IL DERBY SAVONA – ALBISOLA RITORNA DOPO 60 ANNI BIANCOBLU MAI SCONFITTI

a cura di LUCIANO ANGELINI  e FRANCO ASTENGO

A distanza di sessant’anni Savona e Albisola tornano a frequentare la stessa categoria: questa volta si tratta della Serie D e ci troviamo al vertice nella storia dei “ceramisti” che mai in precedenza avevano partecipato a campionati di livello interregionale.

Al tempo della nostra storia, invece, il derby Savona – Albisola si svolse all’interno del campionato di Promozione Ligure girone A. Un campionato di lusso per l’Albisola che vi era approdata vincendo il torneo di Prima Divisione 1952 – 53 e una fase di vera e propria mortificazione per il Savona che, dopo aver sfiorato la serie B nella stagione 1948 – 49, era incappato in una fase di forti difficoltà finanziarie dovute alla prima grande crisi della città industriale.

Il momento, tra la fine degli anni ’40 e i primi ’50, si presentava come particolarmente delicato. Sono gli anni del primo ridimensionamento della struttura industriale. La ristrutturazione dell’industria bellica e in particolare della siderurgia, considerata anche la scelta geo politica attuata per favorire lo SCI di Cornigliano nell’ambito del Piano Sinigaglia, colpì particolarmente l’area industriale Savona – Vado facendo crescere il numero dei disoccupati. I grandi complessi dell’Ilva, della Scarpa e Magnano, della Monteponi si trovarono così nell’occhio del ciclone vedendosi ridimensionate le prospettive industriali e di conseguenza gli organici. Di conseguenza si ridussero anche le risorse disponibili per la principale squadra di calcio e vanamente Stefano Del Buono si appellò per difendere la sua amata “navicella bianco blu”.

La ripresa poi fu difficile, complicata, ma alla fine di pieno successo: al termine del decennio, proprio nella stagione 1959 – 60 con la costruzione del nuovo stadio di Legino, la società bianco blu riprese il proprio posto nell’élite del calcio italiano.

Ma andiamo per ordine e occupiamoci del derby Savona – Albisola. La prima occasione si verificò il 3 Gennaio 1954, campo di Corso Ricci.

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L’Albisola capace della grande impresa di salire in Promozione. Formazione: Cavallo, Reano; Lubrano, Manzini, Montefiori; Rossello, Meda, Gervasio, Ferri, Pischedda 

12a giornata

SAVONA – ALBISOLA 2-2

Reti: Galuppo 14’. Marrone 17’, Ruga 62’, Ilgrande 68’.

Savona: Rivoire, Reggiani, Briano, Galindo, Manfredini, Marrone, Ilgrande, Delfino, Mino Persenda, Rognoni, Gambino.

Albisola: Di Stefano, Zerega, Losano, Pischedda, Delfino, Scorzoni, Galuppo, Casarino, Sabatelli, Ruga, Bianchi.

Arbitro:  Raimondo di Genova.

Domenica 9 maggio 1954, 28° giornata

Campo Faraggiana

Albisola – Savona 2-2

Reti: Galuppo 26’, Ilgrande 34’, Bartolini 57’, Ilgrande 69’.

Albisola: Casella, Zerega, Casarino, Lobrano, Ferri, Scorzoni, Bartolini, Galuppo, Delfino, Pischedda, Ruga.

Savona: Rivoire, Reggiani, Briano, Galindo, Manfredini, Marrone, Mino Persenda, Rognoni, Ilgrande, Delfino, Gambino.

Arbitro:  Montrucchio di Torino.

CAMPIONATO 1954 – 55

Domenica 14 Novembre 1954,  7° giornata

Campo Corso Ricci

SAVONA – ALBISOLA 1-0

Rete: Padula al 47’.

Savona: Moscino, Reggiani, Sguerso, Mariani, Cavanna, Marrone, Padula, Briano, Grossi, Solari, Ilgrande.

Albisola: Di Stefano, Toriello, Lobrano, Macripodari, Mantero, Scorzoni, Galuppo, Ruga, Randazzo, Pischedda, PIzzimbone.

Domenica 13 marzo 1955, 22° giornata

Campo Faraggiana

Albisola – Savona 0-2

Reti: Ilgrande 73’ e 80’.

Albisola: Di Stefano, Pedemonte, Visconti, Macripodari, Mantero, Scorzoni, Randazzo, Ruga, Galuppo, Salla, Mazzarello.

Savona: Fusco, Reggiani, Parodi, Mariani, Cavanna, Marrone, Padula, Zunino, Ilgrande, Briano, Solari.

Arbitro: Volpi di Milano.

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Nell’immagine del Savona stagione 1954 – 55 da notare la presenza di personaggi di grande spicco nella storia cittadina. C’è l’allenatore Cicerin Dante che, nel momento di difficoltà, era passato dagli allievi alla prima squadra; penultimo da sinistra in piedi Sergio Sguerso giocatore, allenatore, maestro di scuola per intere generazioni, poeta, consigliere comunale personaggio poliedrico amato da tutti in Città; secondo accosciato da destra Mario Briano che, tra gli anni ’60 – ’70 sarà appassionato presidente dell’Albisola, del Savona portando la squadra sulla soglia della Serie B e della Veloce.

CAMPIONATO 1955 – 56

Domenica 16 ottobre 1955, 2° giornata

Campo Faraggiana

Albisola – Savona 0-0

Albisola: Di Stefano, Lobrano, Taverna, Lanzarotti, Mantero, Romolo Varicelli, Pischedda, Bergallo, Plebani, Briano, Macripodari.

Savona: Moscino, Gottardo, Parodi, Mariani, Cavanna, Ferrero, Lunardi, Madini, Rolando, Trevisan, Celani.

Arbitro:  Marengo di Chiavari.

Domenica 12 febbraio 1956 , 17° giornata

Campo Corso Ricci

Savona – Albisola 2-1

Reti: Bergallo 10’, Mariani 46’, Celani 56’.

Savona: Moscino, Cavanna, Parodi, Mariani, Valentino Persenda, Bruno, Rolando, Madini, Celani, Trevisan, Ilgrande.

Albisola: Franco Oscar, Reggiani, Taverna, Macripodari, Mantero, Romolo Varicelli, Visconti, Bergallo, Plebani, Pischedda, Mucci.

Arbitro : Galatolo di Santa Margherita Ligure.

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Anche in questa foto di inizio stagione si trovano personaggi di grande spicco per la nostra storia. Da Caviglione, grande protagonista in campo negli anni ’30, a Rinaldo Roggero, l’ala più veloce nazionale alle Olimpiadi di Anversa del 1920 (il giorno in cui fu scattata la foto doveva fare molto caldo per far rinunziare a Roggero il suo celebre farfallino), il vice presidente Oddera, re della pesca, con a fianco il capitano De Caroli (capitano del Savona negli anni ’20) e Stefano Del Buono, ormai assurto al ruolo di “presidentissimo”. Secondo accosciato da sinistra un giovane Gaetano Chiarenza il sempiterno segretario (quando ci si affacciava in sede chiedeva immancabilmente: ”Quando esce mi spedirebbe una lettera?”.

CAMPIONATO 1956 – 57

Domenica 30 dicembre 1956 , 12° giornata

Campo Corso Ricci

Savona – Albisola 2-0

Reti: Vaccari 51’, Mariani 71’.

Savona: Cavo, Galindo, Ciccio Varicelli, Paganelli, Valentino Persenda, Papes, Ilgrande, Pastorino, Vaccari, Mariani, Paltrinieri.

Albisola. Berretta, Romolo Varicelli, Bartoletti, Briano, Rosati, Macripodari, Baglietto, Reggiori, Reggiani, Gravano, Marchi.

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Un’immagine del florido vivaio albisolese negli anni ’50da sinistra in piedi: Fazio, Tirone, Giannecchini, il presidente avv. Barile, Piazza, Delfino, Rebagliati; accosciati: Tessore (futuro pediatra, responsabile del reparto immaturi del San Paolo), Basso, Barosio, Giusto, Ghigliazza

Domenica 26 Aprile, 27° giornata

Campo Faraggiana

Albisola – Savona 1-4

Reti. Vaccari 2’, Gravano 23’, Vaccari 27’, Biglino 50’, Bruno 80’.

Albisola: Quaglia, Romolo Varicelli, Gambetta, Vicino, Rosati, Briano, Casadei, Reggiori, Ferro, Marchi, Gravano.

Savona: Cavo, Papes, Ciccio Varicelli, Bruno, Valentino Persenda, Paganelli, Biglino, Pastorino, Vaccari, Ventimiglia, Traverso.

BILANCIO FINALE.

Gare disputate 8: vittorie Savona 5, pareggi 3, vittorie Albisola 0, reti Savona 15, Albisola 6.

 

 

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I RIGORI FINALI COME AL TIE BREAK L’ESORDIO IN ARSENAL-CHELSEA E UN PO’ DI STORIA TRA GIOIE E DOLORI

di LUCIANO ANGELINI  e FRANCO ASTENGO

“Va ko ai rigori il Chelsea di Antonio Conte nella Community Shield vinta dall’Arsenal di Arsene Wenger 5-2. I tempi regolamentari si erano conclusi sull’1-1 (vantaggio Blues con Moses a inizio ripresa poi al 37′ pareggio di Kolasinac con il Chelsea in 10 per l’espulsione di Pedro). Il match è stato deciso ai rigori (battuti secondo la nuova regola A-B-B-A, ovvero con sequenze di due per squadra dopo il singolo iniziale): dal dischetto dominio dei Gunners 4-1.”

Questa la notizia della partita che ci dà conto di una ulteriore novità nello svolgimento delle partite: la classica serie dei rigori finali è stata sperimentata in modo da far diventare la sfida dal dischetto ancora più incerta:  almeno a detta degli esperti di statistica che hanno fatto in modo che la novità fosse sperimentata nell’importante gara che vedeva opposti i campioni d’Inghilterra del Chelsea e vincitori della FA Cup dell’Arsenal.

In realtà,  assistendo alla fase finale della partita, anche chi ne ha già viste di tutti i colori in tanti sui campi di calcio è rimasto un poco smarrito ma si  tratterà di farci l’abitudine. Cogliamo l’occasione però per fare un po’ di storia circa l’introduzione dei calci di rigore in luogo del sorteggio per decidere le gare ad eliminazione diretta concluse in parità dopo i tempi supplementari.

In precedenza i vincitori di una partita terminata in pareggio erano decisi per sorteggio, come nell’Europeo 1968 quando l’Italia raggiunse la finale contro la Jugoslavia grazie al sorteggio (con una monetina “addomesticata”, secondo le cronache dell’epoca) avvenuto dopo il pareggio con l’URSS.

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L’ex arbitro Karl Wald, inventore dei tiri di rigore

L’invenzione dei tiri di rigore è di solito attribuita all’ex arbitro tedesco Karl Wald. Quando furono proposti nel 1970, la Federcalcio bavarese cercò di bloccare la proposta e fu solo quando la maggioranza dei delegati si dissero a favore che furono appoggiati. Poco tempo dopo, anche laFedercalcio tedesca, seguita poi da UEFA e FIFA, accettò la proposta. Secondo alcuni, invece, l’inventore del metodo è stato l’israeliano Yosef Dagan dopo che la Nazionale israeliana fu eliminata alle semifinali delle Olimpiadi del 1968 a causa del lancio della classica monetina. La stessa situazione era già capitata alle Olimpiadi di Roma del 1960 all’Italia, che, come già ricordato, poi era stata favorita dal sorteggio agli Europei del 1968 avversaria l’Unione Sovietica. Tuttavia varianti dei moderni tiri di rigore sono state utilizzate prima di allora in diverse competizioni nazionali e tornei minori: esempi nazionali includono la Coppa di Jugoslavia dal 1952 la Coppa Italia dal 1958 e la coppa giovanile interregionale svizzera dal 1959-1960.

Tra gli esempi internazionali ci sono invece la Uhrencup del 1962 (su suggerimento del suo fondatore Kurt Weissbrodt) la finale del 1962 delTrofeo Ramón de Carranza (su suggerimento del giornalista Rafael Ballester) quando il Barcellona sconfisse il Real Saragozza, e un incontro di spareggio tra le squadre amatoriali che rappresentavano il Venezuela e la Bolivia nei Giochi bolivariani del 1965.

All’inizio le squadre non si alternavano nella battuta dei tiri di rigore: una compagine calciava cinque volte e poi era il turno dei cinque tiri dell’altra. I tiri di rigore finivano non appena la vittoria di una delle due squadre era evidente. In caso di pareggio alla fine dei 10 tiri, entrambe le squadre avevano la possibilità di un secondo turno di tiri, ancora 5 a testa, finché non fosse decretato il vincitore. L’alternanza fu introdotta nel 1976.

Il primo torneo internazionale di rilievo a essere deciso dopo i tiri di rigore fu l’Europeo 1976. In quell’occasione, dopo il 2-2 alla fine dei tempi supplementari, la Cecoslovacchia, all’epoca ancora unita, sconfisse 5-3 ai rigori la Germania Ovest e il rigore decisivo fu trasformato da Antonín Panenka dopo che Hoeness aveva calciato sopra la traversa il tiro precedente.

Il 23 gennaio 2005 fu stabilito il primato dei tiri di rigore calciati in una sola partita: 48 tra KK Palace e Civics in una partita di Coppa della Namibia. A vincere furono i KK Palace per 17-16.

Il 16 novembre 2005 per la prima volta un posto per l’accesso alla fase finale della Coppa del Mondo fu deciso ai tiri di rigore: il play off tra la quinta classificata della zona Conmebol (Uruguay) e la vincente della OFC (Australias) per la qualificazione al Mondiali 2006 finì 1-1, con l’Uruguay che vinse in casa per 1-0 e l’Australia che fece altrettanto. Dopo 30 minuti di supplementari a reti inviolate l’Australia vinse 4-2 ai rigori.

Il 20 giugno 2007 venne stabilito un nuovo record per le competizioni UEFA. La semifinale dell’Europeo Under-21 a Heerenveen tra Paesi Bassi eInghilterra termina 1-1. Sono necessari 32 tiri dal dischetto per determinare un vincitore: l’Olanda per 13-12 dopo la trasformazione decisiva di Gianni Zuiverloon.

Due finali del Mondiale di calcio maschile ed altrettante del Mondiale femminile sono state decise ai tiri di rigore.

Le due finali dei Mondiali maschili terminate ai rigori sulle quali intendiamo soffermarci per un minimo di ricostruzione storica videro protagonista proprio l’Italia. Andiamo per ordine.

Rose Bowl, Pasadena-Los Angeles
Finale Coppa del Mondo 1994

Brasile: Taffarel, Jorginho (Cafu), Branco, Mauro Silva, Aldair, Marcio Santos, Mazinho, Dunga, Romario, Zinho (Viola), Bebeto. Commissario tecnico: Parreira.
Italia: Pagliuca, Mussi (Apolloni), Benarrivo, Albertini, Maldini, Baresi II, Donadoni, Baggio D. (Evani), Massaro, Baggio I, Berti. Commissario tecnico: Sacchi.
Sequenza rigori: Baresi II (sbagliato), Marcio Santos (sbagliato), Albertini (gol), Romario (gol), Evani (gol), Branco (gol), Massaro (sbagliato), Dunga (gol), Baggio I (sbagliato).

La roulette dei rigori inizia male e finisce ancora peggio. Sul dischetto, per il primo penalty degli azzurri, si presenta Franco Baresi, il faro della retroguardia azzurra, il capitano, che proprio al Rose Bowl taglia il traguardo delle 80 presenze con la maglia della Nazionale. Taffarel lo ipnotizza, Baresi calcia alto. L’epilogo è, se possibile, ancora più amaro. Sul 3-2 per il Brasile è il turno di Roberto Baggio, fino a quella gara il trascinatore del gruppo scelto da Sacchi. Sono secondi, ma sembrano ore e l’attesa si fa angoscia. Poi, succede. Il numero 10 prende la rincorsa e tira. Alto. Il Divin Codino fissa il terreno, Taffarel esulta verso il cielo. Fine della storia. I verdeoro si aggiudicano il titolo di migliore squadra al mondo per la quarta volta, al termine di una partita tutt’altro che bella. Ma quante emozioni dagli undici metri.

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Roberto Baggio al momento topico del penalty che consegna al Brasile la Coppa del Mondo 

Olympiastadion, Berlino
Finale Coppa del Mondo 2006

Italia: Buffon, Zambrotta, Cannavaro, Materazzi, Grosso, Gattuso, Pirlo, Camoranesi (Del Piero), Perrotta (De Rossi), Totti (Iaquinta), Toni. Commissario tecnico: Lippi.
Francia: Barthez, Sagnolm Thuram, Gallas, Abidal, Vieira (Diarra), Makelele, Ribery (Trezeguet), Zidane, Malouda, Henry (Wiltord). Commissario tecnico: Domenech.
Reti: 7′ rigore Zidane, 19′ Materazzi.
Sequenza rigori: Pirlo (gol), Wiltord (gol), Materazzi (gol), Trezeguet (sbagliato), De Rossi (gol), Abidal (gol), Del Piero (gol), Sagnol (gol), Grosso (gol).

La storia della sfida senza esclusione di colpi, anche proibiti, tra Marco Materazzi e Zinedine Zidane (poi espulso per una testata da provocazione al difensore azzurro-interista). Al 7′ il roccioso difensore della truppa azzurra atterra in area Malouda. L’arbitro non ha dubbi, calcio di rigore. Sul dischetto, la stella del calcio transalpino, Zizou, che liquida Buffon con un cucchiaio che colpisce la traversa e si insacca in rete. E’ 1-0 Francia. Materazzi non ci sta e vuole rimediare all’errore precedente. Al 19′ ci riesce. Calcio d’angolo Italia. Pirlo inventa, il centrale dell’Inter realizza di testa: 1-1. Pochi minuti più tardi, Pirlo ci riprova dalla bandiera di fondo campo. La deviazione di Toni si stampa sulla traversa.

Nella ripresa, la Francia preme sull’acceleratore e l’Italia soffre, ma non molla. Anzi, realizza anche un gol, che però l’arbitro Elizondo annulla per fuorigioco di Toni. Si va ai supplementari e la musica non cambia. La squadra di Domenech sfiora la rete in due occasioni, ma Buffon si supera. Al 4′ del secondo tempo, il momento chiave. Materazzi sibila qualche parola a Zidane (molte le versioni: tra le più accrdditate un poco gradevole apprezzamento alle donne di casa Zizou). Zidane perde il controllo dei nervi e atterra l’avversario con una testata che farà il giro del mondo, e viene espulso. Francia in dieci per i minuti che mancano alla fine della partita e con un rigorista in meno. L’Italia però è troppo stanca e non ne approfitta. Ci risiamo, calci di rigore. Che storicamente non portano benissimo alla nostra selezione. Eppure, qualcosa si muove. Gli azzurri segnano tutti. La Francia tutti, tranne uno, Trezeguet, proprio il giocatore che sei anni prima ci aveva condannato nell’Europeo olandese. Notti magiche. Italia in trionfo.

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Fabio Grosso nuovo “piede sinistro di Dio” realizza il gol che regala il Mondiale all’Italia

A Savona, però, tramite l’organizzazione De Marco, ci si portò subito in prima linea in questa importante novità.

La prima occasione di utilizzo dei rigori vista a Savona fu in occasione della finale del torneo dei Bar 1962: Bagni Nilo versus Bar Sport di Legino (che aveva ingaggiato tutti i vadesi che poi giocarono le successive edizioni con la Sabazia): 2-2 finale e rigori. Ultimo penalty Merengone contro Camici: il portiere vadese para e lo Sport Legino vince il trofeo. L’immenso Nanni De Marco era già “più avanti” (per dirla con Satta Flores) e aveva escogitato che tutti i rigori dovessero essere tirati da giocatori diversi.

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Le due foto sopra riportate rappresentano davvero un momento storico. Campo della Valletta (stracolmo di pubblico) finale trofeo Arci – Uisp 1962. Di fronte Bagni Nilo e Bar Sport Legino. Per la prima volta nella storia del calcio savonese (sicuramente tra le prime nell’intera storia del calcio italiano) il primato si decide con i tiri dal dischetto

Quando la Federazione impose, invece, il sistema dei rigori al posto della classica “palanchetta” si decise per un solo rigorista. Anche per quella occasione abbiamo il primo esempio savonese al torneo dei Bar 1966. Portuali contro Sabazia. I portuali ci avevano eliminato, come Bar Livio, in semifinale con un secco 3-0. I tecnici del Livio, ben noti a queste platee, avevano clamorosamente sbagliato la marcatura di Lagasio, affidandolo a “Tapioca” Fiabane: una giostra immane. Quando il patron Faggion, alla fine, si lamentò negli spogliatoi per la disastrosa scelta, i suddetti tecnici, colpevoli ma da sempre insofferenti alle critiche, gli risposero: “Stai zitto tu che non distingui Pelè da Giorgio Vacca”.

Torno a Portuali contro Sabazia: Mino versus Paolino Gaglione che tirò fuori l’ultimo rigore. Con il sistema del solo tiratore ho visto una finale di coppa Italia con Maddè (al Toro dopo aver fatto a lungo la riserva a Rivera al Milan) prendersi la rivincita e battere proprio Rivera nella sfida diretta. Poi la Federazione entrò nel carruggio di Nanni e decise per la formula attuale.

L’UOMO NERO: I MILLE VOLTI DELL’ARBITRO

 

di ALESSANDRO SBARILE

Da Alessandro Sbarile, della sezione Arbitri “Grasso” di Albenga, riceviamo e volentieri pubblichiamo. 

Dal 2013 la Sezione albenganese dell’Associazione Italiana Arbitri “Stefano Grasso” organizza parallelamente al Premio Geddo (ambitissimo riconoscimento che premia da quasi trent’anni un direttore di gara o dirigente arbitrale ligure distintosi a livello nazionale) un evento culturale, che quest’anno è stato il libro “L’uomo nero – Vite vere o presunte di arbitri di calcio”, una raccolta di racconti avente come fil rouge la figura dell’arbitro di calcio.

L’idea che in questi anni ha accompagnato queste creazioni è il continuo tentativo e desiderio di raccontare l’uomo sportivo, narrando il suo rapporto con lo sport stesso nella sua essenza, lontano da quello stereotipato o che si vede in televisione, provando quindi a descrivere più l’uomo che sta dietro al direttore di gara piuttosto che l’arbitro in sé.

Quando si parla di calcio, il punto di vista da cui immediatamente si vede questo gioco è quello dei calciatori, mai quello del direttore di gara; l’arbitro viene quasi dato per scontato ma è importante quanto un giudice quando si narra un processo.

Nell’immaginario collettivo il direttore di gara resta l’uomo nero, una creatura misteriosa che fa paura, come tutto ciò che non si conosce e di cui non si riesce a comprendere la natura.

L’arbitro è così, molti ne parlano ed arrivano a temerlo o ad elevarlo ad alibi nel momento del bisogno, ma in pochi indagano sulla sua figura o si sforzano di capire cosa si celi dietro fischietto e cartellini.

Per rendere meno spaventoso questo individuo è dunque bene cercare di sapere chi è; agli albori del football l’arbitro non era che un sussidio, un elemento terzo che in caso di controversia decideva torto e ragione; a passare il suo status da “accessorio” a “indispensabile” è stata l’incapacità degli uomini di ammettere le proprie responsabilità, il dover difendere per partito preso anche l’indifendibile pur di avere ragione.

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L’uomo nero in un’immagine degna di Diabolik   

 Chi è quindi l’arbitro di calcio? La biografia di Horacio Elizondo, il fischietto argentino che ha diretto la finale del Mondiale 2006 Francia-Italia, si intitola “Un hombre justo”, definendo così alla perfezione il ruolo che egli interpreta sul terreno di gioco, ovvero quello di un uomo giusto, imparziale, preciso e legittimato nel svolgere il suo ruolo in campo.

Si noti: giusto ma non infallibile, poiché non è la perfezione tecnica a fare l’arbitro ma la coscienza di applicare il regolamento del calcio secondo ciò che vede.

Fare l’arbitro è un’esperienza molto personale, molto privata. Una scelta come questa, fatta con grande consapevolezza, non può non cambiare la prospettiva della propria vita; è come il primo volo in aereo: fa capire quello che si può fare, dà la possibilità di vedere e conoscere cose nuove.

Per raccontare questa figura non è necessario essere dei tecnici: la considerazione secondo cui per scrivere di arbitri occorra sapere di calcio è del tutto fallace perché per avere la capacità di capire gli arbitri occorre invece prima di tutto avere la sensibilità e l’intelligenza di comprendere gli uomini; infatti il pallone passa davanti ai loro occhi soltanto per novanta minuti alla settimana ma nelle restanti centosessantasei ore e mezza costoro vivono esattamente come chiunque altro.

Fra una partita e l’altra passa tutta una vita, durante la quale gli arbitri sono uomini e donne comuni, che pensano al campo ma che vivono e provano situazioni ed emozioni assolutamente normali.

Raccontare gli arbitri nella loro quotidianità significa anche indagare sui motivi che li hanno avvicinati a questo mestiere e su come la loro passione si ripercuota nella loro vita quotidiana e sulla sfera privata.

Dodici i racconti che compongono “L’uomo nero”: Anna Maria Aigotti ribalta nel suo “Cuore di arbitro” lo stereotipo del cornuto, mostrando cosa accade quando una donna decide di sedurre un direttore di gara; Luca Berto in “Relatività da dubbio” racconta la difficoltà di dover prendere una decisione in un frangente non sempre chiaro; “L’ultima partita” di Paolo Di Crescenzo racconta invece cosa succede quando il più promettente arbitro di Serie D si accascia durante una finale play off; disgrazia o crimine? Quando le divise nere ed il verde terreno di gioco si tingono di giallo.

Dalla Spagna, Alberto Donato spiega in “Arbitro, mi firma la maglietta” come il direttore di gara iberico Mateu Lahoz stia catturando l’attenzione dei media e degli appassionati del suo Paese grazie al suo stile, empatico e dialogico; la “Domenica” di Davide Geddo narra l’incredibile partita di un arbitro che fischia due rigori contro la squadra di casa al 90’; Davide Kra, nel suo “#jesuisreferee” riflette a 360° sulla figura dell’arbitro, partendo dal caso del direttore di gara Tomillero, la cui carriera durò solo 45 giorni a causa del suo coming out.

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L’uomo nero di fronte ai grandi dilemmi: rigore o non rigore? Giallo o Rosso ?

Giancarlo Malombra, nel suo “Il gatto e le talpe” spiega ai più piccoli come agli arbitri spetti l’ingrato compito di riportare la giustizia dove essa non trova posto; “Da centravanti ad arbitro” di Mario Moscardini racconta invece la storia di Agostino, ragazzino dotato di grande talento e passione per il calcio che, una volta diventato uomo, si trova costretto a fare una scelta ed a vivere il campo da una prospettiva che non aveva mai immaginato; Gino Rapa, figlio del mitico Pippo Rapa, figura leggendaria fra i fischietti albenganesi, nel suo “Quando l’arbitro è tuo padre” svela aneddoti e retroscena del rapporto padre-figlio quando ci si rapporta con un genitore direttore di gara.

Pablo Renzi ha scritto “Libero arbitrio”, una riflessione profonda sulla difficile condizione di chi si trova a decidere e sull’impossibilità da parte di chi gli sta attorno di provare empatia per lui; “Il campetto” di Alfredo Sgarlato ci riporta alla nostra adolescenza, quando si correva dietro al pallone tutto il pomeriggio e l’arbitro non era poi così indispensabile.

Accanto a loro Luciano Angelini e Franco Astengo, che con il loro scritto Nanni De Marco: giornalista ed arbitro hanno ricordato un indimenticabile protagonista dello sport, del giornalismo e della cultura della nostra provincia.

Il volume é inoltre arricchito dalle illustrazioni di Stefano Guerrasio.

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Nanni De Marco, una vita tra ciclismo, calcio e giornalismo, nel disegno di Guerrasio

In tutte queste storie, vere o presunte che siano, i direttori di gara fanno più di tutte una cosa che li caratterizza e che di questi tempi non va per la maggiore: decidono, in un contesto storico, politico ed economico nel quale nessuno ha più il coraggio di prendere una qualsivoglia decisione, perché decidere significa rischiare, decidere vuol dire poter sbagliare, decidere può scontentare qualcuno e rendere antipatici in una realtà nella quale la simpatia sembra essere diventata un merito più che una qualità.

Se la decisione è presa nella consapevolezza di aver fatto l’impossibile per prenderla giusta si può solo guardare al futuro con serenità, tenendo sempre a mente che la gara più importante è sempre quella che deve arrivare, poiché ad un triplice fischio finale ne seguirà sempre uno d’inizio.

CINQUE SOSTITUZIONI NEI CAMPIONATI DILETTANTI UNA NOVITA’ STORICA

 

di LUCIANO ANGELINI  e FRANCO ASTENGO

“Storico cambiamento nell’universo dei dilettanti, il Consiglio Federale della FIGC ha approvato la proposta avanzata dal Consiglio Direttivo della Lega Nazionale Dilettanti su impulso del Presidente Cosimo Sibilia, recependo una circolare dell’IFAB: dalla prossima stagione tutte le squadre dei campionati dilettantistici potranno effettuare cinque sostituzioni invece delle tre canoniche. La novità ovviamente non riguarda il futsal, rimane invariato anche il regolamento dell’attività giovanile della LND che prevede sempre sette sostituzioni e quello della Serie A femminile su precisa indicazione dell’ IFAB. Comprensibilmente soddisfatto il Presidente della Lega Nazionale Dilettanti e Vice Presidente Vicario della FIGC Cosimo Sibilia che si è fatto promotore in prima persona di questo storico cambiamento. Abbiamo compiuto un passo importante, una conquista ottenuta grazie al lavoro di squadra. Quando si fa sistema si ottengono risultati significativi. Una decisione che conferma ancora una volta la centralità della Lega Nazionale Dilettanti all’interno del sistema calcio. Le cinque sostituzioni rispondono ad un esigenza di cambiamento che sta attraversando il calcio a livello mondiale e l’Italia così fa uno scatto in avanti nel processo di miglioramento”.

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La Nolese quando si giocava in 11 e basta: da sin., in piedi, Somà, Messa, Aramini, Brignole (brillante carriera nel Savona Fbc), Bruno Procopio, Angelini; accosciati: il massaggiatore  Ghione, Caracciolo, Capraro, Rizzolo, Zamboni, Pisano

Come commentare questo cambiamento epocale? Come scriverne?

Il pensiero corre davvero ai tempi andati, a ciò che succedeva quando le sostituzioni non erano ammesse in nessun caso (in certi tornei giovanili era possibile cambiare un giocatore tra il primo e il secondo tempo, ma esclusivamente in quel frangente). Promozione, Prima Divisione, Seconda Divisione (poi Seconda e Terza Categoria) si cominciava in 11 e si finiva quando andava bene in 11, ma anche in 10 e in 9. Se si infortunava il portiere toccava ad un giocatore di movimento andare tra i pali (si curava sempre di disporre di specialisti nel doppio ruolo, ad esempio, in un derby piemontese tra Fossanese e Cuneo fu la piccola mezzala Ferrari, ex Genoa, a sostituire il portiere biancorosso finito in ospedale per una sassata alla testa: la partita finì 3-3 e Ferrari parò un calcio di rigore); negli altri ruoli, l’infortunato, se ce la faceva a stare in piedi, andava all’ala sinistra.

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Quando si giocava in 11 e basta/2. La Veloce (1964-65) in una edizione “classica”: da sin.,in piedi, Bonifacio, l’allenatore Pelizzari, Durighello, Giusto, Negro, il vice allenatore Marte, Macelloni, Ferretti, Pietropaolo, il d.s. Antibo; accosciati, Chiesa, Vasconi, Tobia, Benedetti, Guglielmelli, il d.t. Besio. Da notare l’ottimo fornacino Bonifacio, evidentemente escluso nell’occasione, che posa in giacca e cravatta abbracciato dal suo allenatore Felice Pelizzari

L’assenza di sostituzioni rendeva difficile mantenere compatte le “rose”. Chi si vedeva costretto al ruolo di sempiterna riserva dopo qualche domenica si disamorava e spariva dalla circolazione; fra i possibili titolari erano musi lunghi nel caso di scelte ritenute non congrue; quando poi qualche titolare risultava assente per un motivo qualsiasi (squalifica, infortunio, fidanzata esigente, brutti voti a scuola, impegni di lavoro) diventava difficile andare a recuperare qualcuno che avevi lasciato fuori per tante domeniche di fila o avevi mandato in campo come segnalinee (il ruolo classico delle riserve a vita).

Un pensiero proprio a quei tanti che, all’epoca, esclusi dalla lista prendevano più o meno melanconicamente la via delle anguste tribunette che contornavano i nostri piccoli stadi (quando c’erano, altrimenti ci si collocava direttamente dietro la fatidica “griglia”).

Tutto questo fino alla fine degli anni ’60. Poi il lento cambiamento, una sostituzione, due, tre per un lungo periodo e adesso la liberalizzazione completa.

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Questa immagine della gloriosa Priamar assume, al riguardo del nostro discorso, una importanza particolare. Siamo, infatti, nella prima stagione nella quale anche tra i dilettanti è possibile la sostituzione del portiere. Infatti nello schieramento sono presenti Fulvio Porta e Fulvio Grossi. Da sinistra in piedi: il presidente Teresio Granelli, Porta, Farulla, Nofroni, Longhi, Siter, Bensi, il direttore sportivo Livio Faggion, l’indimenticabile Emilio Pacini; accosciati: Caviglia, Grossi, Imberti, Vivarelli, Tarditi, Bresciani

Cosa significherà sul piano tecnico staremo a vedere, certo che per le piccole squadre sarà un momento di liberazione per allenatori e dirigenti. Tutti i convocati avranno chance di giocare almeno un pezzo di partita e non sarà cosa da poco.

 

LEGA PRO CANCELLATA RITORNA LA SERIE C DEI TRIONFI BIANCOBLU

 

di LUCIANO ANGELINI  e FRANCO ASTENGO

Lega Pro cambio nome – L’assemblea di Lega ha stabilito, all’unanimità, che il terzo campionato italiano tornerà a chiamarsi “Serie C”. Per i più romantici, è una lieta notizia: la Lega Pro tornerà a chiamarsi Serie C. Lo ha deciso all’unanimità l’assemblea della Lega.

Tra quei romantici ci siamo anche noi: prima di tutto, allora, ricordiamo che la prima stagione di Serie C, completando il quadro composto da Serie A e Serie B, si svolse nella stagione 1935 – 36. Per quella stagione l’agenda Barlassina non  riporta gli elenchi del giocatori squadra per squadra per quel che riguarda il neonato torneo, ma indica soltanto i presidenti e gli allenatori. Abbiamo così pensato di fare cosa gradita alle nostre lettrici e ai nostri lettori fornendo l’elenco delle squadre con a fianco i nominativi dei “trainer” per ogni squadra, anche perché vi si troveranno nomi molto importanti nella storia del calcio italiano. Di seguito  riportiamo anche la storia della scansione dei campionati completa fino a questo ultimo aggiornamento.

Ecco l’elenco relativo al 1935 – 36.

Anconitana: Michele Balacsis (ungherese ex- giocatore del Torino)

Asti: Enrico Migliavacca

Bagnolese: Osvaldo Sacchi

Benevento: Giuseppe Zilizy (ungherese, futuro trainer della nazionale israeliana, d.t. del Savona 1960 – 61)

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Ecco Giuseppe Zilizy: nella stagione 1960 – 61 avrebbe svolto le funzioni di direttore tecnico del Savona con allenatore Felice Pelizzari

Biellese: Federico Munerati ex-ala destra di Juventus e Sampierdarenese

Casale: Amilcare Guaschino

Catanzaro: Cesare Migliorini

Cerignola: Bela Karoly, ungherese, ex- allenatore del Savona

Civitavecchiese: Aristide Viale

Como: da nominarsi

Cosenza: Afro De Pietri

Crema: Giuseppe Voltini

Cremonese: Italo Defendi

Cusiana: Giovanni Zanni

Derthona: Carlo Crotti

Andrea Doria: Paolo Franchetti

Empoli: Renato Nigiotti, ex-giocatore di Livorno e Fiorentina

Entella: Ottavio Barbieri, ex- giocatore del Genoa, futuro allenatore di Genoa, Liguria e vincitore dello scudetto di guerra con i VV FF di La Spezia

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Una foto storica di Ottavio Barbieri

Falck Milano: Emilio Agradi

Fanfulla: Alessandro Bovati

Fano: Remigio Sartoris

Fermana: Arpad Hayos, ungherese ex-allenatore della Sampierdarenese e futuro allenatore del Savona nella stagione 1939 – 40 con la promozione in Serie B

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Una formazione della Samp allenata da Ercole Carzino e Arpad Hajos

Fiumana: Riccardo de Seégner

Forlimpopoli: Annibale Bazzoli

Gallaratese: da nominarsi

Grion di Pola: da nominarsi

Imperia: Cesare Cassanelli

Jesi: Bruno Monti

Lecco: Otto Chrappan ungherese

Legnano: Elio Pagani

Lucano (Potenza): Mario De Palma

Mantova: Francesco Hirzer, soprannominato “la gazzella”, giocatore juventino vincitore dello scudetto 1925 – 26

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Francesco Hirzer in maglia juventina

Montevarchi: Lajos Politzer ungherese

Monza: Leopoldo Conti, ex ala destra dell’Inter più volte nazionale

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Leopoldo Conti

Nissena: Achille Gama, uno dei pionieri del calcio italiano

Padova: Pietro Colombatti, futuro allenatore del Catania e della Sampierdarenese

Parma: Tito Mistrali

Piacenza: Carlo Corna

Piombino, Dino Nassi

Pontedecimo: Delfo Bellini, ex-terzino del Genoa campione d’Italia 1922-23 e 1923-24

Pontedera: Enrico Giorgi

Prato: Alessandro Peics, ungherese

Pro Gorizia: Ettore Tiberio

Pro Patria: Adolfo Mora Maurer

Reggiana: Italo Rossi, futuro allenatore del Savona

Rimini: Ivo Fiorentini, futuro allenatore di molte squadre di serie A come Atalanta e Sampdoria

Rivarolese: Carlo Balbi

Rovigo: Renato Bottacini

Salernitana: Armando Halmos, ungherese

Sanremese: Carlo Rumbold, austriaco ex-giocatore dell’Inter

Savoia: Mario Piselli

Savona: Rinaldo Roggero, l’ala più veloce, una presenza in Nazionale

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Rinaldo Roggero

Seregno: Mario Meneghetti, ex-centromediano del Novara

Sestrese: Raffaele Rivolo

Spezia: Francesco Caiti

Trento: Geza Revesz, ungherese

Treviso: Desiderio Herecza, austriaco

Udinese: Emerico Hermann, ungherese

Venezia: Giuseppe Banas, ex-giocatore e futuro allenatore del Milan

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Giuseppe Banas

Ventimigliese: Giovanni Battista Ramella

Vicenza: Giuseppe Viola, ungherese, ex-centromediano della Juventus e allenatore di moltissime squadre

I 4 gironi erano così formati, secondo la classifica finale

Girone A: Venezia 42, Vicenza 40, Udinese 39, Padova 38, Treviso 36, Anconitana 33, Rovigo 32, Mantova 32, Jesina 31, Fiumana 30, Pro Gorizia 30, Alma Juventus Fano 27, Grion Pola 25, Rimini 17, Forlimpopoli 15, Trento 11.

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Il Venezia 1935 – 36

Girone B: Cremonese 47, Reggiana 45, Biellese 44, Seregno 38,  Falck 32, Monza 32, Piacenza 31, Lecco 31,  Parma 30, Crema 27, Pro Patria 25, Fanfulla 23, Legnano 23, Gallaratese 22, Cusiana 21, Comense 8.

Girone C: Spezia 46, Sanremese 46 (la Sanremese rinuncia allo spareggio), Sestrese 34, Andrea Doria 33, Entella 32, Imperia 30, Pontedecimo 27, Asti 27, Derthona 27, Savona 25, Rivarolese 23, Montevarchi 17, Ventimigliese 17, Casale 12.

Girone D: Catanzaro 37, Piombino 33, Nissena 33, Civitavecchia 32, Benevento 32, Salernitana 29, Lucano 25, Bagnolese 24, Savoia 23, Cosenza 22, Le Signe 21, Cerignola 21, Prato 16, Fermana 14.

Storia della scansione dei campionati

Abbiamo così ritenuto opportuno tirar giù una sintetica storia della suddivisione gerarchica dei campionati di calcio, così come storicamente verificatasi in Italia, allo scopo di aiutare gli appassionati a capire meglio il valore delle varie partecipazioni. Beninteso non dal punto di vista tecnico, semplicemente sotto l’aspetto della scansione dei diversi tornei: dal punto di vista tecnico, il “si giocava meglio un tempo”, oppure “adesso si corre molto di più” è oggetto di discussioni infinite, assolutamente gratificanti per chi le porta avanti ma dalla soluzione del tutto aleatoria. Si tratta di giudizi che, per dirla con una parola grossa, debbono essere “storicizzati”.

Entriamo, dunque, nel merito: il concetto di suddivisione in campionati separati dal meccanismo promozione/retrocessione è un concetto antico, immediatamente adottato dagli inglesi non appena (1863) si provvide a strutturare sul piano organizzativo l’agone calcistico.

Come ci è già capitato di raccontare in altre occasioni in Italia, attorno agli anni ’20, quando la diffusione del gioco si realizzò, con grande velocità, su tutto il territorio nazionale, divampò una vivacissima discussione proprio su questo punto: da una parte c’erano le società più forti, quelle delle grandi città oppure di città più piccole dove il gioco si era maggiormente sviluppato (e che avevano già intuito le potenzialità economiche e di comunicazione di massa che il calcio avrebbe messo in moto), da un lato i club più piccoli, più legati allo spirito pionieristico che intendevano andare avanti con una sorta di “assemblearismo”, con un campionato di Divisione Nazionale composto da cento e più squadre, suddivise in gironi regionali e poi, eliminatorie all’infinito fino a pervenire alla finalissima per il titolo.

Nel 1921 Vittorio Pozzo, futuro commissario tecnico della Nazionale, preparò un progetto che prevedeva già una Serie A a girone unico. Ci fu così una spaccatura e le società più forti formarono una Consociazione Calcistica Italiana (campionato a 2 gironi, di vera e propria  élite: vi aderì anche il Savona), mentre le piccole restarono nella Federazione Gioco Calcio disputando il solito torneo a più gironi. Nella stagione successiva (1922 – 23) fu raggiunta una mediazione, con un torneo su 3 gironi, ma la strada verso il girone unico era stata spianata. Il primo assetto organico del calcio italiano fu, così, raggiunto, con il campionato 1929 – 30: girone unico sia di Serie A, sia di Serie B, e I e II divisione interregionali (cui potevano partecipare anche le squadre riserve delle società maggiori). Era il momento della grande crescita e della razionalizzazione.

Motivi politici e motivi organizzativi portarono, in molte città, a fusioni tra le piccole squadre per arrivare ad una società unica in grado di rappresentare al meglio le diverse realtà geografiche. Successe a Roma, Firenze, Bari, Napoli, Venezia, Como, Bergamo ed altrove: a Savona, qui per un moto d’imperio più di natura politica che organizzativa, lo Speranza fu costretto a farsi assorbire dal Savona.

La Serie C (prima su 4 gironi, poi su 8 a dimensione interregionale) fu istituita con la stagione 1935 – 36 e rappresentò un grande momento di crescita per l’intera provincia italiana. Prima e Seconda Divisione restarono, così, confinate nell’ambito regionale.

La seconda guerra mondiale sconvolse tutti gli equilibri, anche per via delle difficoltà che le distruzioni di ponti, strade, ferrovie, portarono alla possibilità di recarsi in trasferta: la Serie A fu recuperata al girone unico nella stagione 1946 – 47 (in quella 1945- 46 si era tornati ai due gironi); la Serie B nel 1948 – 49 dopo due stagioni disputate su 3 gironi; la Serie C, in un primo tempo trasformata in una sorta di campionato interregionale tornò in quella stessa stagione (1948 – 49) alla dimensione nazionale, su 4 gironi, mentre alle sue spalle sorgeva la Promozione Interregionale (la I Divisione assumeva così una dimensione prettamente provinciale).

Questo assetto fu rivoluzionato con l’annata 1952 – 53, allorquando fu istituita la IV Serie (a dimensione interregionale) con Serie A, Serie B, Serie C a girone unico di 18 squadre (una selezione severissima, come si può osservare). Alle spalle della IV Serie gironi regionali di Promozione e provinciali di I e II Divisione.

 

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Il Pavia promosso in Serie B nella prima stagione (1952 – 53) della Serie C  a girone unico nazionale

La Serie C a girone unico resse fino all’annata 1958 – 59 (due gironi; mentre nel 1957 – 58 la IV Serie era stata suddivisa in due: Interregionale di I e di II Serie). In  quella stagione si diede al calcio italiano un assetto che risultò, per molto tempo stabile: Serie A a girone unico come la Serie B, tre gironi di Serie C con suddivisione geografica (Nord, Centro, Sud), otto gironi di Serie D, campionato di Promozione regionale (in Liguria su due gironi, Ponente e Levante, fino alla stagione 1968 – 69 quando fu istituito un girone unico con l’avvento, alle sue spalle, del torneo di I categoria) e II categoria dilettanti (a livello provinciale).

Abbiamo così ritenuto opportuno tirar giù una sintetica storia della suddivisione gerarchica dei campionati di calcio, così come storicamente verificatasi in Italia, allo scopo di aiutare gli appassionati a capire meglio il valore delle varie partecipazioni (beninteso non dal punto di vista tecnica, semplicemente sotto l’aspetto della scansione dei diversi tornei: dal punto di vista tecnico, il “si giocava meglio un tempo”, oppure “adesso si corre molto di più” è oggetto di discussioni infinite, assolutamente gratificanti per chi le porta avanti ma dalla soluzione del tutto aleatoria. Si tratta di giudizi che, per dirla con una parola grossa, debbono essere “storicizzati”).

Entriamo, dunque, nel merito: il concetto di suddivisione in campionati separati dal meccanismo promozione/retrocessione è un concetto antico, immediatamente adottato dagli inglesi non appena (1863) si provvide a strutturare organizzativamente l’agone calcistico.

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IL Mantova allenato da Edmondo Fabbri (primo in piedi a sinistra) vincitore dopo spareggio con il Siena (2-1 a Marassi) del girone A di Serie C 58 – 59. Un squadra capace di salire in cinque stagioni dalla IV Serie alla Serie A.

La Serie C (prima su 4 gironi, poi su 8 di dimensione interregionale) fu istituita con la stagione 1935 – 36 e rappresentò un grande momento di crescita per l’intera provincia italiana. In  quella stagione si diede al calcio italiano un assetto che risultò, per molto tempo stabile: Serie A a girone unico come la Serie B, tre gironi di Serie C con suddivisione geografica (Nord, Centro, Sud), otto gironi di Serie D, campionato di Promozione regionale (in Liguria su due gironi, Ponente e Levante, fino alla stagione 1968 – 69 quando fu istituito un girone unico con l’avvento, alle sue spalle, del torneo di I categoria) e II categoria dilettanti (a livello provinciale).

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Il Savona vincitore della Serie C girone A stagione 1965 – 66: da sin., in piedi, il dott. Galleano, Ratti, Natta, Bruno, Fazzi, Pozzi, Gittone, Taccola, il massaggiatore Regazzoni, l’allenatore Manlio Bacigalupo, l’avv. Alfio Viola; accosciati: il rag. Casella, l’allenatore in seconda Agostino macciò, Corucci, Rosin, la mascotte, Pietrantoni, Verdi, il magazziniere Bussetti

Questa suddivisione andò avanti fino alla stagione 1977 – 78 quando fu deciso, per la stagione successiva, di sdoppiare la Serie C, in Serie C/1 (due gironi) e Serie C/2 (in un primo tempo su quattro gironi, successivamente su tre): si ampliò così l’ambito dei professionisti (la storia del rapporto tra professionismo e dilettantismo nel calcio italiano meriterebbe di essere raccontata, ma non abbiamo in questa occasione lo spazio per farlo). Il resto del movimento calcistico fu suddiviso in Serie D (poi Interregionale, poi Campionato Nazionale Dilettanti, ed ancora – come adesso – Serie D), Eccellenza Regionale (in Liguria vi furono stagioni a due gironi, poi con il ritorno della denominazione Promozione per il campionato immediatamente successivo fu fissata definitivamente la formula del girone unico), I categoria (poi, come abbiamo già riferito subentrò la Promozione) II e III categoria.

Questo assetto è rimasto, più o meno, inalterato anche quando, negli anni ’90, sono stati introdotti play – off e play – out per stabilire il completamento di quel meccanismo di promozioni e retrocessioni, fondamentali per un giusto ricambio e scambio tra le diverse categorie, ma che tra i pionieri era considerato offensivo per il valore universale dello sport inteso come prosecuzione dell’antica cavalleria.

La Serie C/1 e C/2 si sono poi trasformate  (una brutta denominazione) “Lega Pro I Divisione” e  “Lega Pro II Divisione”: quindi, a fronte di una crisi complessiva dal punto di vista economico che ha registrato il fallimento di tante gloriose società (Parma, Triestina, Venezia, Padova, Varese, Biellese: tanto per citarne soltanto alcune) costrette a ripartire dalla Serie D o dall’Eccellenza, la Terza serie, dalla stagione 2013 – 2014 è tornata ad essere “unica” con una suddivisione in 3 gironi con criteri geografici (dopo un periodo di assurda suddivisione di tipo “longitudinale” rispetto allo Stivale), mantenendo per il 4° posto utile a salire in Serie B i play – off a dimensione nazionale.

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La Cremonese ultima squadra a vincere il girone A della Lega Pro

In sostanza a questo punto la suddivisione gerarchica dei campionati è la seguente: Serie A girone unico a 20 squadre (troppe e con crescenti rischi di fallimento per alcuni club poco virtuosi); Serie B girone unico a 22 squadre (idem come sopra), Lega Pro, 3 gironi (Nord, Centro, Sud) a 20 squadre, Serie D, 9 gironi a 18 squadre; Eccellenza regionale; Promozione interprovinciale; Prima Categoria interprovinciale; Seconda Categoria provinciale, Terza Categoria provinciale.

Adesso, finalmente la orrenda denominazione Lega Pro sparisce e si torna all’antica, gloriosa Serie C: la categoria nella quale il nostro Savona ha sicuramente disputato le sue più belle e coinvolgenti stagioni.

 

STAGIONE 71-72: TRAMONTA MALAVASI IL SAVONA AD EZIO VOLPI IN TERZA SALE IL BAR TREVISO

 

di LUCIANO ANGELINI e FRANCO ASTENGO

Il resoconto della stagione 71-72 trova al centro l’affermazione della Terza categoria, il gradino più basso della scala calcistica che, appena avviata la propria presenza in provincia di Savona, rappresenta un punto di riferimento per una nuova stagione di crescita del nostro movimento (comunque, in quella fase, almeno a partire dall’annata 68-69 in chiara espansione). Ne parleremo diffusamente più avanti e i nostri lettori troveranno citate compagini che, fino a quel momento, non si erano ancora cimentate con il calcio ufficiale e nuove località pronte a mettere in campo squadre agguerrite e competitive.

Andiamo per ordine, per così dire gerarchico: Il Savona Fbc milita in Serie C e torna, dopo due stagioni, nel girone dell’Italia Settentrionale. Si tratta di una stagione particolare per la società biancoblu, l’ultima retta dal gruppo Dapelo arrivato sulla rive del Leimbro al momento della promozione in Serie B e della scomparsa del comm.Gadolla (65-66).

Il gruppo è rappresentato, in quel momento, dall’ex-dirigente del Genoa Alfio Viola, già legato a Fausto Gadolla: un giornale titolerà “Compar Alfio, diplomatico” ricordando anche le sue origini meridionali, un esperto uomo di calcio, avvocato di professione, che preparerà la cessione del club.

Il dato più importante, però, si verifica sul campo, all’8a giornata, dopo una clamorosa e imprevedibile quanto ingiusticata sconfitta casalinga con la Pro Vercelli (1-4) viene esonerato “Ringo” Malavasi, l’allenatore in calzini bianchi e della monetina da 10 lire, quella con spiga e aratro, nascosta sotto il cerchio del centrocampo per inequivocabili esigenze scaramantiche. Al suo posto in panchina il trainer delle giovanili, Ezio Volpi, un bresciano già giocatore, oltre che delle “rondinelle” e del Fanfulla, anche degli striscioni e dell’Albenga. Volpi  si dimostrerà trainer di grande spessore tecnico ed umano avviando una brillantissima carriera da allenatore, purtroppo stroncata in seguito da un male incurabile che lo strappava alla vita nel pieno delle sue capacità professionali.

Il Savona Fbc conclude, comunque, la stagione al 12.mo posto, anche grazie ad innesti novembrini di buona caratura quali Balestrieri, Ballotta e Catuzzi. Vince il campionato il Lecco davanti ad Alessandria ed Udinese (è sempre una Serie C di altissimo livello).

La formazione-base è formata da: Merciai, Arnuzzo, Budicin, Capra, Gava, Rossi, Marcolini, Governato, Balestrieri, Rosso, Vivarelli (giocano anche Ballotta, Catuzzi, Sangoi, Bennati, Bianchino, Garofalo, Caiazza, Ferioli, Pigliacelli, Restelli ed i veterani Verdi e Ghizzardi, ceduti a novembre al Casale, ed i giovanssimi prodotti del vivaio locale, Murgita, Giacone ed Ivo Torresan). Un organico corposo e anche di qualità sia in difesa con l’ottimo Merciai, il doriano Arnuzzo e Budicin (o Ballotta) terzini, Gava libero e Capra stopper; il centrocampo è illuminato, anche se ad intermittenza, dal genio di Nello Governato, futuro giornalista a Tuttosport e scrittore, e sorretto dal dinamismo di Marco Rossi. Marcolini, Balestreri e Vivarelli sono le punte.  Ma è una stagione segnata. Come il destino del suo pirotecnico allenatore.

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Savona 1971- 72. Da sinistra in piedi: Balestrieri, Catuzzi, Rossi, Governato, Capra, Merciai. Accosciati: Vivarelli, Marcolini, Arnuzzo, Budicin, Ballotta

In Serie D si colloca una sola squadra della nostra provincia: l’Albenga che disputa un grande campionato piazzandosi al quarto posto alle spalle del trio Cossatese (illuminata dal duo Poirè-Sollier, quest’ultimo approderà poi in Serie A con il Perugia e diventerà famoso come autore di libri e militante politico di sinistra), Biellese ed Asti (nell’Asti, illuminato dai lampi di un giovanissimo Giancarlo Antognoni, che alla fine della stagione passerà alla Fiorentina dopo che Muccinelli, trainer dei granata, lo avrà offerto invano alla Juventus); vince la classifica dei cannonieri del girone il nostro “Victor” Panucci con 21 reti, davanti all’eterno Bramati passato dal Novara alla Biellese.

L’Albenga, allenata da Luciano Testa (che non disdegna qualche puntata in campo, magari partendo dalla panchina, adesso che il tredicesimo è ammesso anche nelle categorie minori) ,allinea questa formazione: Zenari, Ramella, Sobrero, Ameri, Costanzo, Bruzzone, Vasconi, Mussini, Marino Testa, Celiberti e Pioppo. Funge da secondo portiere Zanardini.

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Un’edizione dell’Albenga dell’epoca:da sin., in piedi, Celiberti, Zanardini, Ramella, Costanzo, Sobrero, Testa, Zenari; accosciati: Zunino, Bruzzone, Vasconi9, Spruzzola, Ameri, Pioppo

In Eccellenza le savonesi sono quattro: Varazze, Vado , Pietra Ligure e Alassio.

Vince il campionato il Lerici allenato da Curletto e che allinea tra i pali l’ex-genoano, savonese e modenese Franci.

Queste le rose delle “savonesi”.

Varazze (ottava): Lupi, Gottardi, Morchio, Prato, Torri, Barbarossa, Bosio, Musmeci, Crosa, Lucchesi, Castello (Astengo, Maio, Rondanina, Motta, Campo); all. Giorgi.

Vado (nono): Brondo, Bertero, Glauda, Micca, Poddighe, Grippo, Desogus, Boschis, Piscopo II, Tobia, Calcagno (Sozzi, Landolfa, Lori, Gianni Rosso, Sanna, Casu, Gallo); all. Nino Parodi.

Pietra Ligure (undicesimo): Porta, Gianotti, Barberis, Giusto, Mazzucchelli, Mamdraccio, Camogli, Foglia, Balbo, Eilmann, Bordero (Gerbaudi, Robino, Tortarolo, Bianco); all. Salamini

Alassio (tredicesimo): Casella, Natta, Casalino, Ardizzi, Mela, Invernizzi, Ferro, Capriati, Bertelli, Capasso, Francia (Mendola, Benvenuti, Cosa, De Rizzo, Montagner, Ravera); all. Invernizzi.

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Pietra Ligure 1971-72 formazione: Iacuzzi, Barberis, Foglia, Eilmann, Camogli, Mandraccio, Graziano, Poggio, Varona, Bordero (Gerbuadi, Malacarne, De Rizzo, Balbo, Lardo)

Nel torneo di Prima categoria le savonesi presenti sono ben 11, ma il successo finale tocca all’Arenzano, davanti a Carlin’s Boys e Ventimigliese: un torneo particolarmente difficile, sia per la qualità e la quantità dei giocatori di buon livello tecnico e agonistico, per la caratura delle panchine. C’è tutto il meglio del calcio savonese, anche oltre i dilettanti, da Giancarlo Tonoli (Albisola) all’ex juventino Muccinelli (Loanesi), all’ex bandiera biancoblu Giulio Mariani, a Gian Negro,Tullio Pierucci e l’ex gloria blucerchiata Beppe Recagno. Questi i protagonisti.

ALBISOLA (sesta): Ghiso, Marchi, Piscopo I, Di Vita, Berio, Franco Cusimano, Siccardi, Leo Cusimano, Corrado Teneggi, Somà, Colombo (Delfino, Tronchin, Furci, Zunino, Lagasio); all. Tonoli.

FINALE LIGURE (settimo): Calcagno, Monti, Rescigno, De Sciora, Cattaneo, Vallarino, Di Cola, Suraci, Comelli, Vadone, Aspesi, Moltrasio (Magnaghi, Colombo, Dressino, Razzaio, Bellora, Cervone, Marafante); all.Giancarlo Negro.

CARCARESE (ottava): Rovere, Parodi, Rebella, Cruciani, Odella, Briano,Pizzorno, Demaria, Monaci, Canazza, Maggi (Giribone, Tagliaferri, Perotti, Levratto, Bonifacino).

LOANESI (nona): Piotto, Schiesaro, Damonte, Armella, Quaglia, Negri, Battaglia, Sinagra, Enrico Pierucci, Magliano, Ghigliazza (Porzio, Nasturzio, Fusaro, Montini); all. Ermes Muccinelli

CENGIO (decimo): Duro, Scavino, Zunino, Di Scanno, Bagnasco, Caracciolo, De Zanet, Foglia, Dormetta, Arena, Gaiero (Balestra, Reviglio, Veglio, Turco); all. Rocchieri.

FINALPIA (undicesimo): Spensatello, Gallina, Bruzzone, Pittalis, Marenco, Pera, Calarco, Vignaroli, Pabis, Malacarne, Robutti (Tissone, Frattini, Cavanna, Mandraccio, Furlan, Vasconi);  all.Mariani.

VELOCE (dodicesima): Carella, Crispino, Caviglia,Sarti, Rossi, De Valle, Testa, Borgo, Chiesa, Benedetti, Pali (Finotello, Zilli, Fiori, Repetto, Sogno); all. Tullio Pierucci.

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La Veloce 1971-72: da sin., in piedi, De Valle, Tullio Pierucci (allenatore-giocatore), Crispino, Rossi, Conterno, Fiore, Carella (futuro presidente di lungo corso del Legino); accosciati: Filotello, Cannone, Zilli, Sarti, Benedetti

DON  BOSCO VARAZZE (tredicesimo): Cosimi, Cattivelli, Carattino, Altobelli, Minola, Parodi, Vitali, Perata II, Varese, Somà II, Recagno (Perata I, Gini, Vallarino, Ottonello); all. Beppe Recagno.

CAIRESE (quattordicesima): Bertonasco, Berretta, Bovo, Rizzolo, Garrone, Pesce, Croce, Veglio, Pregliasco, Tardito, Bertone (Zanini, Ventriglia, Garofoli, Cobelli); all. Pizzorno.

SPOTORNESE: (quindicesima): Francese III, Crippa, Bellomi II, Chiappella, Botto, Incorvaia, Sergo, Lingua, Riolfo, Pittaluga, Ratti (Ghelli, Biggi, Palazzi, Maffei, Romano); all. Mario Vadone.

VILLETTA (sedicesima): Ficini, Damonte, Fazio, Vicenzi, Maspes, Assereto, Biavasco, Mellano, Procopio II, Sardo, Lagustena (Ottonello, Jacovacci II, Ratto, Marri, Priano, Arbini); all. Ferro-Astengo.

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La Villetta 1971-72 schierata al “Bacigalupo” per il derby con la Veloce (vinceranno 3-2 i “granata” al termine di una gara tesa e appassionante): da sin., in piedi, Sardo, Ratto, Ottonello, Assereto, Mellano, Lagustena, Ferro, Astengo (d.t.); accosciati: Vicenzi (futuro sindaco di Stella e Albissola Mare), Albi, Damonte, Fazio, Caropreso, Biavasco

Nella Seconda categoria trionfo finale del Borghetto per due punti sulla Nolese. I granata si erano fortemente rafforzati ingaggiando l’ex-sampdoriano Scazzola che fungeva da allenatore-giocatore (nella stagione precedente aveva allenato la Pro Molare in Serie D, ed in Riviera era capitato per comandare i vigili urbani proprio a Borghetto), l’ex-portiere del Pietra Gibertini, l’ex-imperiese ed ingauno Schiesaro  ed il possente difensore ex-sestrese Moggia che affiancarono assai produttivamente il classico Baucia, da qualche stagione bandiera della compagine borghettina. La Nolese invece si era dotata di un tasso di “classe in più” attraverso l’acquisto dei vadesi Paolino Gaglione (“o Rey” per molti anni trascinatore dei rossoblu) e Marco Sfondrati, ma non era bastato per  vincere il girone.

Questa la classifica  finale: Borghetto Santo Spirito 38; Nolese 36; Ceriale 33; Fulgor Loano 31; Andora 30; Garessio 27; Auxilium Alassio 25; Intemelia 23; Altarese 23; Millesimo 23; Priamar 21; Santa Cecilia 20, Calizzano 17; Cadibona 10.

Quindi 12 squadre savonesi, una piemontese ed una della provincia di Imperia.

Ecco gli organici delle “nostre”.

Borghetto Santo Spirito: Gibertini, Schiesaro, Casciano, Moli, Coccolato, Parinello, Greco, Baucia, Chirivì, Scarfì, Scazzola (Mandraccia, Moggia, Grosso).

Nolese: Bonetti, Di Bartolo, Aramini, Pisano, Colombo, Rossi, Illarcio, Gaglione, Capraro, Gandolfo, Sfondrati (Saporito, Restuccia, Roberto, Caviglia, Sotgia).

Ceriale: Pucci, Vignaroli, Fringuellino, Massobrio, Enrico, Cavallera, Clerici, Sancinito, Rossi, Ferro, Schillaci (Cammarata).

Fulgor Loano: Parodi, Dondo, Riva, De Biasi, Rocchia, Falco, Bosco, Guzzetti, Salvatico, Bongiovanni, Aicardi (Cetriolo, Roascio, Curotto).

Andora: Trioglio, Rossi, Ordano, Baldi, Bertolino, Luzzo, Papone, Giardina, Lupo, Baldo, Vigini (Messico, Galleano).

Auxilium Alassio: Canepa, Pinna, Caviglia, Giacchello II, Da Pozzo, Cacciamani, Maghella, Collesi, Cerasa, Laguardia, Cappelletti (Giacchello I, Maffini, Mosca, Iannone).

Altarese: Molinas, Rolando, Cerruti, Fornaciari, Piccardi, Occhi, Tortore, Chiaruttini, Corizia, Giribaldi, D’Anna (Morazzo, Berta, Pansera, Bormioli, Caporali).

Millesimo: Giacosa I, Nolasco, Molinari, Giardino, Baronti, Dogliotti, Siri I, Ferro I, Siri II, Vomero, Pizzorno (Guarise, Ferro II, Rubino, Alluigi).

Priamar: Ferro, Ricci, Fornarino, Nofroni, Di Tullio, Damonte, Bosano, Bosio, Ciappellano, Caraccio, Lucia (Grasso, Mombrini, Tarditi, Bitetto).

Santa Cecilia: Vizzini, Bruzzone, Di Maggio II, Damiani, Tortarolo, Basso I, Invernale, Rossi, Di Maggio I, Basso II, Mongaro (Ligresti, Giusto, Conradi, Caserta, Barisone).

Calizzano: Barberis II, Briozzo, Barberis I, Maderi, Chirivì,Bonelli, Massone, Bergese, Buscaglia, Badano, Ruffino (Santo, Marson, Gaggero).

Cadibona: Robiglio, Faggioli, Rigardo, Malatesta, Rocca Novaro (Memè), Danello, Frumento, Gasco, Brandini, Pilleri (Nervi, Oliva, Guidetti, Verney, Zaccarini).

Abbiamo accennato all’inizio alla “esplosione” della Terza categoria, che a Savona era stata istituita con la stagione 1969-70; in precedenza all’inizio degli anni ’60 fungeva da III categoria il campionato Dilettanti CSI, egualmente riconosciuto dalla Federazione. Di quel tempo ricordiamo squadre come la Fraternitas di Roberto Grasso, Luca Castellaro, Joe Longhi, Pirami, Gianni Sibilio arrivata a un passo dal titolo regionale, e il Varigotti di Bruno Marengo, Rebecchi, Rinaldi, “topo gigio” Saccani, Bezzi, “Moretto” Garibaldi capace invece nella stagione 1964-65 di laurearsi campione regionale superando in finale, 2-0, il San Marzano di Pegli.

Anche nell’annata che stiamo raccontando una savonese si impose a livello ligure, il Bar Treviso di Emilio Pacini capace di sconfiggere, nella finale giocata a Santa Margherita Ligure, il Vezzano per 4-0 grazie ad un poker di Luciano Francese.

Il Bar Treviso era sorto la stagione precedente presso l’omonimo locale sito in Corso Colombo, angolo via XX Settembre, gestito da un simpaticissimo “paron” veneto (appunto di Treviso) Emilio Segato. Il Bar era frequentato da molti giocatori di varie squadre, in particolare della Priamar e, soprattutto, proprio da Emilio Pacini, allora giovane allenatore emergente che aveva già diretto la Villetta conducendola al successo nel campionato di II categoria 1965-66. Pacini aiutato da un pugno di appassionati aveva deciso di “saltare il fosso” e portare il Bar Treviso (come era già successo negli anni precedenti al Bar Freccero di via Paleocapa e come sarebbe capitato, dodici mesi dopo, al Bar Belluno di Piazza Giulio II su iniziativa del compianto Gino Pellosio) nei campionati federali. Dopo il secondo posto del 1970-71 arrivò il trionfo in questa stagione. L’altro girone di III categoria fu vinto dal Bragno degli eterni Viola e Ramognini (che più di dieci anni prima avevano condotto i verdi della Valbormida al successo finale proprio nel campionato CSI e poi avevano militato nelle giovanili della Juventus) con al secondo posto la Villetta’71 di Nini Marino, esperimento poi tornato alla casa base villettiana ma riuscito felicemente nell’idea di lanciare giovani virgulti.

Questo l’organico del Bar Treviso, campione ligure: presidenti Emilio Segato e Stefano Arduino; segretario “Momo” Morasso (per lui un ricordo del tutto particolare); allenatore, Emilio Pacini; massaggiatore,  Vittorio Barbino “Cordellina” popolarissimo personaggio in Città, vero e proprio factotum e padre del difensore “Cicci”.

Portieri: Ernestino Turco e Leo Ratto; difensori: Cicci Barbino, Piero Cipponi (un ciclista prestato al calcio), Roberto Farulla, Amedeo Venturini, Alberto Pellicciotta; centrocampisti: Luciano Soro, Domenico Toso, Luigi Ciappi, Aldo Bocca, Luciano Leoncini, Giuseppe Duga; attaccanti: “Ghido” Caviglia, Luciano Francese, Angelo Bensi, Duilio Montorsi.

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Bar Treviso, formazione ritratta all’interno del bar mettendo in mostra i trofei conquistati.Da sinistra in piedi: Cicci Barbino, Dario Ricci, Gegè Capraro, Marcello Caraccio, il simpaticissimo e indimenticabile “paron” Segato, Chidu Caviglia, Alberto Pellicciotta; accosciati, Luciano Alpa, Nanni Imberti, Emilio Pacini “il conducator”, Fulvio Porta

Le classifiche dei due gironi.

Girone A: Bar Treviso 31, Sanremo 28, Borgio Verezzi 25, Pontelungo 25, Laigueglia A 23, Andora B 16, Boys Finalpia 15, Finalpia B 11, Veloce Loano 11, San Giorgio Ceriale 10, Fulgor Loano B 8, Inguana 8.

Girone B: Bragno 25, Villetta ’71 22, Veloce B 20, Don Bosco Savona 19, Bardinetese 18, Cairese B 16, Dego 14, Garessio B 11, Cosseria 9, Calizzano B 7, Villetta B 7, Laigueglia B 6.

Da notare come partecipassero ancora al campionato di III categoria le squadre riserve delle società di I e II.

Nei campionati giovanili da notare il successo dell’Auxilium di Alassio nel campionato provinciale juniores. I “granatini” allenato da Ivo Brancaleoni, un uomo davvero di “Serie A” per aver giocato nel Como, nel Torino e nel Bari tra le altre, si imposero nel girone finale a quattro al Savona, alla Santa Cecilia e all’Albenga.

 

 

IL MITO DEL NUMERO 10: CON PELE’, MARADONA E PUSKAS RIVERA, BAGGIO E TOTTI

 

Mario Sconcerti scrive giustissime parole (“Corriere della Sera”, 31 Luglio 2017) sotto il titolo: “Non perdiamo il numero 10, dà il senso della circolarità della storia”:

“ E’ strano vedere le prime tre squadre dell’ultimo campionato italiano senza la maglia n.10 (Juventus, Roma, Napoli). E’un problema a cui si può resistere, lo capisco, ma è comunque una soluzione sbagliata. Non si cancellano i numeri per salvare un ricordo, è una contraddizione in termini, un piccolo atto illiberale. Cioè gente che nel presente decide anche per il futuro e soltanto per i principi. L’idea credo sia nata nel basket americano e mi sembra tipica di chi non ha avuto storia. Se non ha precedenti devi trovare un numero unico, estremo. Quindi si elimina. Gli europei, che hanno sempre avuto un visione circolare della storia, cioè tutto torna, hanno sempre preferito la ripetizione, poter ribadire un ruolo, un concetto. Avere un altro Maradona, trovare un nuovo Baggio, nella certezza che il talento è come i dittatori, si ripresenta. Ci siamo americanizzati di recente, direi quasi come effetto social..”

Ci siamo così convinti delle affermazioni del “Navarro”, come lo chiamava Gianni Brera,  che abbiamo pensato di osare stilando addirittura la classifica dei migliori numeri 10 di tutti i tempi (esclusi i giocatori in attività), ricordando che fino al 1939 i numeri non esistevano e che il sublime Cruijff giocava con  il n. 14 anche nell’Ajax e il maestro Di Stefano ha sempre portato il n. 9 mentre Bobby Charlton ha oscillato tra il 9 e l’11.

Vediamo la nostra personalissima graduatoria, procedendo per ordine:

1)      Edson Arantes do Nascimento detto Pelè

Pelé, pseudonimo con cui è universalmente noto Edson Arantes do Nascimento (Três Corações, 23 ottobre 1940, è un dirigente sportivo (ha ricoperto l’incarico di Ministro dello Sport) ed ex calciatore brasiliano, di ruolo attaccante, considerato dalle maggiori organizzazioni internazionali ufficiali dello sport nonché da molti esperti e appassionati il miglior giocatore di tutti i tempi.

Conosciuto anche come O Rei (Il Re), O Rei do Futebol (Il Re del Calcio) o Perla Nera (in portoghese Pérola Negra), è il Calciatore del Secolo per laFIFA, per il Cio e per l’International Federation of Football History & Statistics (IFFHS) nonché Pallone d’oro FIFA del secolo, votato dai precedenti vincitori del Pallone d’oro. Successivamente ha ricevuto, unico calciatore al mondo, il Pallone d’Oro Fifa onorario.

È l’unico calciatore al mondo ad aver vinto tre edizioni del Campionato mondiale di calcio, cosa avvenuta con il Brasile nel 1958, 1962 e 1970 (finale con l’Ita del 4-3 alla Gemania). Il suo gol realizzato alla Svezia nella finale del 1958 è considerato il terzo più grande gol nella storia del Mondiale e primo tra quelli realizzati in una finale di un campionato del mondo. La FIFA gli riconosce il record di reti realizzate in carriera, 1281 in 1363 partite, mentre in gare ufficiali ha messo a segno 761 reti in 825 incontri con una media realizzativa pari a 0.92 gol a partita.

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Pelè nel Santos – 1963

2)      Diego Armando Maradona

Diego Armando Maradona (Lanús, 30 ottobre 1960) è un allenatore di calcio, dirigente sportivo ed ex calciatore argentino, di ruolo centrocampistaoffensivo, capitano della Nazionale argentina di calcio vincitrice del Mondiale del 1986, attuale tecnico del Dibba Al-Fujairah. Il 5 luglio 2017 ha ricevuto la cittadinanza onoraria dal Comune di Napoli a palazzo San Giacomo con conseguente festa a Piazza del Plebiscito.

Noto anche come El Pibe de Oro (Il Ragazzo d’Oro), è considerato uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi e, da molti, il migliore in assoluto. In una carriera da professionista più che ventennale, ha militato nell’Argentinos Jrs., nel Boca Juniors, nel Barcellona, nel Napoli, nel Siviglia e Newell’a Old Boys. Con la Nazionaloe argentina ha partecipato a quattro edizioni dei Mondiali (1982, 1986, 1990 e 1994); i 91 incontri disputati e le 34 reti realizzate in Nazionale costituirono due record, successivamente battuti. Il suo gol realizzato contro la Nazionale inglese nei quarti di finale del Mondiale 1986 è considerato il gol del secolo, e segue di cinque minuti l’altro famoso e controverso episodio per cui è spesso ricordato, quello della mano de Dios.

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Diego Armando Maradona con la maglia del Napoli campione d’Italia

3)      Ferenc Puskas

Ferenc Puskás (Budapest, 2 aprile 1927 – Budapest, 17 novembre 2006), nato Ferenc Purczeld, è stato un calciatore e allenatore di calcio ungheresenaturalizzato spagnolo, di ruolo attaccante. Militò nella Honved e successivamente nel Real Madrid; difese i colori sia dell’Ungheria, suo Paese d’origine, per la quale scese in campo in occasione del Campionato del mondo 1954 e, successivamente, della Spagna, Paese di naturalizzazione, che rappresentò in occasione del mondiale 1962. Figlio a sua volta di un calciatore, deve il suo cognome attuale alla scelta di suo padre di cambiare nome di famiglia nel 1937.

È considerato il miglior calciatore ungherese di sempre e uno tra i più dotati di ogni tempo. È inoltre il terzo capocannoniere di tutti i tempi, avendo realizzato in carriera oltre 1000 goal tra nazionale e club. Seconda punta molto veloce, dotato di un notevole stacco di testa nonostante la media statura e di un eccezionale controllo palla al piede, oltre che appunto di un tiro incredibile, fu definito dal suo compagno di squadra e amico Alfredo Di Stefano, il migliore calciatore di tutti i tempi. Nel suo palmarès, oltre a diversi titoli di campione d’Ungheria e di Spagna, figurano un oro olimpico con l’Ungheria nel 1952, tre Coppe dei Campioni nel 1959, 1960 e 1966, nonché una Coppa Intercontinentale nel 1960, con il Real Madrid.

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Ferenc Puskas con la maglia del Real Madrid

4)      Omar Enrique Sivori

Enrique Omar Sívori (San Nicolás de los Arroyos, 2 ottobre 1935 – San Nicolás de los Arroyos, 17 febbraio 2005) è stato un calciatore e allenatore di calcio italo-argentino che, nel corso della sua carriera agonistica, rappresentò sia l’Argentina che l’Italia e militò nei club del River Plate, della Juventus e delNapoli; in panchina fu anche commissario tecnico dell’Albiceleste all’inizio degli anni 1970.

Chiamato El pibe de oro o El Cabezón per la folta capigliatura scura che spiccava sul corpo minuto, o anche El Gran Zurdo (il grande mancino) perché giocava principalmente con il sinistro, Sívori vinse con la maglia della Selección la Copa America 1957, mentre, tra le file di River Plate e Juventus, ottenne 6 titoli e 2 coppe nazionali. In carriera mise a segno 147 reti nel campionato italiano, e 17 con le casacche di Argentina e Italia; detiene inoltre, assieme aSilvio Piola, il record del maggior numero di gol segnati in una singola partita della Serie A: il 10 giugno 1961 siglò infatti 6 reti nella gara Juventus-Inter (9-1) della stagione 1960-1961.

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Omar Sivori edizione juventina

5)      Gianni Rivera

Giovanni Rivera, detto Gianni (Alessandria, 18 agosto 1943), è un politico ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, campione europeo nel1968 e vice-campione mondiale nel 1970 con la Nazionale italiana.

Primo Pallone d’oro italiano non oriundo nel 1969, occupa la 20ª posizione, primo degli italiani, nella speciale classifica dei migliori calciatori del ventesimo secolo pubblicata dalla IFFHS ed è considerato uno dei migliori giocatori italiani di sempre e uno tra i più grandi numeri 10 della storia del calcio. Nel 2004 è stato inserito nel FIFA 100, lista dei 125 più grandi giocatori viventi compilata da Pelé e dalla FIFA in occasione del centenario della federazione; nello stesso anno è risultato 35º nell’UEFA Golden Jubilee Poll, un sondaggio online condotto dalla UEFA per celebrare i migliori calciatori d’Europa dei cinquant’anni precedenti. Nel 2013 è entrato a far parte della Hall of Fame del calcio italiano e nel 2015 è stato tra i primi cento atleti selezionati dal CONI per la Walk of Fame dello sport italiano. Dal 1987 è attivo in campo politico e ha ricoperto vari incarichi parlamentari e governativi.

Esordì in Serie A a quindici anni con la maglia dell’Alessandria; col Milan, nel quale militò per diciannove stagioni (dodici da capitano), fu tre volte campione italiano, due volte europeo e una volta intercontinentale. Undicesimo per numero di presenze in Serie A (527), con 128 reti è il centrocampista più prolifico nella storia della massima serie.

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Gianni Rivera capitano rossonero

6)      Luis Suarez

Luis Suárez Miramontes, detto Luisito (La Coruña, 2 maggio 1935), è un allenatore di calcio ed ex calciatore spagnolo, di ruolo centrocampista. Campione d’Europa con la nazionale spagnola nel 1964. Considerato uno dei migliori giocatori della sua generazione, ha esordito tra le file del Deportivo di La Coruña per poi trasferirsi al Barcellona, dove ha vinto due edizioni del campionato spagnolo, della Coppa nazionale e della Coppa delle Fiere. Nel 1961 è approdato all’Interr, con la quale ha conquistato tre scudetti nonché due Coppe Campioni e altrettante Coppe Intercontinentali. Sotto la guida dell’allenatore argentino Helenio Herrera, che lo aveva già avuto alle sue dipendenze nel Barcellona, si è affermato nel contempo come uno dei migliori registi del panorama internazionale venendo annoverato ancora oggi tra i massimi interpreti del ruolo nella storia del calcio. Ha concluso la carriera nel 1973 giocando per la Sampdoria. Con la maglia della Spagna ha collezionato 32 presenze e segnato 14 reti partecipando appunto alla vittoriosa edizione casalinga dell’Europeo del 1964.

A livello individuale ha conquistato il Pallone d’Oro 1950, divenendo il primo e unico spagnolo ad aggiudicarsi il prestigioso riconoscimento messo in palio da France Football (fatta eccezione per l’oriundo Alfredo Di Stefano).

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Suarez interista nella nebbiolina di San Siro

7)      Roberto Baggio

Roberto Baggio (Caldogno, 18 febbraio 1967) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante o centrocampista, vice-campione del mondo con la nazionale italiana nel 1994. Soprannominato Raffaello Divin Codino, è ritenuto uno dei migliori giocatori della storia del calcio mondiale. Con le squadre di club ha conquistato due scudetti (1994-1995 e 1995-1996), una Coppa Italia (1994-1995) e una Coppa UEFA (1992-1993). Innazionale ha preso parte a tre Mondiali (1990, 1994 e 1998), sfiorando la vittoria dell’edizione 1994: vice-capocannoniere del torneo con 5 reti, sbagliò l’ultimo penalty della finale contro il Brasile, vinta dai sudamericani ai tiri di rigore.

Pur non avendo mai vinto la classifica dei marcatori, è il settimo realizzatore del campionato di Serie A con 205 gol, preceduto da Silvio Piola, Francesco Totti, Gunnar Nordahl, Giuseppe Meazza, José Altafini e Antonio Di Natale. Prolifico anche in nazionale, con 27 reti in 56 partite è quarto tra i migliorirealizzatori in maglia azzurra, a pari merito con Alessandro Del Piero. È inoltre tra i migliori marcatori italiani nei Mondiali (9 gol, a pari merito con Paolo Rossi e Christian Vieri), nonché l’unico ad aver segnato in tre diverse edizioni.

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Roberto Baggio in nazionale ai mondiali ’90

8)      Michel Platini

Michel François Platini (Jœuf, 21 giugno 1955) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore francese, di ruolo centrocampista. Legò il suo nome a quello del Nancy e del Saint Etienne, divenendo il giocatore-emblema per entrambi i club, nonché della Juventus e della Nazionale francese, di cui è stato tra i principali artefici dei rispettivi successi degli anni 1980. Terminò la carriera a 32 anni, dopo aver conquistato numerosi trofei tra cui un campionato francese, due scudetti con la Juve e quasi tutte le competizioni confederali all’epoca vigenti (tranne la Coppa UEFA, competizione in cui raggiunse i quarti di finale nel 1980 e 1981), divenendo al contempo cannoniere della Serie A dal 1983 al 1985. Con la Nazionale transalpina ottenne piazzamenti di rilievo nelle competizioni internazionali del decennio 1976-86, tra cui la vittoria dell’Europeo 1984 dove inoltre primeggiò nella classifica marcatori con nove reti (che ne fanno il miglior realizzatore in una singola edizione del torneo), e il terzo posto al mondiale del 1986.

È, assieme a Johan Cruijff e Marco Van Basten, il calciatore che ha vinto più Palloni d’oro.

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Michel Platini in maglia juventina

9)      Francesco Totti 

Francesco Totti (Roma, 27 settembre 1976) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. Soprannominato Er Pupone, fra il 1998 e il 2006 ha vestito la maglia della nazionale italiana, con la quale è diventato campione del mondo nel 2006.

Considerato uno dei migliori giocatori nella storia del calcio italiano, nel corso della sua carriera professionistica ha sempre militato nella Roma, squadra della quale è stato capitano dal 1998 al 2017. Per la squadra della Capitale è il miglior realizzatore di tutti i tempi e il calciatore con più presenze, sia per quanto riguarda il campionato (619, secondo in assoluto insieme a Gianluigi Buffon e dopo Paolo Maldini) sia per le coppe europee (103, di cui 57 in Champions League, della quale è il marcatore più anziano, avendo realizzato una rete a 38 anni e 59 giorni).

È al secondo posto della classifica dei marcatori della Serie A, ed è uno degli 8 calciatori italiani ad aver realizzato almeno 300 reti a livello professionistico (gli altri sono Piola, Del Piero, Meazza, Luca Toni, Baggio, Filippo Inzaghi e Antonio Di Natale oltre all’oriundo José Altafini); sempre tra i professionisti, è il giocatore italiano che ha segnato più gol con la stessa squadra (307 con la maglia della Roma), precedendo Del Piero (290 reti con la Juventus) e Meazza (284 reti con l’Ambrosiana-Inter).

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Totti all’esordio da titolare in Serie A (Roma-Sampdoria, 29 marzo 1994 )

10)   Arthur Antunes de Coimbra detto Zico

Arthur Antunes Coimbra, meglio noto come Zico, (Rio de Janeiro, 3 marzo 1953) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore brasiliano, di ruolo attaccante o centrocampista. Soprannominato O Galinho (il Galletto), partecipò a diverse edizioni delMondiale, intraprendendo poi fruttuosamente la carriera di allenatore e dirigente. Fu eletto Calciatore sudamericano dell’anno per tre volte (1977, 1981 e 1982). Occupa la nona posizione nella classifica dei migliori giocatori del XX secolo redatta da France Football, e la diciottesima posizione nella classifica dei 100 migliori giocatori del XX secolo redatta da World Soccer.

In totale ha giocato 750 partite ufficiali segnando 516 gol; contando anche le partite non ufficiali giocate il suo totale sale a 1180 presenze e 826 gol.

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Zico con la maglia dell’Udinese

1973-74: RETROCEDONO SAVONA E ALBENGA LA NASCITA DEL FERRARO

 

di LUCIANO ANGELINI  e FRANCO ASTENGO

Alti e bassi, nel calcio come nella vita: bisogna darne conto anche quando si cerca di scrivere una storia minore come la nostra. Il movimento calcistico savonese, in questa stagione 73-74, rimane molto forte alla base ma arretra ai vertici: le vessillifere Savona, in Serie C, ed Albenga, in Serie D, sono costrette, infatti, a scendere un gradino della gerarchia. Per i gloriosi striscioni biancoblu si tratta dell’ultima stagione in Serie C, quella “vera”: quando si riaffacceranno in alto, infatti, ci saranno già C1 e C2..

L’annata nasce male, risulta esiziale l’abbandono dell’allenatore Ezio Volpi che passa al Venezia con ottimi risultati (i neroverdi saranno quarti alle spalle dell’Alessandria, che ritorna trionfalmente in Serie B, dell’Udinese e del Monza) e  l’ex-interista Carlo Tagnin non si rivela all’altezza del compito (vanno male poi anche i nuovi acquisti Andreoli e Della Donna dal Torino e Pavoni dal Genoa). Mino Persenda, il “bombardiere nero” arriva tardi a dirigere la baracca e non bastano i 15 goal di Vittorio Panucci.

Morale: diciottesimo posto e Serie D con Triestina e Derthona.

Formazione base: Paterlini, Brignole, Perlo, Rossi, Canepa, Della Donna, Andreoli, Bosca, Panucci, Matteoni, Pavoni (Cucchi, Budicin, Capra, Ardemagni, Tuttino, Buscaglia, Manitto, Tirico).

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Ecco il Savona che da l’addio alla Serie C

Fortemente negativo anche il torneo dell’Albenga che si classifica all’ultimo posto del girone A di Serie D, vinto dal Casale. Con i bianco-neri retrocedono Lerici e Biellese.

Sono vani gli sforzi dell’allenatore Piquè, un altro ex dal passato illustre avendo giocato con Udinese, Padova, Genoa, Savona, Entella, e dei giocatori: Zanardini , Roveta, Bruzzone, Costanzo, Di Fabio, Fabbris, Giacomelli, Vasconi, Rizzin, Boido, Pioppo (Albini, Lupi, Cazzola,Airaldi).

Sono tre le savonesi in Eccellenza: campionato vinto dalla Sarzanese con un punto di vantaggio sulla Sanremese  con questi piazzamenti e queste formazioni.

VADO (quinto posto): Brondo, Turezzini, Grippo, Bianchino, Casu, Bertero, Dubourgel, Crosa, Gallo, Boschis, Camici ( Raineri, Desogus, Wuillermoz, Dagnino, Calcagno, Vaniglia); all.Ansaldo.

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Il Vado 1973 – 74 allenato dall’indimenticabile Davide Ansaldo. Da sinistra in piedi: Casu, Grippo, Gallo,Dagnino, Brondo, Turezzini; accosciati: il capitano Gino Bertero, Bianchino, Dubourgel, Desogus, Boschis

VARAZZE (undicesimo posto): Lupi, Barletta, Torri, Lucchesi, Prato, Perata, Polignano, Landolfa, Vitali, Musmeci, Bordero (Giusto, Caviglia, Giacchero, Blondet); all.Lupi.

LOANESI (dodicesimo posto): Piotto, Bagnasco, Damonte, Falco, Sinagra, Montini, Cislaghi, Salvatico, Poggio, Boccia, Ghigliazza (Porzio, Mariano, Cerati, De Rizzo, Quaglia, Magliano);  all.Celiberti.

Il campionato di Prima categoria 1973-74 ha un esito altamente drammatico: alla fine, infatti, tre squadre conquistano 39 punti, Ventimigliese, Taggese e Finale. Si disputano gli spareggi ed i granata di confine la spuntano impattando 0-0 con la Taggese e battendo il finale 2-1 sul neutro di Sanremo il 23 giugno 1974.

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Veloce 1973 – 74. Nella didascalia, tratta dal libro di Nanni De Marco sui 100 anni della Veloce, da correggere il cognome del portiere: si tratta di Baldelli e non di Balbelli. Gli altri 10 tutti ragazzi tra i migliori nella storia del calcio savonese dai mastini Sarti e De Valle a Chiesa

Le savonesi sono dodici.

FINALE LIGURE (primo a pari merito): Calcagno, Prgliasco, Cavanna, Comelli, Botto, F. Cusimano, Dominici, L. Cusimano, Siccardi, Aspesi, Bosio (Alberelli, Carzolio, Daga, Marchi, Rescigno, Castello, Di Cola, Franco, Pera); all.Luciano.

BORGHETTO SANTO SPIRITO (quarto): Gibertini, Piccolo, Marelli, Grego, Scazzola, Badano, Parodi, Baucia, Clerici, Minetti, Minucci (Durando, Della Pria, Lanza, Commentale); all.Scazzola.

FINALPIA (quinto): Spensatello, Minola, Pittalis, Neirotti, Rembado, Giusto, Somà, De Caro, Fiorani, Parinello, Cancellieri ( Tieghi, Beltramo, Mandraccio, Pittalis, Robutti, Sanna, Pabis) all.Dall’Orto

CERIALE (sesto): Casella, Colombo, Botto, Lunetta, Enrico, Molli I, Fazio, De Sciora, Molli II, Bellora, Moltrasio (Primeraro, Capriati, Gianfrida, Cammarata); all.De Sciora.

VELOCE (settima): Valente, Crispino, Devalle, Lingua, Conterno, Giaccone, Sarti, Pali, Torresan, Zunino, Gualdo (Angeleri, Frione, Baldelli, Enrico Pierucci, Cappelli, Gentile); all. Tullio Pierucci.

ALASSIO (ottavo): Zenari, Cova, Benvenuti, Bianchi, Vellani, Invernizzi, Capasso, Sanchini, Bertelli, Marino Testa, Rustichelli (Conchioni, Mendola, Ravera, Ferrua); all. Tonoli.

CAIRESE (undicesima): Porta, Berretta, Strapazzon, Ventriglia, Garrone, Piazza, Ferraro, D’Anna, Bottinelli, Pastorino, Bordino (Carta, Ravera, Becco, S. Costa, Pala, Bianco, E. Costa);  all.Macciò.

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La Cairese edizione 1973-74: da sin., in piedi, l’allenatore Pizzorno, Pastorino, Garrone, Porta, Piazza, Costa, Bottinelli, Berretta; accosciati: Bianco, D’Anna, Ventriglia, Strapazzon, Carta

PIETRA LIGURE (dodicesima): Gerbaudi, Puppo, Jacoponi, Barberis, Eilmann, Salvi, Tortarolo, Colombo, Balbo, Lardo, Mandraccio (Bova, Mati, Gaglianone, Aicardi, Gobber, Coccato); all. Camilloni.

ALBISOLA (quattordicesima): Ghizzardi, Piscopo I, Furci, Zunino, Ratto, Devalle, Piscopo II, Zilli, Albanese, Berardo, Aonzo (Delfino, Pugliesi, Molinari, Lucisano, Secci, Bolognesi); all. Ghizzardi.

ANDORA (quindicesima) Messico, Luzzo, Curtolo, Lupo, Ordano, Bonelli, Communo, Papone Valenza, Baldo, Bernardini ( Broglio, Bianchi, Giudici); all. Ferrario.

CENGIO (sedicesimo) : Zanini, Zucchero, Zunino, Bagnasco, Dormetta, Di Scanno, Masia, Foglia, Monaci, Molinari, Boschis (Giacchello, Ghisolfo, Meliga, Scavino, Massaro, Fazzone) all.Rocchieri.

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Al centro della panchina velociana tra il giocatore Marenco e il massaggiatore Filippo Conti (grande animatore delle attività di soccorso della Croce Bianca), due personaggi che hanno fatto la storia del calcio savonese nei ruggenti anni ’60: il direttore tecnico “Pavone” Morando, grande protagonista dei tornei estivi dirigendo i “Magnifici 7” e l’allenatore Tullio Pierucci, già giocatore di grande classe per molte stagioni considerato il migliore in assoluto nella Promozione ligure, più volte nella nostra rappresentativa regionale, in Serie C con il Savona e Nazionale Dilettanti sia con la squadra “A” sia con quella “B”

La Seconda categoria vede l’affermazione dell’unica squadra piemontese presente, il Garessio degli eterni Politano, Coccalotto, Borgna,  e soci,  che supera di sei punti l’Auxilium Alassio. La novità è rappresentata dalla nascita del G.S. Ferraro di Savona che ha rilevato il titolo sportivo del Bar Treviso. Ferraro, grande appassionato del calcio, noto orafo con laboratorio alle Fornaci e negozio in Galleria Scarzeria, appronta un programma molto ambizioso che darà i suoi frutti negli anni seguenti. Intanto la squadra coglie un lusinghero quinto posto.

Questa la classifica: Garessio 37, Auxilium Alassio 31, Carcarese 30, Spotornese 29, Ferraro Savona 29, Santa Cecilia 27, Altarese 26, Nolese 26, Bragno 23, Calizzano 18, Sanremo 18, Valleggia 16, Cervese 16, Priamar 10.

Per la prima volta la Priamar retrocede in Terza categoria. Le savonesi presenti sono undici, ecco le formazioni.

AUXILIUM ALASSIO: Iannone I, Giacchello I, Giacchello II, Merello, Maghella I, Cacciamani, Maghella II, Avogadro, Vitale, Russo, Iannone II (Falcone, Mondello, Cerasa, Danio).

CARCARESE: Bertonasco, Garra, Parodi, Bagnasco, Cruciani, Giribone, Bonifacino, Goslino, Canazza, Marenco, Perotti.

SPOTORNESE: Francese III, Nasturzio, Torcello, Ratti, Bellomi II, Incorvaia, Maffei, Restuccia, Vandone, Sergo, Luca (Robatto, Beruto, Ferrigno).

FERRARO SAVONA: Turco, Lori, Siter, Bocca, Barbino, Tomberli, Francese II, Borgo, Procopio II, Giannotti, Monti (Servetto, Soro, Battaglia).

SANTA CECILIA. Vizzini, Mongaro, Scannavino, Basso, Gobbi, Tronchin, Lagasio, Durante, Cutrupi, Raso, Albino Cella (dalla Serie A alla Seconda categoria: raro esempio di pura passione sportiva, uno dei migliori attaccanti di tutti i tempi nella storia del Savona Fbc), (Mozzone).

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Albino Cella, straordinario esempio di passione sportiva

ALTARESE: Caporali, Musso, Occhi, pansera, Piccardi, Giribaldi, Tortore, Oddera, Berruti, Alluigi, Bosco (Peluffo,Berta, Fornaciari).

NOLESE: Carella, Nervi, Saporito I, Saporito II, Rosso II, Colombo, Sfondrati, Gandolfo, Ciappellano,Rosu, Roberto II (Ciappellano II, Di Mauro, Suraci, Baietto, Cannone).

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Nolese 73- 74: da sinistra in piedi, l’allenatore Corrado Teneggi (il John Charles italiano), Carella (attuale presidente del Legino), Pastorino, Zamboni, Restuccia, Saporito I, Ragusa, Rosu II; accosciati il massaggiatore Boeri, Marini,  Tissoni, Buschiazzo, Saporito II, Saporito III

BRAGNO: Rovere, Bertelli, Di Giosia, Viola, Ramognino, Ferraro, Parodi, Baccino, Zullo, Giordano, Demaria (Roero, Giribone, Pesce).

CALIZZANO: Cicogna, Rocca II, Bianco, Martin, Merola, Tosques, Etalle, Barberis II, Briozzo, Rocca I, Badano.

VALLEGGIA: Pucci, Briano, De Luca, Maspes, Vota, Filippi, Riolfo, Arbini, Pittaluga, Scarrone, Bonifacio (Tabellario, Vasconi II, Memè Novaro).

PRIAMAR: Ligresti, Farulla, Fornarino, Nofroni, Tarditi, Santini, Lucia, Bitetto, Testa, Caraccio, Caponi (Bragantini, Cirone, Ferrero, Rossi, Grasso).

La Terza categoria era suddivisa in due gironi, in quello “A” di Ponente finirono alla pari Laigueglia e Borgio Verezzi; nello spareggio il Laigueglia prevalse 2-1 poi entrambe le compagini furono promosse per il completamento dell’organico della futura Seconda categoria. Alle loro spalle si classificarono: Pontelungo, Pietra Sport, Vallecrosia, Finalborghese, San Giorgio Ceriale, Ingauna, San Bernardino, Balestrinese, Boys Finalpia e Partenope Albenga.

Nel girone B (Savona-Valbormida) invece si verificò una sola promozione, quella del Millesimo, che tornava a salire dopo un periodo di “magra” grazie agli sforzi del “factotum” ragionier Bodrito, dell’allenatore Pastorino, e di alcuni ottimi giocatori come Franchello e Briano. I giallo-rossi subirono una sola sconfitta, per 2-1, nella trasferta savonese con la Chimor Don Bosco un coraggioso esperimento di fusione per lanciare i giovani che purtroppo fu poi fermato dal ritorno dello spirito di appartenenza delle rispettive case-madri.

Vale la pena di ricordare l’organico di quella stagione, chiusa al terzo posto. Portieri: D’Anna e Astengo II; difensori: Borghini, Lavagna, Palmieri, Pisà, Bossolino, Macciò, Serra; centrocampisti: Barile, Bigliani, Tarantino, Poppi “Charlton” Procopio III (giocatore di categoria superiore che abbiamo già trovato nelle giovanili di Villetta e Savona, nell’Alassio e in altre squadre di alto livello dopo una buona esperienza nella primavera del Genoa); attaccanti: Piero Siri, Pinelli, Gasco, Rubino; allenatori Astengo II e Merengone. Da notare come prendessero il volo da questa compagine giocatori come Fulvio Borghini, “Lallo” Bossolino e Sandro Pinelli capaci poi di imporsi in categorie superiori.

Nel girone alle spalle del Millesimo si classificarono: Mallare, Chimor Don Bosco, Rocchettese, Villetta, Dego, Pallare, Savona Nord, Letimbro (la squadra del Santuario che aveva assorbito il Bar Belluno fondato l’anno precedente da Gino Pellosio, giornalista del Secolo XIX), Cosseria, Nuraghe, Fornaci.

Al riguardo dei settori giovanili da porre in rilievo l’exploit degli allievi del Vado capaci di battere il record stabilito dodici mesi prima dai pari categoria del Savona: i giovani rossoblu infilarono, infatti, una serie di diciotto vittorie consecutive, per poi cadere nelle finali proprio ad opera degli eterni rivali biancoblu. Un risultato che spianò la strada alla conferma del titolo per l’Auxilium di Alassio società mattatrice nei primi anni ’70.

Rircordiamo comunque l’organico dei giovani rossoblu allenati da “Monzeglio” Craviotto, un varazzino che aveva imparato il mestiere alla grande scuola del Don Bosco: Medini, Bonello, Bellisio, Aiolli, Bondi, Vassallo, Cairo, Campone, Calcagno, Mazzucchelli, Marchese, Mauro Brondo, Luciano Brondo, Mantero.

TRA ASSET E PLUSVALENZE: QUANDO RIVERA ERA IN PROVA E IL CASO GENOA-PELLEGRI

 

di FRANCO ASTENGO

Si è concluso tra aspre polemiche tra i contendenti, roventi critiche da parte della tifoseria e un nulla di fatto annunciato, l’improbabile cambio di proprietà al Genoa Cricket Football Club (scritto per esteso per origini e nobiltà di blasone del club rossoblu). La ragione principale della rottura tra il gruppo rappresentato dal duo  Gallazzi – Anselmi e il “patron” Preziosi circa la cessione della società è stata rappresentata, oltre alle diverse valutazioni sulla (pesante) situazione debitoria rossoblu, dal destino del baby-fenomeno Pellegri: un ragazzo di 16 anni fatto esordire in Serie A e del quale si parla e in certi vaticini straparla come di un predestinato dalla carriera folgorante. Si vedrà. Ma un minimo di cautela, per il bene del ragazzo, certo dotato sul piano fisico e con notevoli potenzialità, sarebbe quanto meno opportuna. Anche e soprattutto per il carico di responsabilità che lo staff tecnico rossoblu ha riversato su di lui.

Ma torniamo al “casus belli”, diciamo così. Mentre Gallazzi ed Anselmi (rappresentanti di committenti non conosciuti ma definiti “ambiziosi”) considerano Pellegri come un “asset” sul quale investire per il futuro del Genoa; Preziosi (l’uomo dei 250.000 euro in contanti per l’acquisto di tal Maldonando: operazione che costò al Genoa la Serie C) intende il giovane centravanti come una “plusvalenza”: da cedere, cioè, fin da gennaio, allo scopo di incassare subito denari freschi per limitare il pesante indebitamento societario sperando sempre nell’antico stellone per evitare la caduta in serie B.

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Ecco il giovane Pellegri, grande speranza per il Genoa e per il calcio italiano

Un contrasto che ha fatto saltare la trattativa e che appare indicativo del modo “bruciante” di intendere il ruolo dei giocatori in questo mondo malato che è il calcio di oggi. Nessuno si preoccupa del ragazzo, del fatto che a 16 anni tutto può ancora accadere e che anzi tutto è ancora da scrivere, da imparare, da conoscere. Nessuna parabola ascendente o discendente è prevista: ci si raccoglie nel “tutto e subito”.

Negli “altri tempi”, quelli di cui cerchiamo di raccontare nel nostro blog, le cose stavano molto diversamente, anche per i predestinati.

Certo: c’erano già i presunti “talent scout”, dalle nostre parti i Martino, Pallotti, Robbiano, Cavallo, che portavano in giro i ragazzi “in prova” presso le società maggiori e anche di serie B e C sperando di ricavarne un utile per la commissione nel caso di ingaggio e quindi di cessione da parte della piccola società di provenienza alla società maggiore.

Non c’era la televisione, internet, youtube, ci si doveva fidare della parola dell’esperto di turno. Capitava a ragazzi promettenti di essere richiesti e allora si apriva il dramma familiare: andare o non andare? Gli studi? Il lavoro, eventualmente.

C’era chi preferiva gli studi, chi sceglieva squadre minori per avere in cambio un posto di lavoro magari da vigile urbano: in Liguria gli esempi in questo senso non mancavano da Badino a Imperia, a Merighetto a Finale, Negri a Loano, Lupi a Varazze (nella stessa cittadina il doriano Beppe Recagno, terminata la carriera in Serie A si era accasato come messo comunale mentre Barbarossa svolgeva le funzioni di cantoniere), Nadalin a Chiavari.

Per chi sceglieva la strada del calcio però era necessario provare e non sempre la prova andava bene e si registrarono casi di “bocciature” eccellenti per giocatori poi emersi successivamente ma in prima istanza respinti dalle grandi squadre. Un esempio più che significativo per tutti: andò in prova anche Gianni Rivera.

Stagione 1958 – 59, nell’ambiente si sapeva che l’Alessandria covava un giovanissimo fenomeno (il futuro “golden boy”, poi “Abatino” per Gianni Brera, non aveva ancora compiuto 16 anni essendo nato il 18 agosto 1943).

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Gianni Rivera penultimo in piedi da destra nelle file della Don Bosco di Alessandria

I grigi militavano in serie A ed erano allenati da Silvio Pedroni, ex centro mediano del Milan, che svolgeva nell’Alessandria la funzione di giocatore – allenatore. In precedenza all’esordio di Rivera nella massima serie (che avvenne nella penultima giornata del campionato 1958 – 59 al Moccagatta avversaria l’Inter), Pedroni aveva segnalato il giocatore al suo ex allenatore Gipo Viani.

Rivera fu convocato al campo di allenamento del Milan che allora si trovava sul terreno della SNAM di San Donato Milanese e sottoposto alla prova. Al termine dell’allenamento Schiaffino si recò da Viani e gli disse “quello lì lo prendiamo, non è vero?” e Viani  gli rispose “già preso”.

Nella stagione successiva 1959 – 60 Rivera restò ad Alessandria (fu l’ultimo campionato in Serie A dei grigi) e poi iniziò la sua grande carriera con la maglia del Milan. Ma era stato comunque “provato”.

Il tabellino dell’esordio di Rivera in Serie A.

Alessandria 2 Giugno 1959

Alessandria-Inter 1-1
Alessandria: 
Notarnicola; Boniardi, Giacomazzi; Snidero, Pedroni, Pistorello; Filini, Rivera, Vonlanthen, Moriggi, Tacchi.
Inter: Da Pozzo; Fongaro, Guarneri; Masiero, Cardarelli, Invernizzi; Bicicli, Angelillo, Firmani, Lindskog, Mereghetti.
Arbitro: De Marchi di Pordenone.
Reti: p.t. Firmani 9′ s.t., Pistorello (rig) 31′.

Diversa la vicenda riguardante Giancarlo Antognoni, futura e ancora oggi bandiera della Fiorentina.

Campionato 1971 – 72: Antognoni gioca in Serie D nell’Astimacobi , allenato da Ermes Muccinelli, al fianco del “nostro” Vittorio Panucci che ispirato dal gran gioco di “Antonio” vince la classifica cannonieri con 24 reti.

Al termine della stagione Panucci, grazie ai buoni uffici del ministro Russo, torna al Savona, mentre Muccinelli offre Antognoni al suo grande amico Boniperti presidente della Juventus. Era stato però trascurato un particolare: Antognoni non era di proprietà dell’Asti, bensì il suo cartellino apparteneva al 50% a Cavallo (in quel momento impegnato ad Alessandria, poi sarebbe sbarcato anche a Savona) e al Torino. Boniperti allora declinò l’offerta di Muccinelli per non compiere uno sgarbo verso il Torino e Cavallo ebbe via libera: portò Antognoni in prova alla Fiorentina e combinò l’affare.

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Antognoni con la tuta dell’Astimacobi

Da raccontare anche casi di clamorosi equivoci. All’epoca gli osservatori delle grandi società erano per lo più ex giocatori che sbarcavano il lunario con piccoli stipendi. Nel caso della Roma l’osservatore era Guido Masetti ex portiere titolare dello scudetto 1942- 43.

Siamo all’alba del campionato 1959 – 60 e al club giallorosso viene segnalato un promettente mediano del Chieri. Masetti parte per Torino allo scopo di osservarlo, impegnato in una amichevole tra la “De Martino” della Juventus e il Chieri.

Alla fine della partita Masetti redasse questo rapporto: “Il mediano del Chieri non è granché e si può lasciar perdere. Invece nella De Martino della Juve c’è un ragazzo con i capelli lunghi che cresciuto a bistecche potrebbe anche diventare un buon giocatore”.

Per la cronaca: il mediano del Chieri era Roberto Rosato, futuro protagonista con Torino, Milan e Nazionale, e il “ragazzo” della Juve con i capelli lunghi era l’eccelso Omar Sivori che stava scontando una squalifica e aveva approfittato dell’amichevole della De Martino per mantenere il “ritmo–partita”.

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Roberto Rosato in maglia azzurra

Clamorosa, ancora, la bocciatura di Frustalupi da parte del Savona.

Frustalupi, in quel momento, giocava nelle giovanili della Samp doveva aveva fatto parte della squadra vincitrice del torneo di Viareggio (1963). La Samp cercava una squadra di Serie C per “fargli fare le ossa”, come si diceva a quei tempi.

Arrivò “in prova” assieme ad un certo Marangoni. Al Bacigalupo, in una giornata di vento, si giocò una partita di allenamento tra la prima squadra biancoblu e la squadra juniores comprendente alcuni elementi in prova. Al termine, nel corridoio degli spogliatoi, due dei massimi esponenti tecnico-dirigenziali degli striscioni si scambiarono queste impressioni sui giocatori in prova: “Cusse scià ne dixe de questu Frustalupi?”. Risposta “ Me puo ninte” replica “Alua, piggiemu Marangoni”. Conclusione “d’accordu”. Frustalupi fu dirottato all’Empoli e il resto è noto.

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La Samp juniores al Torneo di Viareggio. Frustalupi capitano, al suo fianco Giancarlo Salvi. Terzo in piedi da destra Cecco Morini. Formazione: Valeri, Vezzoso, Trinchero, Garbarini, Morini, Malvolti, Salvi, Frustalupi, Cristin, Pienti, Bissacco.

Infine Gigi Riva futuro (su questo punto come su Frustalupi testimonianza diretta).

Stadio Valerio Bacigalupo Savona, Domenica 18 Novembre 1962

Savona – Legnano 1-2

Reti: Cella al 10’, Gerosa al 19’, autorete di Valentino Persenda al 34’.

Savona: Tonoli, Costantini, Valentino Persenda, Mariani, Ballardini, Beverina, Cella, Natta, Dal Balcon, Cucchi, Giordano; all. Furiassi.

Legnano: Castellazzi, Rossetti, Mariani, Sassi, Misani, Lamera, Gerosa, Pereni, Borggi, Maltinti, Riva; all. Lupi.

Arbitro: Lombardini

Abbiamo già raccontato tante volte l’episodio: Riva si rivelò al mondo in quell’occasione come una furia imprendibile. Braccato prima da Giorgio Costantini poi, a grande richiesta da parte della gradinata, da “Roccia” Persenda, si dimostrò irrefrenabile costringendo addirittura il capitano biancoblu all’autorete.

Una prestazione che non poteva lasciare dubbi sulle doti del giocatore. E che al 90′ fece scattare come due molle gli osservatori Ernani D’Alconzo della Sampdoria e Garibotti del Genoa, che si precipitarono negli spogliatoi. Ma il presidente legnanese Mocchetti li gelò immediatamente: “Il ragazzo è già stato promesso al Cagliari”. Promessa mantenuta.

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Ecco Riva all’oratorio di Leggiuno. Terzo accosciato da destra con la maglia scura  a strisce

Il presidente Arrica era arrivato prima, senza sapere che con quella mossa stava costruendo addirittura un Cagliari da scudetto sotto la guida di Manlio Scopigno. Gigirriva, che Brera ribattezzò “Rombo di tuono”, va annoverato tra i calciatori italiani e azzurri (fu tra i grandi protagonisti della notte dell’Atzeca realizzando il terzo gol alla Germania nell’incancellabile 4-3; di Boninsegna, Burgnich e Rivera le altre reti, tanto per non dimenticare) di più alto profilo tecnico, atletico e morale.

 

 

 

 

GLI ALLENATORI STRANIERI IN ITALIA: HERRERA BIG POI BOSKOV E MOURINHO

 

di FRANCO ASTENGO

Fin dai primordi il pane della scienza calcistica in Italia è stato spezzato da allenatore stranieri. Spensley a Genova, Kilpin a Milano funzionarono da apripista per una lunga serie di trainer (oggi appellati “mister” dalla scuola calcio alla Serie A) provenienti da Oltralpe e in particolare da Gran Bretagna e Ungheria: considerate come le scuole più avanzate fin dalle origini del gioco.

Garbutt al Genoa fu il primo allenatore professionista a trasferirsi nel nostro Paese e, con intervalli dovuto alle guerre, vi rimase fino alla soglia degli anni ’50 allenando non soltanto il Grifone ma anche la Roma e il Napoli.

Gli ungheresi a partire dagli anni ’20 furono moltissimi, basti pensare alla storia del Savona Fbc sulla cui panchina (anzi ai bordi del campo, la panchina per gli allenatori fu una invenzione successiva) si sedettero Payer, Dimeni, Hajos, il grande Giorgy Orth e financo all’inizio degli anni ’60 Imre Zilizy direttore tecnico con Felice Pelizzari allenatore.

In questo senso facciamo un punto fermo osservando gli allenatori delle squadre di Serie A per la stagione 1938 – 39, quella immediatamente successiva al secondo trionfo mondiale consecutivo degli azzurri che nella finale di Parigi avevano liquidato l’Ungheria per 4-2. Ormai la scuola italiana appariva celebrata in tutto il mondo e il regime fascista attribuì quei successi al cosiddetto “spirito fascista” (riprendendo proprio le parole scritte da Emilio De Martino e apparse sul primo volume della serie degli Almanacchi del Calcio curato da Leone Boccali). Un eccesso nazionalista che dimenticava l’utilizzo degli “oriundi” e la presenza in Italia di tantissimi allenatori stranieri.

Nella stagione 1938-’39, quella successiva al trionfo francese, infatti, l’Inter era allenata dal tedesco Cargnelli, il Bari dall’ungherese Ging, il Bologna dall’austriaco Felsner, il Genoa dal “decano” inglese Garbutt, la Lazio dall’ungherese Viola, il Livorno dall’ungherese Lelovich, il Milan dall’ungherese Banas, il Napoli dall’ungherese Payer, il Torino dall’ungherese Egri-Erbstein, la Triestina dall’ungherese Nehadoma. Di italiani ad allenare in Serie A c’erano soltanto Rosetta alla Juventus, Baloncieri alla Sampierdarenese, Caligaris (quello del leggendario trio bianconero con Combi e Rosetta) al Modena, Mattea al Novara e Bonino alla Lucchese.

Oggi, campionato 2017 – 2018, la situazione appare completamente ribaltata.

Gli allenatori stranieri sono soltanto due, Juric al Genoa e Mihailovic al Torino, mentre tutti gli altri allenatori di Serie A sono italiani. Tra l’altro sia Juric sia Mihailovic hanno compiuto la gran parte della loro carriera di calciatori e pressoché interamente quella di allenatori in Italia (il torinista Sinisa ha diretto per un certo periodo e senza grandi risultati la nazionale serba).

Contrariamente al 1938 ci troviamo oggi di fronte ad una affermazione di “scuola”, tanto più che diversi allenatori italiani siedono su importanti panchine all’estero come ad esempio Carlo Ancellotti al Bayern (dopo aver vinto trofei in tutta Europa) e l’ex c.t. della nazionale Conte al Chelsea (inoltre da rimarcare l’invasione italiana del campionato cinese dove si trovano a fare incetta di milioni di euro Lippi, Capello, Cannavaro).

Per ricordare comunque il grande contributo degli allenatori stranieri alla crescita del calcio italiano abbiamo stilato la graduatoria di quelli che abbiamo ritenuto (probabilmente a torto) i migliori.

Sono esclusi da questo opinabile elenco i già citati per quel che riguardava il campionato 1938: vi si trovano personaggi mitici come il già citato Garbutt oppure Egri – Erbstein, caduto a Superga con il grande Torino, ma non disponiamo degli elementi di conoscenza sufficiente nei loro riguardi per includerli in una qualche posizione di graduatoria. Sarà sufficiente il ricordo delle loro gesta.

Questa la nostra graduatoria.

1)    Helenio Herrera

Helenio Herrera Gavilán (Buenos Aires, 10 aprile 1910 – Venezia, 9 novembre 1997) è stato un calciatore e allenatore di calcio argentino naturalizzato francese,  di ruolo difensore.

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Helenio Herrera con Armando Picchi.  C’è chi sostiene che ad Herrera toccassero i compiti di preparatore atletico e di “motivatore” (celebri i suoi cartelli negli spogliatoi) ma che la formazione fossa composta da una commissione interna e che la tattica fosse di competenza proprio di Picchi, compresi gli adattamenti in corso d’opera (all’epoca non c’erano sostituzioni) come il cambio di marcature, ecc.

Soprannominato il Mago, è considerato uno dei migliori allenatori della storia del calcio, in virtù dei numerosi titoli conseguiti sia a livello nazionale che internazionale soprattutto durante gli anni cinquanta e sessanta. Dopo una modesta carriera da calciatore (vinse solo una Coppa di Francia con il Red Star nel 1942), si è affermato come tecnico di successo dapprima all’Atlético Madrid con il quale ha vinto due campionati spagnoliconsecutivi tra il 1949 e il 1952, e in seguito al Barcellona, dove è rimasto dal 1958 al 1960 conquistando altri due campionati spagnoli, una Coppa di Spagna e una Coppa delle Fiere.

Nel 1960 è stato ingaggiato dall’Inter, su espressa indicazione del presidente Angelo Moratti che ne era rimasto ben impressionato dopo averlo affrontato proprio in Coppa delle Fiere. Da allenatore nerazzurro ha conquistato tre campionati italiani nonché due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali – in entrambi i casi consecutive – tra il 1963 e il 1966, affermandosi nel contempo come uno degli allenatori più iconici del tempo (celebri alcuni degli slogan da lui utilizzati per motivare i suoi calciatori). Terminata l’esperienza con l’Inter nel 1968, si è trasferito alla Roma, dove dal 1968 al 1973 ha vinto una Coppa Italia e unaCoppa Anglo-Italiana. La breve parentesi all’Inter (1973) e il ritorno al Barcellona (con la vittoria di un’altra Coppa di Spagna nel 1981) ne hanno sancito la fine dell’esperienza in panchina.

2)    Vujadin Boskov

Boškov nacque nel 1931 a Begeč, villaggio a una quindicina di chilometri da Novi Sad, nella provincia di Voivodina, all’epoca parte della Jugoslavia. Durante la sua carriera si distinse per le sue frasi sintetiche, ironiche e a volte lapalissiane, aforismi entrati nella cultura generale del mondo calcistico – soprattutto italiano – anche come veri e propri tormentoni (“Rigore è quando arbitro fischia”; “Gullit è come cervo uscito di foresta”). Morì il 27 aprile 2014, all’età di ottantadue anni,

Nel 1971, a soli quarant’anni fu chiamato ad allenare la nazionale jugoslava: alle qualificazioni al campionato europeo di calcio 1972. I blu vinsero il proprio girone sopravanzando i quotati Paesi Bassi del calcio totale, la Germania Est e il Lussemburgo, ma furono sconfitti ai play-off dall’Unione Sovietica. Nel 1973 Boškov lascerà poi il suo Paese per dissapori con il regime di Tito.

Si trasferì nei Paesi Bassi dove prese la guida del Den Haag. Con i “cigni vinse la Coppa d’Olanda 1974-1975, battendo in finale il Twente; nella stagione successiva raggiunse i quarti di finale della Coppa delle Coppe, venendo eliminato dagl’inglesi del West Ham. A fine anno passò al Feyenoord. Con la squadra di Rotterdam raggiunse i quarti della Coppa UEFA, concludendo il campionato in quarta posizione, mentre nell’annata seguente il club non andò oltre il decimo posto. Nei Paesi Bassi fu accolto con grande affetto, ma dovette lasciare anche questa nazione a causa di una nuova legge sugli extracomunitari.

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Boškov di ritorno alla Samp negli anni ottanta come allenatore, dopo aver indossato il blucerchiato come giocatore nella stagione 1961 – 62. Qui con Briegel e Cerezo

Iniziò quindi una nuova avventura in Spagna, sulle panchine di Real Zaragoza, Real Madrid (conquistando una finale di Coppa dei Campioni, un campionato e due Coppe di Spagna) e Sporting Gijon, cui seguì la lunga esperienza in Italia, dove lavorò per Ascoli, Sampdoria, Roma (dove fece esordire Francesco Totti, Napoli e Perugia, con un fugace intermezzo in Svizzera nel Servette Genève.

Nel calcio italiano – dove fu anche docente alla scuola per tecnici e allenatori di Coverciano, sotto la direzione di Italo Allodi – il suo nome è legato soprattutto allo scudetto conquistato dai blucerchiati nella stagione1990-1991: in generale, il periodo di Boškov sotto la Lanterna, tra la seconda metà degli anni ottanta e i primi anni novanta, ha costituito uno storico ciclo di esperienze e vittorie per la squadra ligure.

Da allenatore riuscì a raggiungere due volte la finale di Coppa dei Campioni, con il Real Madrid (1981) e undici anni dopo con la Sampdoria (1992) venendo sconfitto in entrambe le occasioni per 1-0 (dal Liverpool e dalBarcellona).

3)    Josè Mourinho

José Mário dos Santos Mourinho Félix, noto semplicemente come José Mourinho  Setúbal, 26 gennaio 1963), è un allenatore di calcio ed ex calciatore portoghese, tecnico del Manchester United.

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Josè Mourinho all’Old Trafford dopo i fasti con Porto, Chelsea, Inter e Real

Uno dei migliori allenatori della sua generazione, è soprannominato The Special One (come lui stesso si era definito durante la conferenza stampa di presentazione al Chelsea). Conclusa una modesta carriera da calciatore, ha intrapreso quella di allenatore dapprima come assistente in Portogallo e in Spagna (al Barcellona come vice di Bobby Robson) e poi come allenatore in prima di Benfica e União Leiria. La sua ascesa si concretizza con il trasferimento al Porto, dove in due stagioni e mezza vince due campionati (2003 e 2004), una Coppa (2003) e una Supercoppa nazionale (2003) ma soprattutto una Coppa UEFA (2003) e unaUEFA Champions League (2004).

Nel 2004 viene chiamato alla guida del Chelsea, con il quale conquista due Premier League (2005 e 2006), due Coppe di Lega (2005 e 2007), una Coppa d’Inghilterra (2006-2007) e un Community Shield (2005). Dopo aver rescisso il suo contratto con il club inglese nel 2007, firma con l’Inter dove in due stagioni vince due campionati (2009 e 2010), una Coppa Italia (2010), una Supercoppa italiana (2008) nonché una Uefa Champions League (2010), riportando i nerazzurri alla conquista del massimo trofeo continentale a quarantacinque anni di distanza dall’ultima volta. Conclusa l’esperienza in Italia, si trasferisce dapprima in Spagna per guidare il Real Madrid, con il quale conquista un campionato (2012), una Coppa del Re (2011) e una Supercoppa nazionale (2012), e poi in Inghilterra, nuovamente al Chelsea dove, pur con qualche flessione, vince un’altra Premier League (2015) e un’altra Coppa di Lega (2015). Dalla stagione 2016-2017, è il nuovo allenatore del Manchester United, con il quale conquista un Community Shield (2016), una Coppa di Lega (2017) ed una UEFA Europa League (2017).

Mourinho può vantarsi di essere nella stretta cerchia di allenatori capaci di vincere il titolo in quattro Paesi diversi (nel suo caso Portogallo, Inghilterra, Italia e Spagna). Inoltre è uno dei cinque allenatori, insieme adErnst Happel, Ottmar Hitzfeld, Jupp Heynckes e Carlo Ancelotti, ad aver vinto la Uefa Champions League con due squadre diverse (con il Porto e con l’Inter).

Mourinho è inoltre l’unico allenatore ad aver vinto due volte sia la Champions League che l’Europa League e ad aver vinto almeno un titolo di campionato in Inghilterra, in Italia ed in Spagna (suo grande obbiettivo personale). In Supercoppa Europea, ha perso tre finali alla guida di tre squadre diverse (Porto nel 2003, Chelsea nel 2013, Manchester United nel 2017).

4)    Nils Liedholm

Nils Erik Liedholm (Valdemarsvik, 8 ottobre 1922 – Cuccaro Monferrato, 5 novembre 2007) è stato un allenatore di calcio e calciatore svedese, di ruolo centrocampista. Soprannominato “il Barone”,  nella sua carriera da calciatore ha segnato ufficialmente 139 goal costituendo con i connazionali Nordhal e Gren il celebre trio Gre-No-Li nel Milan e nella nazionale svedese, con la quale ha vinto le Olimpiadi di Londra del 1948 ed è arrivato in finale ai mondiali giocati proprio in Svezia nel 1958. Finale persa 5-2 dal Brasile, dopo che lo stesso Liedholm aveva portato in vantaggio i gialloblu svedesi.

Nel 1961, dopo aver smesso di giocare all’età di trentanove anni, il Barone iniziò una brillante carriera di allenatore. Le squadre da lui allenate furono il Milan, il Verona (con cui ottenne la promozione in Serie A), ilMonza, il Varese, con altra promozione in Serie A, la Fiorentina (con cui perse una finale di Coppa Mitropa e una finale di Coppa Anglo-Italiana) e la Roma . Da allenatore vinse due volte iil campionato con il Milan nel1979 e con la Roma nel 1983. Con la Roma arrivò in finale nella Coppa dei Campioni 1983-1984, perdendo in finale contro il Liverpool ai rigori, all’Olimpico di Roma.

Come allenatore, fu in Italia fra i primi ad adottare con sistematicità la disposizione difensiva a zona, sui modelli delle nazionali olandese e brasiliana.

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Liedholm all’esordio sulla panchina della Roma nella stagione 1973-1974

 Apprezzato tanto per le sue qualità di calciatore e allenatore quanto per la signorilità che ne contraddistingueva i modi, in campo come fuori, la Svezia ha dedicato a Liedholm un francobollo, per ricordare quello che secondo un sondaggio effettuato nel 1999 dal più diffuso quotidiano svedese è stato il più importante calciatore della sua storia. Liedholm fu inoltre raffigurato sulla copertina del primo album Calciatori Panini.

5)    Lajos Czeizler

Lajos Czeizler (Heves, 5 ottobre 1893 – Budapest, 7 maggio 1969) è stato un calciatore e allenatore di calcio ungherese, che durante la sua carriera, estesasi per più di quaranta anni, conquistò tre campionati nazionali in altrettanti stati. Poliglotta, fu un tecnico dallo stile di gioco offensivo. Czeizler cominciò la carriera da allenatore con i polacchi dell’ŁKS nel 1923, lanciando giovani calciatori come Antoni Gałecki, Romuald Feja e Roman Jańczyk, i quali sono annoverati tra i maggiormente importanti nella storia del club. Giunse in seguito al calcio italiano, nella Seconda divisione, dove assunse la guida prima dell’Udinese nel 1927-1928, e poi del Faenza dal 1928 al 1930, chiudendo la stagione d’esordio a metà classifica e quella seguente con una salvezza ottenuta solo all’ultima giornata. Sempre nello stesso Paese si occupò, per una sola stagione 1930-1931, delle squadre giovanili della Lazio.

Tra il 1942 e il 1948 aprì un ciclo di vittorie all’IFK Norrköping, durante il quale la squadra ottenne cinque campionati e due coppe nazionali. Czeizler cambiò inoltre il modo di giocare, introducendo nel movimento svedese, che sulla scorta della scuola inglese si basava sulla forza fisica e i lanci lunghi, elementi tipici dello stile magiaro, dando luogo a un calcio totale ante litteram.

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Czeizler, commissario tecnico dell’Italia nel 1954, assieme a Boniperti e Frignani

Nel 1949 tornò in Italia chiamato dal Milan, portando con sé dal precedente club Gunnar Nordahl e Nils Liedholm, qi uali assieme all’altro svedese Gunnar Gren costituirono il trio Gre-No-Li. Quell’anno, per l’importante partita contro la Juventus, dopo la sconfitta casalinga per 0-1 nel girone d’andata, optò per una preparazione particolare, consistente nel far svolgere ai giocatori degli allenamenti molto duri durante la prima parte della settimana e nel lasciarli a riposo nei giorni rimanenti; il Milan vinse la gara per 7-1 (Nordahl ridicolizzò Carlo Parola), chiudendo tuttavia il campionato proprio alle spalle degli avversari. Del resto, quello non fu l’unico punteggio eclatante determinato dal calcio spiccatamente offensivo voluto dal tecnico durante la sua gestione triennale: si ricorda anche un 9-0 contro il Palermo e un 9-2 contro il Novara, ma anche una sconfitta per un pirotecnico 5-6 nella stracittadina contro l’Inter.

Con la società milanese, Czeizler colse la vittoria più prestigiosa con lo scudetto del 1950-1951. A detto trionfo la squadra abbinò anche, nello stesso anno, la Coppa Latina.

Ciò nonostante, secondo il critico sportivo Gianni Brera il Milan avrebbe potuto vincere altri due scudetti «se appena si fosse ricordato di onorare la difesa».

Nel 1952 Czeizler passò al Padova come direttore tecnico, in una stagione che vide avvicendarsi gli allenatori Rava e Antonini e si concluse con il suo licenziamento.

Nel biennio 1953-1954 fu inoltre il secondo commissario tecnico straniero della Nazionale italiana (quarant’anni dopo Goodley),  allorché diresse un gruppo di giocatori molto diviso  al campionato del mondo 1954 in Svizzera, venendo sollevato dall’incarico dopo l’eliminazione occorsa già nel girone iniziale, nonostante la vittoria 4-1 dell’Italia sul Belgio, per mano della Svizzera (decisivi gli errori arbitrali del brasiliano Viana ); nella circostanza gli vennero rimproverate alcune scelte e dubbi tattici,

Guidò poi la Sampdoria fino al 1957, venendo in seguito ingaggiato dalla Fiorentina con cui rimase due stagioni, durante le quali ebbe il merito di lanciare il giovane difensore Sergio Castelletti, reimpostando il terzino Enzo Robotti come stopper.

Sempre per la stessa squadra, nel 1960 ricoprì il ruolo di tecnico ad interim fino a novembre, quando lo sostituì il connazionale Nándor Hidegkuti che vinse poi a fine stagione la Coppa Italia e la Coppa delle Coppe.

Chiuse la carriera in Portogallo, al Benfica, che nell’annata 1963-1964 portò al successo sia in campionato sia nella Coppa di Portogallo, schierando per la prima volta la squadra lusitana con una difesa composta da quattro giocatori.

6)    Mircea Lucescu

Mircea Lucescu (Bucarest, 29 luglio 1945) è un allenatore di calcio ed ex calciatore rumeno ct della Nazionale turca.

Allenatore dal 1979, ha guidato per un anno il Corvinul Hunedoara (team con il quale chiuderà la carriera agonistica nel 1982, per qualche tempo fu impiegato nell’innovativa veste di giocatore-allenatore) per poi dirigere la Nazionale dal 1981 al 1986, e ancora la Dinamo Bucarest fino al 1990, vincendo la coppa nazionale nel 1986 e ottenendo il double campionato-coppa nel 1990.

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Lucescu alla guida del Brescia nel 1992

Nel 1990 approda in Italia come direttore tecnico del Pisa. Il 10 marzo 1991, dopo una sconfitta con il Cagliari, viene sollevato dall’incarico. Dalla stagione successiva è direttore tecnico del Brescia in serie B. Il primo anno con le Rondinelle si piazza primo posto in campionato ottenendo l’accesso diretto in Serie A e nella Coppa Italia viene eliminato al secondo turno dal Milan. Il secondo anno arriva quindicesimo in campionato ma Il Brescia retrocede in Serie B perché perde lo spareggio con l’Udinese. Ha allenato anche la Reggiana e l’Inter.

Finita il periodo italiano torna in patria e conduce per il finale di stagione il Rapid Bucarest alla vittoria in campionato senza perdere alcun incontro. A fine stagione vince anche la Supercoppa nazionale.

Al suo primo impegno con il Galatasaray, vince la Supercoppa UEFA contro il Real Madrid grazie a una doppietta di Jardel. Al suo secondo anno a Istanbul vince il campionato turco, prima di passare al Beşiktaş, vincendo un altro titolo turco al primo anno con la nuova squadra. Dal 2004 al 2016 ha guidato lo Šhachtar, dove decide di basare la propria formazione sul talento dei calciatori offensivi brasiliani: con il club vince 21 trofei nazionali (8 campionati ucraini, sei coppe nazionali e sette supercoppe nazionali) contrastando lo storico dominio della Dinamo Kiev nel calcio ucraino. Con lo Shakhtar Donetsk ha anche vinto l’edizione dellaCoppa UEFA 2008-2009 nella finale di Istanbul del 20 maggio 2009 contro il Werder Brema (2-1 ai supplementari).

Il 21 maggio 2016 lascia lo Shakhtar Donetsk dopo dodici anni, e tre giorni dopo firma un contratto biennale con i russi dello Zenit San Pietroburgo. La sua prima stagione con la formazione russa termina con unaSupercoppa di Russia vinta contro il CSKA Mosca a inizio stagione e un terzo posto in campionato con l’accesso all’Europa League. Il 28 maggio 2017 la società russa ha deciso di risolvere il contratto.

Il 2 agosto 2017 viene annunciato il suo ingaggio come allenatore della Turchia.

7)    Oscar Washington Tabarez

Óscar Washington Tabárez Silva (Montevideo, 3 marzo 1947) è un allenatore di calcio ed ex calciatore uruguaiano, attuale commissario tecnico della Nazionale uruguaiana. In patria è soprannominato El Maestro, anche in riferimento alla sua passata carriera di insegnante

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Oscar Tabarez, “El Maestro”,  ritratto sulla panchina dell’Uruguay

Il 2 gennaio 2011 gli viene conferito il premio di Commissario tecnico dell’anno IFFHS con 200 punti. Dietro di lui Vicente del Bosque con 186 punti e Joachim Löw con 169 punti. Il 25 marzo 2016 Tabárez superaFrancisco Maturana, diventando il commissario tecnico con più panchine nelle qualificazioni della zona CONMEBOL al campionato del mondo, 47, tutte con una sola nazionale l’Uruguay.

Tabárez è il quinto allenatore per numero di presenze in Copa América (26 partite), torneo di cui ha partecipato a 5 edizioni (1989, 2007, 2011, 2015 e 2016). È attualmente, insieme al tedesco Joachim Löw, il commissario tecnico in carica da più tempo, entrambi alla guida delle loro nazionali dal 2006 (precede il tedesco di alcuni mesi, dato che è in carica dal marzo di quell’anno). È il commissario tecnico che a livello mondiale ha guidato una nazionale per il maggior numero di partite, record precedentemente appartenuto al tedesco Sepp Herberger.

Nell’estate del 1994 arriva in Italia, diventando l’allenatore del Cagliari, condotto ad un discreto 9º posto in classifica. Nell’estate 1996 assume la guida tecnica del Milan. Il debutto è nella sconfitta a San Sirocontro la Fiorentina per la finale della Supercoppa italiana. All’undicesima giornata, il 1º dicembre, l’allenatore uruguaiano si dimette dopo la sconfitta esterna contro il Piacenza (3-2), sostituito da Arrigo Sacchi. Nel 1997-1998 è l’allenatore dell’Oviedo, in Primera División spagnola. Dal 2006 ricopre l’incarico di commissario tecnico della Nazionale uruguaiana dopo l’esperienza del biennio 1988-1990.

Partecipando al campionato del mondo 2010, Tabarez diviene il secondo CT uruguaiano ad aver guidato la propria Nazionale in due diverse edizioni delle fasi finali dei Mondiali, eguagliando Juan López Fontana(1950 e 1954). Ai mondiali africani la sua squadra si comporta molto bene, qualificandosi al primo posto del girone A con 7 punti davanti a Messico, Sudafrica (4 punti a testa) e ad una più che deludente Francia(1 solo punto). Dopo aver superato la Corea del Sud agli ottavi ed il Ghana ai quarti dopo i calci di rigore, la sua squadra arriva in semifinale dove affronta l’Olanda, la quale, dopo aver battuto ai quarti lo strafavorito Brasile di Dunga, ha ragione anche dei sudamericani per 3-2, grazie ad un gol decisivo di Wesley Sneijder. L’Uruguay deve così accontentarsi della finale per il terzo posto con la Germania, dove però perderà per 3-2, centrando comunque un quarto posto mondiale che mancava dall’edizione 1970.

Il 24 luglio 2011 l’Uruguay batte il Paraguay per 3-0 nella finale della Copa América 2011 e vince così questo torneo dopo 16 anni dall’ultima volta; in merito a tale vittoria Tabárez viene unanimemente considerato dagli addetti ai lavori come il deus ex machina che ha plasmato questa squadra ad un successo non da tutti previsto alla vigilia della competizione.

Con la Celeste ottiene nuovamente – terza volta nella carriera di Tabárez – la qualificazione alla fase finale dei Mondiali. A Brasile 2014, nonostante la sconfitta inaspettata contro la Costa Rica (1-3), l’Uruguay raggiunge la fase a eliminazione diretta in virtù dei successi contro Inghilterra (2-1) e Italia (1-0) . Il percorso della squadra si arresta negli ottavi al cospetto della Colombia, vittoriosa per 2-0.

Nel luglio 2016 gli viene diagnosticata la sindrome di Guillain-Barré Il CT, la cui carriera è a rischio, riceve nelle immediate ore successive alla diffusione della notizia attestati di affetto da tutto il mondo del calcio. Successivamente viene rivelato trattarsi di una neuropatia motoria di tipo diverso; Tabarez ha annunciato che non si ritirerà

8)    Heriberto Herrera

Heriberto Herrera Udrizal (Guarambaré, 24 aprile 1926 – Asunción, 26 luglio 1996) è stato un calciatore e allenatore di calcio paraguaiano, di ruolo difensore.

Tecnico dal carattere severo e inflessibile, nonché assertore di una rigida disciplina tattica e comportamentale, legò il suo nome al credo calcistico del movimiento — anticipando attraverso esso concetti poi portati alla ribalta dal calcio totale quali il pressing, l’assenza di posizioni fisse sul campo e il continuo movimento senza palla dei giocatori — che trovò la più fruttuosa applicazione nella cosiddetta Juve Operaiadegli anni 1960.

Era colloquialmente soprannominato HH2 per distinguerlo dal più noto collega Helenio Herrera, questo ultimo famoso come HH; sempre per non confonderlo con l’omonimo Accaccone franco-argentino, Gianni Brera coniò per il paraguaiano il termine di Accacchino.

“Il movimiento, così inviso al genio logoro e selvaggio di Omar Sívori, contemplava un’adesione globale alla manovra, assaggio del totalitarismo batavo. In assenza di tenori, ma quand’anche ce ne fossero stati, l’orchestra incarnava il fine ultimo, e non un dispotico vezzo. Heriberto, paraguagio di rigida lavagna, passò per pazzo. Viceversa, era in anticipo su convinzioni e convenzioni. »
(Roberto Beccantini, 2013)

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Herrera e Sívori in bianconero nel 1964, a confronto in allenamento: il loro rapporto sarà breve, conflittuale e inconciliabile nel modo stesso di intendere il calcio 

Salì così alla ribalta da tecnico come fautore del cosiddetto movimiento. Tra i precursori nel suo genere, si trattava di un sistema di gioco corale e votato alla difesa, una sorta di zona latinoamericana dove la corsa contava più della tecnica, con giocatori senza ruoli fissi in campo bensì con precisi movimenti da seguire, attaccando gli spazi e sfiancando gli avversari attraverso l’arma del pressing.

Per applicare al meglio tali dettami, Herrera aveva nella cultura del lavoro e nella rigida disciplina — sia tattica sia comportamentale — i suoi cardini, rifuggendo quindi dagli individualismi tipici di solisti o campioni; di fatto più preparatore atletico che allenatore, si guadagnò per questo gli appellativi di ginnasiarca democratico o sergente di ferro, scevro da privilegi e insubordinazioni che non tollerava tanto in allenamento quanto in partita, non lesinando quando necessario le maniere forti per «risolvere da uomini» i dissidi coi giocatori.

Una visione del calcio che lo porrà in aperto contrasto, durante la sua esperienza juventina, con uno dei maggiori fuoriclasse dell’epoca, l’irriverente Omar Sívori. In questo senso, passò agli annali una sua uscita davanti alla stampa, ovvero «Coramini e Sívori, per me sono uguali»; una massima che riassunse al meglio la filosofia heribertiana di squadra — il gruppo prima dei singoli — paragonando uno sconosciuto ventenne delle giovanili bianconere al ben più famoso Cabezón.

La carriera di Herrera in panchina prese il via dove aveva trovato conclusione quella da calciatore, in terra iberica, guidando nella prima metà degli anni 1960 compagini di secondo piano come il Rayo Vallecano, ilTenerife, il Granada, il Real Valladolid, l’Espanyol e soprattutto l’Elche, dove consolidò la sua crescente fama. I buoni risultati conseguiti nei campionati spagnoli ne agevolarono l’approdo in Italia, chiamato nel 1964 da una Juventus in cerca di un tecnico caparbio e dai modi intransigenti, per riportare disciplina in uno spogliatoio divenuto alquanto insubordinato.

Herrera rimarrà alla guida dei bianconeri fino al 1969, vincendo con una Juve Operaia priva di fuoriclasse lo scudetto dell’annata 1966-1967 — rimasto nella memoria per il sorpasso all’ultima giornata su di una crepuscolare Grande Inter —e, in precedenza, la Coppa Italia della stagione 1964-1965, anch’essa a spese dei nerazzurri; nel 1968 portò inoltre per la prima volta i piemontesi a una semifinale europea, quella di Coppa dei Campioni, cedendo il passo al Benfica di  Eusébio. Tuttavia, col passare del tempo la piazza juventina si mostrò sempre più insofferente verso la visione di HH2, reo agli occhi dei tifosi di aver «democratizzato» l’aristocratico club sabaudo — non gli verrà perdonato, in particolar modo, l’avallo alla cessione di Omar Sívori, un capriccioso Cabezón per niente ligio alla disciplina richiesta non solo tattica dal paraguaiano .

Heriberto nel ’69 passò ai rivali dell’Inter, che allenerà fino agli inizi della stagione 1970-1971. In nerazzurro Herrera ottenne un secondo posto nel campionato del 1969-1970, alle spalle del Cagliari di Gigi Riva, ma anche a Milano il rapporto con la squadra andrà presto a deteriorarsi, con una vera e propria «rivolta» a opera dei senatori interisti culminata in un esonero sul finire del ’70. La sua decennale esperienza italiana si chiuse con le panchine di Sampdoria e Atalanta, prima di un ritorno in Spagna che, nella seconda metà degli anni 1960, lo vide di nuovo a Barcellona ed Elche, oltreché alla guida di Las Palmas e Valencia. Ci fu infine spazio anche per un breve interregno come commissario tecnico della nazionale paraguaiana, incarico peraltro già ricoperto fugacemente nel corso del quinquennio juventino, prima del definitivo ritiro.

9)    Zdnek Zeman

Zdeněk Zeman (Praga, 12 maggio 1947) è un allenatore di calcio ceco naturalizzato italiano, tecnico del Pescara.

Le sue prime esperienze come allenatore in Italia avvengono in squadre siciliane dilettantistiche (Cinisi, Bacigalupo su segnalazione di Marcello Dell’Utri, Carini, Misilmeri ed Esakalsa) per poi prendere il patentino di allenatore professionista a Coverciano nel 1979; grazie anche all’intercessione dello zio Cestmir Vycpalek, è chiamato ad allenare le giovanili del Palermo, dove resta fino al 1983 allenando Giovanissimi e Primavera.

Dopo tre buone stagioni a Licata (tra cui la vittoria del campionato di Serie C2 del 1984-85, portando così la squadra siciliana per la prima volta nella sua storia in Serie C1), viene ingaggiato prima dal Foggia in Serie C1 venendo esonerato alla 27ª giornata (dopo la sconfitta 5-0 a Cosenza) e sostituito dal secondo Roberto Balestri, e poi dal Parma in Serie B, dove durante il precampionato riuscirà a sconfiggere per 2-1 il Real Madrid per essere poi esonerato qualche mese dopo. Zeman torna quindi in Sicilia alla guida del Messina; chiuderà il campionato all’ottavo posto con il miglior attacco del campionato, lanciando Salvatore Schillaci che sarà capocannoniere a fine campionato.

Dopo una stagione alla guida del Messina viene ingaggiato nuovamente dal Foggia, neopromosso in Serie B, alla cui presidenza c’è Pasquale Casillo. Nasce quindi, nel 1989, il “Foggia dei miracoli”, caratterizzato da un 4-3-3 spiccatamente offensivo e da un gioco spumeggiante. La squadra, dopo aver vinto il campionato di Serie B 1990-1991 con il miglior attacco del campionato – grazie al contributo determinante del trio delle meraviglie composto da Francesco Baiano (capocannoniere del campionato), Giuseppe Signori e Roberto Rambaudi (i primi due riusciranno anche a giocare qualche partita in nazionale maggiore nel periodo a Foggia) –, si salverà per tre stagioni nella massima serie, ottenendo un nono posto (con il secondo migliore attacco del campionato, dietro al Milan campione) e, nonostante la cessione del trio delle meraviglie, un undicesimo e nuovamente un nono posto sfiorando l’ingresso in Coppa UEFA, venendo sconfitto (0-1) dal Napoli all’ultima giornata di campionato.

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Baiano, Signori e Rambaudi, il trio delle meraviglie del Foggia di Zeman

In queste stagioni lancerà nel calcio ad alti livelli anche Luigi Di Biagio, che ritroverà nel suo periodo alla Roma in cui, sotto la gestione del Boemo, riuscirà anche a conquistare la nazionale maggiore, Francesco Mancini e i due russi Igor’ Kolyvanov e Igor’ Šalimov.

Per la stagione 1994-1995 viene ingaggiato dalla Lazio in cui ritrova come giocatore Giuseppe Signori e acquisterà Roberto Rambaudi che raggiungerà anche la nazionale maggiore in questo periodo. Con la compagine biancoceleste il tecnico boemo centra al suo primo anno il secondo posto, dopo aver battagliato per un certo periodo per lo scudetto, con il miglior attacco del campionato merito anche delle vittorie con largo margine con Fiorentina (8-2) e Foggia (7-1), oltre alle vittorie contro Inter (4-1), Milan (4-0) e Juventus (3-0), che si alternano a sconfitte come lo 0-3 incassato nel derby d’andata contro la Roma. La compagine romana arriva fino ai quarti di finale di Coppa UEFA persi col Borussia Dortmund, mentre in Coppa Italia la squadra capitolina si fermerà in semifinale eliminata da una doppia sconfitta con la Juventus.

 

Nella stagione 1997-1998, il presidente Franco Sensi gli offre la panchina della Roma, e Zeman accetta di rilanciare una squadra che l’anno precedente aveva rischiato la retrocessione sino alla quart’ultima giornata; dopo una rivoluzione sul mercato e prestazioni spettacolari, a fine stagione i giallorossi chiudono al quarto posto in classifica. L’anno successivo la Roma continua a proporre un buon calcio ma peggiora il suo piazzamento finale chiudendo quinta, sicché il tecnico non viene confermato per la stagione seguente, reo di aver fallito la qualificazione ai preliminari di Champions League. Nella parentesi giallorossa Marco Delvecchio e Francesco Totti (che diventa capitano in quel periodo) sono autori di notevoli prestazioni. Successivamente allenerà Napoli, Salernitana. Avellino, e per due volte il Lecce, oltre il Brescia.

Il 20 luglio 2010 il vecchio presidente degli anni della ribalta Pasquale Casillo e altri imprenditori riacquistano ufficialmente il Foggia, richiamando come allenatore Zeman e riformando il trio del “Foggia dei miracoli” conGiuseppe Pavone come direttore sportivo. Dopo aver concluso la stagione al sesto posto con il miglior attacco (in larga parte conseguito con la coppia formata da Lorenzo Insigne e Marco Sau capocannoniere del campionato), e la difesa più battuta, sfiorando i play-off, il 23 maggio 2011 dichiara in conferenza stampa che la sua avventura in rossonero è terminata, poiché deluso dai risultati conseguiti. In quella stagione ha lanciato Vasco Regini e Moussa Koné; quest’ultimo verrà convocato anche per la Nazionale olimpica della Costa d’Avorio.

Il 21 giugno 2011 diventa l’allenatore del Pescara, in Serie B. Il 20 maggio 2012 riporta la squadra abruzzese in Serie A dopo diciannove anni, vincendo il campionato. La squadra adriatica totalizza 83 punti in 42 partite, vincendone 26 (14 in casa e 12 in trasferta), pareggiandone 5 e perdendone 11. La sua squadra realizza 90 gol (miglior attacco del campionato) e ne subisce 55. Lancia gioielli come Ciro Immobile (capocannoniere del campionato), Lorenzo Insigne (già allenato a Foggia) e Marco Verratti, che assieme a Marco Capuano e Simone Romagnoli saranno convocati nella Nazionale Under-21, e Moussa Koné (questi ultimi due già allenati a Foggia) esordirà in Nazionale maggiore della Costa d’Avorio, stabilendo così anche il record di convocazioni per il Pescara.

Il 2 giugno 2012 annuncia l’addio alla precedente squadra e il conseguente passaggio sulla panchina della Roma a partire dal 1º luglio 2012. Dopo aver debuttato in campionato in casa contro il Catania (2-2), il 2 settembre ottiene la vittoria a Milano contro l’Inter per 3-1 permettendo ai giallorossi di tornare a vincere in casa dei nerazzurri in campionato dopo cinque anni. Il 2 febbraio 2013, dopo la sconfitta interna contro il Cagliari (2-4) della 23ª giornata e con la Roma all’ottavo posto in graduatoria, viene esonerato dall’incarico.

Ancora esperienze con il Cagliari e il Lugano quindi il Il 17 febbraio 2017 viene ufficializzato il ritorno come allenatore al Pescara dopo cinque anni al posto dell’esonerato Massimo Oddo. Debutta il 19 febbraio con un netto 5-0 contro il Genoa, il che sancisce la prima vittoria sul campo dopo 24 giornate senza successi (la vittoria a tavolino per 3-0 contro il Sassuolo, 6 pareggi e 17 sconfitte). Il 4 marzo, in occasione della sconfitta per 3-1 in casa della Sampdoria, raggiunge quota 1000 panchine in carriera tra i professionisti. Il 24 aprile, a seguito della sconfitta in casa per 1-4 contro la Roma, la squadra retrocede aritmeticamente in Serie B con 5 turni di anticipo. Nonostante la retrocessione, avvenuta con 9 punti raccolti in 14 partite sotto la sua gestione, viene confermato anche per la stagione successiva.

10) Cestmir Vycpalek

Čestmír Vycpálek (Praga, 15 maggio 1921 – Palermo, 5 maggio 2002) è stato un allenatore di calcio e calciatore cecoslovacco, di ruolo centrocampista. Da rilevare la sua parentale diretta con Zeman di cui era lo zio.

Inizia a giocare con lo Slavia Praga. Nel 1945, dopo la fine della seconda guerra mondiale (nel corso della quale fu internato nel campo di concentramento di Dachau), impressiona positivamente i tecnici dello Slavia Praga che lo vogliono nella rappresentativa boema. Il segretario generale della Juventus Artino era rimasto impressionato dalla coppia dello Slavia Praga Vycpálek-Korostelev. Il duo accetta l’offerta della squadratorinese divenendo entrambi i primi calciatori stranieri della squadra bianconera nel dopoguerra. Esordisce il 6 ottobre 1946 nella sfida contro il Milan: anche grazie a Vycpálek la Juventus rimonta da 3-1 a 3-3 e il calciatore cecoslovacco segnerà la rete del 3-2.

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Vycpálek in acrobazia con la maglia del Palermo

Vycpálek giocò a Torino soltanto la stagione 1946-1947 collezionando 27 presenze e 5 reti, dopodiché passò al Palermo, all’epoca in Serie B. Con il club siciliano, dove rimase per cinque stagioni, vede la definitiva consacrazione, centrando la promozione in Serie A già alla prima stagione (1947-1948) e divenendo capitano della squadra: così facendo, diventò il primo straniero ad aver vestito la fascia da capitano in un campionato italiano di Serie A. È stato anche il primo calciatore straniero del Palermo a segnare una tripletta in Serie A, nella partita del 23 ottobre 1949 vinta per 3-0 sulla Roma. Nella stagione 1952-1953 si trasferì al Parma, con cui terminò la carriera da calciatore.

Vycpálek iniziò la carriera di allenatore nel 1958 a Palermo, città in cui fece in seguito trasferire la sua famiglia dopo l’occupazione della Cecoslovacchia da parte dell’Armata Rossa durante la primavera di Praga. Venne esonerato dalla panchina del Palermo il 15 maggio 1960, poco ore prima dell’inizio di Inter-Palermo (3-3) per decisione del segretario Totò Vilardo. Oltre al Palermo, guidò Siracusa, Valdagno e Juve Bagheria. Nel 1970, dopo essere stato esonerato dal Mazara, che giocava nel campionato di Serie D, ritornò alla Juventus, grazie anche al suo vecchio amico Giampiero Boniperti, diventando allenatore delle giovanili. Nel 1971, dopo l’improvvisa morte di Armando Picchi, fu nominato allenatore della prima squadra. Alla guida della squadra torinese per il successivo triennio, Vycpálek vinse due scudetti consecutivi nelle stagioni 1971-1972 e 1972-1973, disputando poi nel 1973 le finali di Coppa dei Campioni e Intercontinentale. Nell’annata 1971-1972 ricevette inoltre il trofeo Seminatore d’oro, unico allenatore non italiano (insieme a Nils Liedholm) a essere stato insignito con tale riconoscimento. Nel 1974 lasciò la panchina bianconera a Carlo Parola, rimanendo nello staff tecnico della Juventus come osservatore.