“Cose da Zena” (Le scelte dei perdenti)

di Bruno Marengo

Franco Astengo, che ha spesso il merito di “destarmi dal mio ozio meditativo” con delle sollecitazioni interessanti di vario tipo, questa volta, sulla scia di un raccontino che gli feci tempo fa, mi ha invitato a scrivere qualcosa sul tema “Le scelte dei perdenti” in riferimento alle origini del nostro tifo calcistico, che pratichiamo in “campi avversi”. Io “tengo” per il Genoa, lui per la Sampdoria.

Il primo ricordo che ho del mondo del calcio e del tifo è legato al mio debutto a Marassi in gradinata Nord, nel gennaio del 1947, in occasione della partita Genoa-Torino. Parliamo del Genoa del grande Verdeal, di Garbutt e del Torino del grande Mazzola. Partita persa per un soffio dal Genoa che giocò ad armi pari con lo scudettato Torino; partita giocata due anni prima della tragedia di Superga.

Ero molto piccolo ed ho conservato solo ricordi frammentari: il viaggio in treno con mio padre ed il suo inseparabile amico genoano Pino Papalini: “Bezêugna vinse… a zûgâ ben u ghe sempre tempu!!!”. L’indimenticabile impatto con la “Nord”, tra cori e sventolio di bandiere, stando nella “Fossa” sulle spalle un po’ di mio padre e un po’ di Pino.

Di quel pomeriggio allo stadio, ricordo le urla dei tifosi, la confusione, la voce proveniente da un altoparlante. Ho più nitido, invece, il ricordo di un viaggio, qualche anno dopo, in compagnia di mio padre, genoano di fede, di suo cugino Giuanin Cerutti, sampdoriano (già corridore ciclista e poi dirigente calcistico), del loro amico Beppe “u Testun” (nomen omen-genoano di ultra fede) e di mio cugino Marino (genoano, nipote di Giuanin). Giuanin, aveva un camioncino su cui salimmo seguendo le indicazioni di mia madre che aveva portato un cuscino in modo che io e Marino stessimo più comodi. Giuanin e mio padre davanti, io, Beppe e Marino dietro, tra la ruota di scorta e un bidoncino d’olio da portare a dei parenti di Valleggia. Ho ancora in mente le raccomandazioni di mia madre a mio padre: “Tegnili pe man! Me raccomandu! Che ti quando u se tratta du Zena ti ve in confuxiun!!!”. Raccomandazioni che avrebbe ripetuto a mio padre per anni. Anni in cui si andava spesso a Genova per la partita con Giuanin (che era passato all’Ardea), con tappa nell’antica Osteria del Toro a Sampierdarena. Trattoria sampdoriana, ma dove però mio padre andava volentieri perché cucinavano un delizioso minestrone, una magica trippa e uno stoccafisso sopraffino.

Quando Giuanin non poteva venire, partivamo in treno “all’alba” (insieme a tutto il “ghota del genoanismo” spotornese) con tappa, prima della partita, sotto la casa di Paganini in Passo di Gatta Mora (quartiere di via “Madre di Dio”) e poi, altra tappa, in un’osteria nei pressi di Marassi dove Beppe “u Testun” aveva depositato in custodia l’asta di legno della bandiera del Genoa, troppo scomoda da portare in treno ogni volta. Avevamo con noi il pranzo al sacco e nell’osteria loro si bevevano un quartino di vino e io la gassosa. Grande fu il dolore di mio padre quando non trovammo più la casa di Paganini, demolita per lasciare spazio ai “giardini di plastica”: “Ignuranti! Demulì a cà de Paganini!!! E a sutteralu i g’han duvüu pensà quelli de Parma!!! Eh… sti zeneixi… i n’han interróu u portu, distrütu a Cattedrale in sciou Priamar… de bun i han fundou u Zena… che poi i sun stèti i ingleixi… u Spensley…”. Mio padre, violinista, che per anni aveva suonato nelle sale da ballo della Riviera, nelle feste e nei matrimoni in chiesa, esprimeva a voce alta la sua amarezza. Gli venivano i lacrimoni come quando parlava della tragedia di grande Torino, di Valerio Bacigalupo (vadese che veniva a fare i bagni a Spotorno) e di Fausto Coppi.

Era un uomo mite, di grande buon senso, un “metalmeccanico di quelli di una volta”. Quando iniziammo a recarci a Genova per la partita con la mia cinquecento rossa nuova di zecca, il ponte Morandi non era ancora stato inaugurato; poi venne il giorno della “prima attraversata del nuovo ponte” presentato come un “simbolo di progresso”. Lui osservò tutto attentamente poi mi fece: “Va ben u prugressu… ma quelli chi stan lì de sutta?”. Parole che mi sono tornate alle mente subito dopo aver appreso della tragedia del crollo del ponte.

Ma per tornate alle “scelte dei perdenti”, credo sia importante ricordare quanto ha raccontato Fabrizio De Andrè a proposito del suo tifo per il Genoa e della sua predilezione per i più deboli e i “non vincenti”. Il padre, fervente tifoso torinista, lo portò con il fratello a vedere proprio la partita Genoa Torino di cui ho scritto all’inizio. Il Genoa era più debole ma non meritò di perdere, lottò a viso aperto, sfiorando il pareggio. E così lui, che era entrato nello stadio di Marassi da torinista, ne uscì da genoano. Posso dire che a me è successa la stesa cosa anche se in un tempo un po’ più “diluito”. Cominciammo presto a fare i conti, non accettandola, con “l’ingiusta legge del più forte”, come diceva mio padre. Non solo nel calcio, anche nella vita.

5 gennaio 1947

Genoa – Torino 2-3

Reti: 12’ Ossola, 53’ Grezar, 72’ Ferraris II, 85’ Verdeal , 87’ Trevisan (rigore)

Genoa: Cardani, Cappellini, Becattini, Cattani, Sardelli, Bergamo, Verderi, Trevisan, Gaddoni, Verdeal, Dalla Torre

Torino: Piani, Ballarin, Maroso, Loich, Rigamonti, Grezar, Ossola, Martelli, Gabetto, Mazzola, Ferraris II

Arbitro Pizziolo di Firenze

A questo punto devo aprire un altro capitolo che ha al centro la partita Juventus-Genoa 3-2 giocata a Torino, nello Stadio Comunale, il 22 settembre 1957.

Fu mio padre a parlarmi per primo della Juventus degli anni trenta del famoso trio Combi Rosetta Caligaris, dei cinque scudetti; della venuta a Spotorno, grazie al Commendator Zambelli dirigente juventino, di Cesarini, Orsi, Vecchina. Suonava in orchestra nella sala da ballo del Premuda e gli capitò di prestare il suo violino a Mumo Orsi che eseguiva languidi tanghi argentini.

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Spotorno 24/8/1930, Mumo Orsi sulla spiaggia del Premuda con Luigi Rolando, uno sportivo spotornese.

Durante le mie frequentazioni del negozio di barbiere del padre del mio amico Ino “Turbine” (che “teneva” per il Torino), dove andavo a leggere “Lo Sport Illustrato”, scoprii Carletto Parola grande centromediano della Juventus che nelle figurine veniva sempre rappresentato mentre eseguiva la classica rovesciata. Io ero il centromediano della squadretta parrocchiale allestita dal buon Don Quaglia, Vice Parroco, e allenata da Gino Maglio, anche lui centromediano, juventino di ferro. Ricordo con quanto orgoglio portavo la maglia numero cinque, come quella del mitico centromediano juventino! Poi, la grande notizia riferitami da Gino: Parola era venuto a trascorrere le vacanze estive a Spotorno presso l’Albergo Vallega, a pochi passi da casa mia!!!

Dopo vari appostamenti, mi feci coraggio e gli chiesi l’autografo che mi fece su una sua foto tipo cartolina. Che emozione!

Dopo questa premessa, appare evidente quanto grande sia stato il mio interesse per la Juve, nonostante le pressioni del mio amico spagnolo Patrizio Balbontin (il padre del comico Enrique) detto il “Duca”, genoano sfegatato, che per convincermi confrontava i giocatori del Genoa con quelli della Juve concludendo sempre che “U Zena” era più forte. Quante partite abbiamo visto insieme!

Mio padre, in quegli anni, suonava ancora nella sala da ballo del Premuda dove aveva conosciuto un grande ballerino torinese, in vacanza a Spotorno, soprannominato Gino-dancing. Diventarono grandi amici e Gino-dancing a volte veniva a pranzo a casa mia portando sempre dei fiori a mia madre che preparava le trenette al pesto e grandi fritture di pesce. Spesso alzava un po’ il gomito (vermentino, pigato) e, dopo il caffè, iniziava a raccontare delle sue conquiste amorose (era uno scapolone impenitente) che avvenivano sempre nelle mitiche sale da ballo torinesi come la “Hollywood Danze” o la “Serenella” o “La Rotonda Moda” del Valentino. Non mancavano i riferimenti a Fred Buscaglione (che lui diceva essere un suo grande amico), a Fatima Robin’s e agli Asternovas. Mio padre andava in estasi ascoltando i racconti di quel mondo delle sale da ballo che erano anche un po’ parte della sua vita. Poi, ampie divagazioni sul cinema ed in particolare sui film musicali di Gene Kelly (“Un giorno a New York” con Frank Sinatra, “Un americano a Parigi”, musica di Gershwin con la splendida ballerina Leslie Caron, “Cantando sotto la pioggia” con una radiosa Debbie Reynolds). Infine il calcio: Gino-dancing (“gobbo”-juventino) quell’anno ne aveva da dire: la Juve si era presentata nel campionato con John Charles e Omar Sivori, due autentici fuori classe che avevano cominciato subito a fare faville, trasformando una squadra di media classifica in una favorita per lo scudetto. Approssimandosi la partita Juventus Genoa, iniziarono i preparativi per la “trasferta”. Gino-dancing aveva un negozietto in una viuzza nei pressi di Piazza Vittorio a Torino; vendeva e aggiustava orologi, commerciava in macchine fotografiche e radio anche usate. Viveva in un “appartamentino da scapolo” posto nel retro del negozio. Partimmo, il sabato mattina, per Torino sulla sua “topolino” (non era “amaranto” ma giallina) e lo scopo del viaggio non era solamente la partita: mio padre aveva deciso di acquistare due orologi da polso Omega e una macchina fotografica dall’amico. Un vero avvenimento, dopo l’acquisto della radio, naturalmente usata, che ci consentiva di ascoltare la radiocronaca del secondo tempo di una partita di serie A e l’aggiornamento in diretta dei risultati parziali di tutte le altre (allora si giocava solo la domenica pomeriggio). Che bello quel viaggio in auto! Allora non c’era l’autostrada e si attraversavano tanti bei paesi con le loro chiese, le loro piazze. Tappa a Mondovì per pranzare nella trattoria di un conoscente del Gino-dancing, dove si serviva il famoso “bollito di carni alla piemontese”. E poi, finalmente Torino! Il Po, la Gran Madre, i Cappuccini, quella piazza immensa. Nel pomeriggio, Gino-dancing aprì il negozio e arrivarono subito dei clienti. Mio padre mi regalò un Omega facendo aggiungere un buco nel cinghino, l’altro lo tenne per sé. Poi, l’acquisto (un vero affare) della macchina fotografica usata: una “Agfa super silette” made in Germany che conservo ancora. Gino-dancing ci tenne una vera e propria lezione: come inserire il rotolo della pellicola, come estrarlo, la messa a fuoco dell’immagine col telemetro, la regolazione della luce: “sole, ombra, mezzo sole, nuvolo”.

Dopo un cappuccino in un bar, tutti a nanna. Io e mio padre dormimmo in un lettino sistemati “all’opposto” l’uno dall’altro, come si ci aggiustava allora quando si affittava ai bagnanti.

La domenica, dopo una colazione-pranzo in una latteria (deliziose meringhe con la panna, bicerin) finalmente allo Stadio Comunale. Finimmo nella curva juventina (causa Gino-dancing) con grande disagio. Poi, due miracoli: gol di Corso (Antonio, non Mariolino che venne al Genoa anni dopo), gol di Becattini con un rinvio alla “viva il parroco” che buggerò il portiere Mattrel uscito alla “carlona” (infatti si chiamava Carlo). Mio padre era raggiante anche se si tratteneva nelle esternazioni, essendo noi circondati dalla tifoseria juventina. Poi, l’incubo: Boniperti, Sivori, Charles in rete, Genoa sconfitto. Gino-dancing ci accompagnò in auto alla Stazione FS di Porta Nuova e ci salutò a modo suo: “Dai! Che la prossima vince il Genoa! Andiamo tutti a Marassi!!! E alla Juve lo scudetto!!!”. Non ho mai dimenticato quel viaggio in treno, le frasi smozzicate di mio padre sull’ingiusta legge del più forte, la sua delusione per un sogno svanito. Cominciai a sentirmi della rabbia dentro per “quell’ingiustizia della legge del più forte”. A casa, mi madre ci aspettò ancora alzata: “Cumme a l’è andeta?”. “A pureiva anda ben ma e l’è andeta mâ… cose da Zena…”, mio padre sospirava e forse cominciava a pensare quello che in tempi successivi mi avrebbe detto come un insegnamento: “Eh… tegnî pe u Zena u l’è in psicudramma…”, frase che gli ripeteva sempre l’amico Pino Papalini.

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E fu così che cominciai ad appassionarmi al Genoa, tenendo ancora, per un po’, un occhio di attenzione sulla Juve come “seconda squadra”, poi la persi completamente.

Mio padre comprese il mutamento in corso e “consacrò” la mia “genoanità in prossimo arrivo” a seguito della “soffiata” di un suo amico che gli aveva riferito di avermi visto ad una “manifestazione di comunisti”. C’era stato uno sciopero operaio ed io avevo aderito con la mia classe (allora ero studente) senza neppure conoscerne bene le motivazioni. Ci trovavamo sotto al palco degli oratori e venimmo invitati a salire per manifestare l’adesione. Fui sospinto sopra dai miei compagni e tutto emozionato (era la prima volta che parlavo ad un pubblico numeroso) riuscii appena a dire: “Porto l’adesione degli studenti”. Mio padre, avuta la conferma che il suo amico gli aveva riferito in modo corretto, mi disse sorridendo: “A semmu xa genoani e oua ti fe u cumunista??? Ti nu n’è mai a basta???”.

Da allora, fu un susseguirsi di andate a Marassi con mio padre ed i suoi amici, in treno e poi con il pulman organizzato dal Genoa Club di Spotorno, che nel frattempo era stato fondato.

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Il pullman del Genoa Club Spotorno in partenza per la partita Genoa Palermo (3-0 – 26/3/1972). Foto “archivio Papalini” (scattata dal figlio Elviano).

Il secondo da sinistra è mio padre, Gerolamo Marengo detto Giêumo o Giömin (con la cravatta d’obbligo, la domenica), il terzo è Pin Vincenti di Noli, poi si intravede seminascosto Carlo Centi (sampdoriano aggregato), a seguire Claudio Rosa con la barba (interista aggregato, con lui ho tirato calci al pallone), Beppe (“u Testun”), Marietto Saccone (“u Carappa”), Giamello, “U Ce Baglietto”-accosciato con la bandiera, Aldo Magnone, Emilio Scarone, i Chiarlone junior e senior, Pierino Prato, Bruno Marengo, Piccardo, Alvaro giovane tifoso genoano, Pino Papalini il “capo spedizione”.

Tanti gli aneddoti, gli episodi sempre in chiave “psicodramma”. Voglio ricordare gli spareggi del Genoa per evitare la retrocessione dalla serie B alla C nell’estate del 1968 vissuti con grande apprensione dalla comunità genoana spotornese. Il Genoa si salvò ma la strizza fu tanta. Il 20 agosto 1968 la truppe del Patto di Varsavia invasero la Cecoslovacchia, invasione che il PCI di Longo condannò. Fu organizzata un’assemblea dalla Sezione del PCI di Spotorno ed io fui invitato. La discussione fu molto vivace (gli americani stavano facendo la guerra in Vietnam) ma poi il documento della Direzione nazionale del PCI venne approvato. All’uscita, Pino Papalini, il grande amico di mio padre dal cuore genoano, mi disse: “A semmu appena sciurtii da i spareggi pe nu andà in C e oua u ghe mancava a Cecoslovacchia!!!”.

Negli anni novanta ero iscritto al Genoa Club Regione Liguria. Durante una festa nel periodo natalizio venne sorteggiato con una lotteria un enorme panettone che fu vinto dall’unico sampdoriano che aveva preso un unico biglietto!!! Commento “bilingue” di un genoano presente: “Eh… sti sampdoriani che cû… mëgio da Loren… non si doveva vendere quel biglietto… l’acquirente era noto… e stèmughe attenti a proscima votta!!!”. A proposito di sampdoriani: in quegli anni mi trovavo sempre con Franco Astengo a pranzare in un self service di Genova. Politica, cultura e… naturalmente calcio!!! Tra me e lui la differenza più marcata probabilmente è “per chi teniamo”, calcisticamente parlando.

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Questa è la Nord! Genoa Bari 1-0      Stadio Marassi 27/5/1973 (foto Papalini con dedica)

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Bruno Marengo con Fosco Becattini “Palla di gomma”, bandiera genoana, in un incontro del Genoa Club Regione Liguria negli anni novanta.

Un bel ricordo è la partita Genoa Barletta, ultima del campionato di Serie B (18 giugno 1989), giocata nello stadio di Pisa (Marassi era in rifacimento per i mondiali). Campionato vinto dal Genoa di Scoglio, “u Schêuggio””, che ritornava in Serie A dopo cinque anni (nel campionato precedente di B si era salvato dalla C per un pelo). Andai a vederla con Carlo, l’amico Gianni Ferrando e suo figlio Davide. Partita vinta e grande festa per la promozione. Stadio pieno all’inverosimile: tutti a cantare “Ma se ghe penso alôa mi veddo u mâ…”. “U “sciô” Aldo, “u Prescidente” Spinelli, che sfila tra gli applausi con l’allenatore Scoglio, “u prufessû”. Non mancò però, anche in quella occasione di festa, una “nota di colore” in stile genoano: ad un tratto, apparve il Ministro della Marina Mercantile Prandini, amico di Spinelli. Tra i tifosi c’era un nutrito gruppo di portuali che, riconosciutolo – con lui avevano un “conto aperto” -, cominciarono a fischiare ed a lanciare urla non propriamente da galateo. Frettolosa “ritirata” del duo negli spogliatoi. “Cose da Zena”.

Invece, un ricordo tristissimo è la partita Genoa Milan, giocata il 29 gennaio 1995. Un ultrà milanista uccise Vincenzo Spagnolo “Spagna”, un giovane tifoso genoano. Avevo accompagnato i miei figli Carlo e Mario con il loro amico Davide alla stadio e poi avevo proseguito per la Val Polcevera dove ero atteso per una iniziativa politica (allora ero Consigliere Regionale) con i compagni Giordano Bruschi e Paride Batini. Eravamo in una Società di Mutuo Soccorso e arrivò la tragica notizia dell’uccisione e dei disordini in corso, proprio alla fine della riunione. Telefonai a mia moglie (allora non avevamo cellulari) che mi riferì che Carlo l’aveva chiamata dicendo che erano arrivati alla Stazione FS di Brignole per prendere il treno. Un sollievo, con il groppo in gola per quella giovane vita spezzata.

Dopo quella domenica così drammatica, altri campionati, altri momenti.

E veniamo a uno dei tanti “psicodrammi genoani”: l’11 giugno 2005 era in programma l’ultima giornata del campionato cadetto, a Genova, i rossoblu (primi in classifica) ospitavano il Venezia (già matematicamente retrocesso).

L’incontro terminò per 3-2 in favore del Genoa: la vittoria consentì di mantenere il primo posto, vincere il campionato facendo così ritorno in A dopo 10 anni, in cui se ne erano viste delle belle (persino un Presidente “Nuvola che corre”). Da una nota di stampa: “… la partita fu spettacolare perché il Venezia, seppur fosse già retrocesso e seppur giocasse in trasferta, sciorinò una performance grintosa, agonistica e combattiva oltre ogni aspettativa e ben oltre le sue ultime prestazioni dimesse, ma grazie ai gol di Marco Rossi e soprattutto di Diego Milito che con due autentiche prodezze siglò una doppietta d’autore, il Genoa vinse l’incontro in uno stadio gremito e festeggiante la promozione dopo un campionato condotto sempre al primo posto sin dalle prime giornate”. Ero andato a vedere quella partita con mio figlio Carlo e l’amico poeta Giuliano Meirana. Tutta Genova era imbandierata di rossoblu. Festeggiammo la promozione in A, prima in Piazza De Ferrari e poi nel centro storico dove ci aveva raggiunto l’amico Patrizio, il “Duca”. Un gruppo di musicanti di strada suonava “Amapola”. Che notte!!! Che festa!!! Gente che rideva, gente che piangeva, che si abbracciava. Sventolio di bandiere nei caruggi. Dopo pochi giorni il Genoa veniva retrocesso in serie C con punti di penalità per illecito sportivo!!! Se ci fosse stato mio padre: “Cose da Zena… psicudramma…”.

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Forza Zena!!!

Con mio figlio Carlo, che ha ereditato la “patente genoana del nonno”, parliamo spesso del Genoa che fu, come facevo con mio padre: lo scudetto da Far West di Arpinati e dei suoi sgherri neri (le stella ingiustamente perduta del decimo scudetto), i boati della Nord, “el filtrador” Stabile, De Vecchi “il figlio di Dio”, Levratto sfondatore di reti, la fuga “dell’atomico” Boyè, la vittoria per 3-1, nel 1956-ultima giornata di campionato, sull’invitta Fiorentina di Montuori, Virgili, Julinho, che quell’anno vinse lo scudetto. I due gol di Di Pietro detto Marinho (uno di tacco) in un derby (con Giuanin Cerutti furibondo, Di Pietro poi non segnò più), quello su punizione di Branco sempre in un derby, Abbadie “El pardo”, “Carappa”, la “farfalla” Meroni, Pruzzo “o rei de Crocefieschi”, la sconfitta con il Montevarchi, le “avventure” dei due Presidenti: u sciô Renzo e u sciô Aldo (che volevano costituire un “triunvirato di cinque esperti” nella trattativa per il passaggio di proprietà del Genoa). Quelle fantasmagoriche de “O Presidente” Preziosi, le sue “marachelle” (illecito sportivo, il “regalo” alla Sampdoria dell’Europa League nel 2015, ecc.), le sue “proditorie” cessioni di tanti assi. L’inno di Campodonico e Reverberi, Il “capitano” Signorini, Ramòn Turone, il professor Scoglio, il Genoa di Bagnoli, del Pato, di Skuhravy, di Marco Rossi (in serie A, B e C), di Milito (l’arte del tango applicata al calcio), di Gasperson, la vittoria sul Liverpool ad Anfield, Frank Sinatra genoano e forse anche Gilberto Govi, Edoardo Sanguineti che dedica delle poesie al Genoa, Gianni Brera, Enzo Tortora genoano della Domenica Sportiva, Pippo Spagnolo il “patriarca”, don Andrea Gallo (un caro amico genoanissimo), Fulvio Cerofolini (“u scindicu”, un altro caro amico genoano) e via evocando.

Indelebile il ricordo di una nostra andata a Firenze, con un gruppo di amici genoani spotornesi, per lo spareggio del Genoa col Padova, per rimanere in serie A. Migliaia e migliaia i tifosi del Genoa, poche centinaia quelli del Padova. Di seguito è descritto il nostro ennesimo “psicodramma”:

10/06/1995

Firenze, Stadio A. Franchi

SPAREGGIO PER LA PERMANENZA IN SERIE A

PADOVA-GENOA 5-4 dcr (1-1 nei tempi regolamentari)

Reti: 19° Vlaovic, 29° Skuhravy

Sequenza rigori: Van’t Schip (G) gol, Fontana G. (P) parato, Ruotolo (G) gol, Cuicchi (P) gol, Marcolin (G) parato, Perrone (P) gol, Bortolazzi (G) gol, Vlaovic (P) gol, Skuhravy (G) gol, Balleri (P) gol, Galante (G) fuori, Kreek (P) gol

PADOVA: Bonaiuti, Balleri, Coppola, Franceschetti, Cuicchi, Lalas, Kreek, Nunziata, Galderisi (100° Perrone), Longhi (107° Fontana), Vlaovic. Allenatore: Sandreani-Stacchini. A disposizione: Dal Bianco, Rosa, Zoratto.

GENOA: Spagnulo, Torrente, Marcolin, Caricola (97° Francesconi), Galante, Signorini, Ruotolo, Bortolazzi, Van’t Schip, Skuhravy, Onorati (70° Manicone). Allenatore: Maselli. A disposizione: Speranza, Delli Carri, Ciocci.

Arbitro: Ceccarini di Livorno

L’uscita dei tifosi genoani dallo stadio sembrava la ritirata napoleonica della Beresina: rabbia, sconforto, imprecazioni, gente che si sentiva male. “Cose da Zena”.

Durante il viaggio di ritorno, in auto non volava una mosca, io e Carlo stavamo pensando a mio padre: “U Zena u nu l’è sulu ‘na pasciun… u l’è in psicudramma… da l’ùa che o sò…”. Con noi viaggiavano Davide Ferrando e mio cugino Marino, che forse pensava anche lui a mio padre.

Quanti i ricordi che riaffiorano. Ne scelgo ancora uno, questa volta bello (col Genoa capita anche questo): la partita (ultima di campionato di serie B, cui presenziai con Carlo e Giuliano il poeta) Genoa Napoli 0 0, con il ritorno in serie A:

Stadio Marassi 10 giugno 2007

GENOA: Rubinho, Bega, De Rosa (1′ st Galeoto), Masiello, Rossi, Milanetto (32′ st Adailton), Coppola (31′ pt Juric), Fabiano, Leon, Greco, Di Vaio [All. Gasperini, Scarpi, Di Maio, Carobbio, Botta]

NAPOLI: Iezzo, Grava, Cannavaro, Domizzi , Garics  (49′ st Giubilato), Montervino, Gatti (20′ st Dalla Bona), Bogliacino, Savini, Sosa, Calaiò (15′ st Pià ) [All. Reja, Gianello, Rullo, De Zerbi, Bucchi]

ARBITRO: Rocchi di Firenze

AMMONITI: Bega, Coppola (G); Cannavaro, Domizzi, Garics, Montervino, Gatti, Pià (N)

Dopo la partita, grande festa a De Ferrari, “toccando ferro” perché con il Genoa non si sa mai. Carlo era entusiasta di Gasperini “Gasperson” (poi, in una successiva stagione, inopinatamente “non confermato” da “O Presidente”).

Carlo vive da molti anni a Torino e il mio nipotino Manrico (quest’anno quinta elementare) spesso mi dice: “A Torino sono circondato! Tutti torinisti e juventini! Ma io resisto! Forza Zena!”. Ha “convertito” al Genoa il suo cuginetto Alessandro “Nardi”, che ha un padre di sicura fede juventina. Fanno la raccolta delle figurine di calciatori della Panini “Adrenalyn”. Il mio nipotino più piccolo, Ettorino, che frequenta la scuola materna, segue le orme del fratello in terra sabauda. Quest’estate siamo andati tutti al Genoa Store nel Porto Antico, a Genova, a comprare magliette, sciarpe e bandiere. Quando, guardando la partita alla tv, gridiamo “Forza Zena”, Ettorino, che è dispettoso e gli piace prenderci in giro, grida “Forza Juve!”. Ma, quando saltiamo tutti insieme gridando “chi non salta juventino è!”, se la ride e salta con noi: “Forza Gena!!! Come dice lui).

Manrico ha “debuttato” a Marassi a otto anni per la partita Genoa Cagliari 3-1 (21 maggio 2016) con me e suo padre Carlo. Con noi sulle tribune Michele Sbravati, Enrique Balbontin e Sidio Corradi (giocatore del Genoa negli anni settanta dalla C alla A). Ettorino per ora è venuto con noi allo Store e al Museo del Genoa nel Porto Antico, ma ci sarà anche per lui il “debutto”: “Forza Gena!!!”.

Il “debutto” di mio figlio Carlo a Marassi non fu fortunato: settembre del 1982, seconda giornata del girone di andata, Genoa Fiorentina 0-3. Era il Genoa di Gigi Simoni.

Con noi c’erano Patrizio (il mio amico spagnolo) e suo figlio Enrique.

Più fortunato fu mio figlio Mario al suo debutto a Marassi il 9 gennaio 1983 (sempre con tutto il “gruppo” con l’aggiunta di Marino Santiglia): Genoa-Juventus 1-0 – rete di Antonelli su punizione deviata dall’indimenticabile Scirea. Ed era la Juventus di Platini e Boniek!

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Al Genoa Store con Manrico e Ettorino, agosto 2018, visita al Museo del Genoa.

Mio figlio Mario ebbe giovanili pulsioni per il Milan cominciando da quello “proletario” in serie B (del Presidente Farina), anche quella una scelta verso i perdenti. Ricordo quando citava Hateley, Wilkins, lo “squalo” Jordan, Damiani e tutti gli emergenti “rampolli” milanisti. Aveva una grande ammirazione per Agostino Di Bartolomei.

Poi è approdato al Genoa nel ricordo del nonno. Fa il tifo per i rossoblu in modo ragionato e ironico. Mia moglie Ornella e mia nuora Lorenza seguono la corrente. E così ce la raccontiamo, spesso presi dallo “psicodramma”. Quest’anno, che potremmo goderci in santa pace il Genoa del “Balla” (“el salvador”), i gol di Piatek, le volate e gli assist di Kouamè, c’è il tormentone delle notizie di possibili cessioni. E con “O Presidente de marachelle”… come stare tranquilli? E’ pur vero che ci ha portato dodici stagioni di fila in serie A, il Museo e lo Store, la sede a Villa Rostan (che ho visitato in compagnia di Michele Sbravati, il mago delle giovanili). Chi in serie A può vantare una sede sotto la protezione della Soprintendenza delle Belle Arti? Ma come la mettiamo con le “proditorie” cessioni di tanti assi sempre incombenti??? “Cose da Zena… n’emmu viste de pezu…”, direbbe mio padre.

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Mario, Manrico, Carlo, Ettore, prima di una partita del Genoa in TV

Concludo riproponendo questa poesia di Giuliano Meirana, amico genoano e poeta spotornese, scritta una sera in casa mia, nel 2002, per scacciare “u psicudramma zeneixe”:

Genoa

“Tra u russu e u bleu da maggia/bandéa de ‘na pasciùn,/a Nord a canta e a sbraggia/e tuttu u l’è u Grifun./A vuxe seculare/di puè di nostri puè,/affettu familiare, caressa de ‘na muè./Scûdetti, derby, miti,/scunforti, delûxiun,/a forsa de sta driti/ûn gol, l’esaltasiun./’Na fede sensa etè/da gente ciù diversa./”A Genoanitè”/ e a nù l’andià mai persa.”.

Ultima ora: domenica 7 ottobre 2018 ore 12,30, “cose da Zena”.

Tutti in casa mia: Carlo, Mario, Manrico, Ettorino, Ornella, Lorenza

Genoa Parma 1-3, partita ascoltata in radiocronaca (è di quelle che Sky non trasmette)

Gol di Piatek, entusiamo!!! (commenti: “O Presidente” lo vende, speriamo che almeno finisca il campionato).

Papera di Radu (eh… se ci fosse stato Perin!) e gol di Rigoni (ah!!!), quasi gol e palo di Piatek. Gol di Siligardi e di Ceravolo per il Parma. Poi solo nebbia genoana. Ballardini in affanno??? Che pranzo rovinato. Che domenica!

Riaffiorano i dubbi: che starà tramando “O Presidente”???

(Chiuso il 7 ottobre 2018 ore 21,30)

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