epoca grazie ad una vera e propria generazione di “trascinatori” delle folle calcistiche, primo fra tutti il radiocronista Nicolò Carosio capace di far sognare milioni di tifosi davanti all’apparecchio con le sue iperboli (celeberrima il “quasi rete” per descrivere un’azione davvero pericolosa ma non conclusa in goal).

Italia-Spagna, doppia partita dei quarti di finale dei mondiali del ’34, è illustrata da un “pezzo” di Bruno Roghi, altro grande giornalista appartenente al filone dell’immaginifico capace di un ritmo di scrittura davvero scintillante, per molti anni direttore della “rosea”.

Compare anche Luigi De Angelis, giornalista romano del “Littoriale” denominazione originaria del Corriere dello Sport. A questo proposito ricordiamo che l’Italia ha avuto un periodo con quattro quotidiani sportivi: il già citato Corriere dello Sport a Roma, il torinese Tuttosport, la “rosea” Gazzetta dello Sport, il “verde” Stadio bolognese. Quest’ultimo è stato diretto a lungo da Aldo Bardelli, un livornese, altro giornalista tecnico molto influente negli ambienti federali e per un certo periodo componente della stessa Commissione per le squadre nazionali.

Compaiono anche articoli di Fulvio Bernardini, giornalista professionista in precedenza all’affermarsi come allenatore di primissimo livello.

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Fulvio Bernardini. Fu escluso dalla Nazionale da Pozzo che lo appellò: “ Dottore lei gioca in un modo troppo intelligente”. Bernardini rispose: “Commendatore è perché lei vuol far giocare quegli spaccaossa dei suoi juventini” 

Le caratteristiche tecniche del duo Mazzola-Loich sono analizzate in un articolo di Roberto Copernico, altro giornalista appartenente al filone dei “tecnici” a lungo direttore sportivo del Torino e successore di Vittorio Pozzo sulla panchina della Nazionale, affiancato dallo stesso presidente granata Ferruccio Novo.

La debacle della Nazionale ai mondiali brasiliani del ’50 è raccontata da un articolo di Gianni E. Reif, giornalista che si collocava a metà tra la scuola dei “tecnici” e quella degli epigoni dell’immaginario, a lungo firma di punta del “Guerino” e capace di trasformarsi anche in imprenditore giornalistico dirigendo la rivista “Supersport” che ebbe una certa fortuna negli anni ’60 anche per via di una magnifica parte illustrata.

È presente anche Carmelo Silva, il grande autore delle “disegnate”, e Rizieri Grandi, altro giornalista romano e firma illustre di molti quotidiani del centro-sud in particolare del “Messaggero”.

Completo il quadro delle citazioni sfogliando un altro monumento scritto alla storia del calcio italiano ed internazionale: “Il Pallone d‟Oro” in cinque volumi, curati da Valentino Perna. Una rassegna davvero completa.

Il coordinamento editoriale era di Vladimiro Caminiti, fantasioso giornalista di Tuttosport, uomo di grandissima cultura accanto al quale mi capitò di assistere – in tribuna stampa – ad un famoso derby Savona-Genoa: Serie B ’66-’67, vittoria clamorosa degli striscioni con un goal di Glauco Gilardoni, per la dura legge dell’ex.

Figurano qui le firme più valide del giornalismo sportivo italiano dagli anni ’60 in avanti. Toni Bellocchio, Aldo Biscardi, Adalberto Bortolotti corrispondente della “Gazzetta” da Bologna. Rino Bulbarelli padre del giornalista televisivo Auro che attualmente si occupa di ciclismo. Giulio Cappelli altro esponente dell’ala “tecnica” campione olimpico a Berlino nel ’36 e direttore tecnico dell’Inter. Luigi Caserza, genovese e genoano, corrispondente dalla Superba per il “Calcio Illustrato”. Ezio De Cesari a lungo direttore del “Corriere dello Sport” e Massimo Della Pergola, l’inventore del gioco del Totocalcio che ideò mentre era confinato in Svizzera durante la seconda guerra mondiale.

Luigi Gianoli, forse dal punto di vista puramente letterario la miglior “penna” del giornalismo sportivo italiano, grande intenditore di cavalli e del mondo dell’ippica. Stefano Jacomuzzi, un vero “storico” dello sport e autore di una enciclopedia in materia, e Giorgio Lago direttore del “Gazzettino di Venezia”. Piero Molino di Tuttosport, Gino Palumbo poi direttore della “Gazzetta” e Giglio Panza, altro grande scrittore che diresse a lungo proprio “Tuttosport” distinguendosi per la pacatezza dei giudizi (un esempio per il giornalismo “super urlato” di oggi).

Luigi Scarambone che nell’intervallo a metà degli anni ’60 tra la gestione Boccali e quella Panini assicurò la continuità nella compilazione dell’Almanacco del Calcio. Piero Sessarego, polemista di vaglia, ed Emilio Violanti, finissimo interprete per molti anni del calcio milanese. Gualtiero Zanetti, figlio del “maestro” segretario della Figc e direttore della Gazzetta; Maurizio Barendson, affermatosi come giornalista televisivo ma scomparso giovane, e l’altra voce della radio e poi della  tv Sandro Ciotti. Infine il grande presentatore televisivo Enzo Tortora, dalle personali tormentate vicende, capace di scrivere di calcio con grande arguzia e competenza.

Ritengo, a questo punto, di aver offerto un panorama abbastanza completo dell’epoca d’oro del giornalismo sportivo italiano. Aggiungo per concludere questa parte, non dimenticando due ottimi telecronisti come Nando Martellini per il calcio e Adriano De Zan per il ciclismo (erede del grande Mario Ferretti autore della formula “Un uomo solo al comando …”), i nomi di Mario Sconcerti e di Candido Cannavò. Gli ultimi veri epigoni delle due grandi scuole che ho cercato di descrivere.

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Mario Sconcerti “Navarro”

Mario Sconcerti “Navarro”, sodale di Gianni Brera assieme al quale descrisse il trionfo dell’Italia ai Mondiali dell’82 dalle colonne di “Repubblica” e oggi editorialista sportivo del “Corriere della Sera” e autore di un libro sulla “Storia delle idee del calcio” dalle origini ai giorni nostri. Sconcerti può essere indicato come il prosecutore della stirpe dei De Vecchi, Berra, Zappa e Pozzo (non a caso si è occupato direttamente anche di calcio giocato rivestendo l’incarico di amministratore delegato della Fiorentina).

Candido Cannavò, direttore per antonomasia della “Gazzetta”, scomparso qualche anno fa, può essere indicato invece come il “continuum” del filone degli Emilio De Martino, dei cantori, cioè dell’epopea pallonara.

 

LA DIMENTICATA COPPA LATINA ANTENATA DI CHAMPIONS LEAGUE E COPPA DEI CAMPIONI

 

di FRANCO ASTENGO

L’attuale elefantiaca Champions League ha rappresentato sicuramente il punto di passaggio verso un Campionato Europeo per squadre di club al quale sembrano puntare le principali compagini e i più importanti network televisivi.

Nel frattempo è impallidito il ricordo del torneo antesignano della Champions: la Coppa dei Campioni d’Europa organizzata a partire dal 1955 su ispirazione del quotidiano sportivo francese L’Equipe e del suo direttore Henry Delanuay, grande inventore di competizioni ad alto livello (sua l’idea, ad esempio, del Tourist Trophy motociclistico che si disputava sul circuito dell’Isola di Man) che, nel calcio, si è assunto la paternità sia – appunto – della Coppa dei Campioni sia, dal 1960, del Campionato Europeo per squadre nazionali.

Alla Coppa dei Campioni erano ammesse soltanto le squadre vincitrici dei rispettivi campionati (in una Europa ante-caduta del muro di Berlino, quindi con un numero di stati nazionali molto ridotto) che si affrontavano ad eliminazione diretta con gare di andata e ritorno ed eventuale “bella” in campo neutro (non si calcolava, all’epoca, la differenza reti con il conteggio dei goal in trasferta validi “doppio” in caso di parità e neppure si tiravano, alle fine delle partite chiuse in parità, i calci di rigore). Al termine della “bella” se la situazione era quella di totale parità si eseguiva il sorteggio: in questo modo, nel 1965, fu beffato il Bologna al termine di uno spareggio giocato a Barcellona avversario l’Anderlecht.

Se il ricordo della Coppa dei Campioni si è impallidito con il tempo quasi sparita è la memoria delle competizione progenitrice, la Coppa Latina che si disputò dal 1949 al 1957: è proprio alla Coppa Latina che dedichiamo questa ricostruzione storica.

Fino all’istituzione della Coppa dei Campioni, la Coppa Latina fu tra le più prestigiose competizioni calcistiche europee dell’epoca. Il torneo si svolgeva in giugno–luglio, al termine dei campionati nazionali, ed era ospitato in uno o due stadi di uno dei quattro paesi partecipanti (a rotazione); la formula era quella della final four, con accoppiamenti di semifinale in gara unica e, a seguire, le finali. Partecipavano le squadre campioni nazionali (oppure in caso di impossibilità le seguenti in classifica) di Portogallo, Spagna, Francia, Italia.

Non fu disputata nel 1954, in quanto nello stesso periodo si disputò la fase finale dei mondiali svizzeri, vinti dalla chiacchieratissima Germania Ovest in odore di doping sull’Ungheria. La Coppa dei Campioni nacque con la stagione 1955-56 e per un biennio le due competizioni si sovrapposero; il Real Madrid le vinse entrambe nel 1957. La Coppa Latina fu definitivamente abolita nel 1958, visto il carattere più ampio della Coppa dei Campioni, aperta alle squadre di club di ogni federazione europea.

Il trofeo è stato vinto due volte ciascuno da Barcellona, Milan, e il mitico Real Madrid allenato da Villalonga in cui brillavano le stelle Di Stefano, Gento, Kopa e Gento; una da Benfica e Stade Reims. Blaugrana, Rossoneri, Blancos e Águias hanno vinto successivamente la Coppa dei Campioni/Champions League due o più volte, mentre i Rémois sono stati finalisti in due occasioni (1956 e 1959, in entrambi i casi sconfitti dai madrileni).

Questo l’albo d’oro della Coppa Latina.

1949:  Barcellona

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1950:  Benfica

1951:  Milan

1952:  Barcellona

2

Il Barcellona vincitore della Coppa Latina 1952: Ramallets, Rodriguez, Segarra, Segui, Calvet, Ferrer, Soler, Basora, Extebarria, Kubala, Moreno

1953:  Stade Reims

1955: Real Madrid

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Il Real Madrid allenato da Josè Villalonga vincitore nel ’55: Juan Alonzo, Navarro, Oliva, Lesmes II, Munoz, Zarraga; accosciati: Molowny, Perez Paya, Di Stefano, Rial, Gento 

1956:  Milan

1957: Real Madrid

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Il Real Madrid di nuovo vincitore nel 1957: da sin., in piedi, Juan Alonzo, Torres, Marguitos, l’allenatore Villalonga, Lesmes II, Munoz, Antonio Ruiz, Joseito; accosciati: Kopa, Di Stefano, Rial, Gento

Alla prima edizione nel 1949 per l’Italia partecipò il Torino: la società era stata appena colpita dalla grande tragedia di Superga, ma il presidente Novo non volle mancare l’appuntamento. Fu allestita una squadra di fortuna composta, in parte, dai ragazzi che avevano terminato il campionato e da altri giocatori rientrati da prestiti vari.

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La prima pagina de “Il Calcio Illustrato” dedicata alla partenza del Torino per la Spagna

La prima gara fu giocata a Madrid il 26 Giugno e registrò la sconfitta dei granata ad opera dello Sporting di Lisbona con il punteggio di 3-1. Rete torinista di Marchetto. Questa la formazione: Gandolfo, Bersia, Cuscela, Macchi (Giuliano), Nay, Gremese II, Frizzi, Pravisano, Marchetto, Gianmarinaro, Carapellese.

Nella  finale di consolazione riscatto dei granata sullo Stade Reims per 5-3 (gara giocata a Barcellona il 1 Luglio). Reti: Pravisano (2), Carapellese (2), Marchetto.

Formazione: Moro, Bersia, Cuscela, Giuliano, Nay, Gremese, Frizzi, Pravisano, Marchetto, Santos, Carapellese (dall’Argentina era arrivato Jo Santos, in seguito ottimo allenatore, scomparso giovanissimo nel 1964 mentre allenava il Genoa, vittima di un incidente stradale).

Completiamo la ricostruzione dettagliando i due successi finali del Milan.

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Il Milan vincitore della Coppa nel 1951: da sinistra, in piedi, De Grandi, Gren, Silvestri, il presidente Trabattoni, Bonomi, Tognon, Buffon, Liedholm; accosciati: Annovazzi, Burini, Renosto, Nordhal

Edizione 1951, disputata a Milano. Semifinale, 20 Giugno

Milan – Atletico Madrid 4-1

Reti: Renosto (3) Nordhal.

Milan: Buffon, Silvestri, Bonomi, Annovazzi, Tognon, De Grandi, Burini, Gren, Nordhal, Liedholm, Renosto; all. Czeizler, d.t. Busini.

Finale, 24 Giugno

Milan – Lille 5-0

Reti: Nordhal 3, Burini, Annovazzi.

Milan: Buffon, Silvestri, Bonomi, Annovazzi, Tognon, De Grandi, Burini, Gren, Nordhal, Liedholm, Vicariotto; all. Czeizler, d.t. Busini.

E’ un Milan stellare a liquidare Atletico Madrid e Lille. Il duo Czeizler-Busini può contare sul portiere Buffon (futuro marito della presentatrice Eddy Campagnoli, valletta di Mike Bongiorno in “Lascia o raddoppia?”), su una difesa granitica con Silvestri, poi allenatore del Genoa, e Tognon (un passaggio in panchina a Savona), il classicheggiante Annovazzi in mediana, ma soprattutto sul trio delle meraviglie Gren-Nordhal-Schiaffino.

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La formazione del Milan scesa in campo nella vittoriosa finale della Coppa Latina 1956, giocata all’Arena Civica di Milano e vinta 3-1 contro l’Athletic Bilbao. In piedi (da sinistra): Schiaffino, Maldini, Liedholm (capitano), Zagatti, Mariani; accosciati (da sinistra): Fassetta, Buffon, Bagnoli, Radice, Dal Monte, Frignani

Edizione 1956 disputata all’Arena di Milano

Semifinale 29 Giugno

Milan – Benfica 4-2

Reti: Mariani, Bagnoli, Schiaffino (2).

Milan: Buffon, Maldini, Zagatti, Liedholm, Pedroni, Radice, Mariani, Bagnoli, Dalmonte, Schiaffino, Frignani; all. Puricelli.

Finale 3 Luglio

Milan  – Bilbao 3-1

Reti: Bagnoli, Dalmonte, Schiaffino.

Milan: Buffon, Fassetta, Zagatti, Liedholm, Maldini, Radice, Mariani, Bagnoli, Dalmonte, Schiaffino, Frignani; all, Puricelli.

Altro trionfo rossonero, questa volta con Puricelli in panchina. Liedholm e Schiaffino sono i direttori d’orchestra; la difesa è pilotata da Cesare Maldini ed è l’inizio di un lungo amore e di una saga familiare (poi arriverà Paolo). Radice e Bagnoli sono gli uomini di fatica, Dalmonte e Frignoni le punte.