1968: 50 ANNI FA L’ADDIO A FELICE LEVRATTO UN UOMO, UN CAMPIONE

Di LUCIANO ANGELINI

1968-2018: cinquant’anni fa, era una domenica d’estate, ci lasciava Felice Levratto. Aveva (solo) 64 anni: era nato a Carcare nel 1904. Una leggenda, quella dello “Sfondareti” dal sinistro micidiale, iniziata con il gol che regalò al Vado Fbc la prima Coppa Italia nella finale vinta 1-0 sull’Udinese. Era il 1922. Felice non aveva ancora 18 anni. Il resto (28 presenze e 11 gol in Nazionale con il bronzo olimpico ad Amsterdam; 188 partite e 84 gol col Genoa; oltre a Verona, Ambrosiana-Inter, Lazio, Savona) sta a pieno titolo nella Storia del calcio italiano, tra aneddoti, testimonianze, ricordi, celebrato anche in una canzone del Quartetto Cetra (“Che centrattacco”) portata in tv nel 1959.

Solo chi lo ha conosciuto e frequentato sul campo e nella vita, può andare oltre il Mito dello “Sfondareti” diventato maestro di calcio, guida, allenatore, scopritore di talenti. Al Savona Fbc aveva concluso la carriera di calciatore per poi diventarne allenatore. Ma è più avanti, tra i ragazzi del settore giovanile, che aveva (ri)trovato una passione nuova e nuove energie. Aveva la capacità, e come poteva essere altrimenti, di individuare qualità anche non ancora emerse, valutare e selezionare. Aveva l’occhio clinico, come si può dire. Appassionato e rigoroso, sincero e severo. Anche con se stesso. Forte e fragile al tempo stesso. Aveva una passione che tracimava nella dedizione al gioco del calcio e ai suoi giocatori. Comprensivo ed esigente. Mai compiacente. Aveva le sue regole e non ammetteva deroghe (come anch’io ho sperimentato).

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Felice Levratto nel culmine della sua potenza di fuoco, quando era lo “sfondareti” per eccellenza

Il mio incontro con Felice Levratto risale al 1962, inizio luglio. Scenario. Torino, corso Unione Sovietica, Caserma Morelli di Popolo, ufficio Maggiorità del 7° Artiglieria (motto significativo: “Ferro ignique per viam hostem”), La mia scrivania è accanto a quella di Zelio Zucchi (giovane giornalista al Messaggero Veneto, poi un prestigiosa carriera dal Tuttosport al Corriere della Sera) e Aldo Scaramelli, ingegnere toscano poi ritrovato capo stazione a Savona Letimbro. Tre perfetti imboscati alle dirette dipendenze del colonnello Efisio De Lorenzo e del maggiore Barberis, uomo di sport prodigo nei permessi, grande appassionato di calcio e buon tennista, controllati e sopportati dal maresciallo Carozzo, un cerbero rivelatosi grande appassionato della musica leggera. Un posto privilegiato, già parcheggio temporaneo per Adriano Celentano, come confermato da alcune lettere di ammiratrici ritrovate in fondo ad un cassetto.

La mattinata era filata via liscia. Un paio di lettere, telefonate di convocazione a rapporto di comandanti di Batteria per conto del maggiore Barberis, assegnazione dei servizi (guardie, trasporti di materiali, rituale passaggio alla firma di documenti per trasferimenti e richieste di licenze e permessi). A ravvivare la giornata arriva una telefonata dell’ufficiale di picchetto: “In portineria c’è una visita per l’artigliere Angelini”. Non aspettavo né parenti, né amici. Scendendo le scale della palazzina comando mi chiesi chi potesse essere. Nella saletta ricevimenti mi ritrovo davanti il signor Negro, presidente del Quiliano, con il quale avevo giocato (bene) poche partite a inizio campionato prima di partire per il Car di Casale, e al quale il Savona al rientro dal prestito all’Alassio e in vista del servizio militare, mi aveva più o meno regalato. “Al bar di fronte c’è qualcuno che vuole parlarti”, esordisce Negro dopo i convenevoli di rito e impassibile alla mia evidente sorpresa. Attraverso corso Unione Sovietica facendo lo slalom tra i tram e arrivo al bar. Ad un tavolino, profilo inconfondibile, c’è Felice Levratto, davanti ad una bottiglia d’acqua minerale rigorosamente gelata (una pericolosa abitudine che sarà all’origine del malore che se lo porterà via) ormai all’ultimo bicchiere. Con lui due sconosciuti, poi rivelatosi come il vice presidente, un ingegnere amministratore delle acciaierie di Lesegno, e il segretario del Cuneo.

Sono trascorsi cinquantasei anni, ma quell’incontro lo ricordo come fosse ieri. Un rapido saluto, poi  la proposta secca. “Vuoi venire con me al Cuneo?”. Levratto, da pochi giorni allenatore del club biancorosso, si era ricordato di me, portiere cresciuto nelle giovanili del Savona sotto la guida di Sergio Sguerso e poi vice di Bruno Ferrero con Felice Pelizzari in panchina. Rimasi senza parole. Fulminato. Era una formidabile opportunità per rompere la monotonia della naia e riprendere a giocare: dopo la breve esperienza al Quiliano non ero andato oltre le partite nel campionato della Divisione Cremona, peraltro vinto in una finale al Carlini contro i Leoni di Liguria e relativa licenza premio. Non ci fu trattativa, o quasi. E forse il mio sì troppo affrettato tornò a vantaggio, parlo di un po’ di soldi, di qualcuno. Non so quanto il Quiliano ci abbia guadagnato. Ma nel calcio, ieri come oggi, sono cose che capitano. Comunque non ho mai avuto motivo di dolermene. A me interessava giocare. Da Torino a Cuneo il viaggio era breve. E il maggiore Barberis non mi avrebbe mai fatto mancare i permessi per allenamenti e partite.

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Felice Levratto allenatore alla guida del Savona FBC, stagione 1946 – 47. Serie B. Da sinistra in piedi: Ivaldi, Levratto (all.), Pendibene, Puccini, Di Piazza, Zidarich, Ghersi, Bianchi; in ginocchio, da sin., Zanni, Varicelli, Longoni, Cappelli

La mia avventura con Felice Levratto iniziò quel giorno d’estate. Un capitolo significativo, non tanto sul piano dei risultati (il campionato lo vinse il Pinerolo), sono sempre rimasto un discreto dilettante ma con bei ricordi tra Savona, Alassio, Cuneo, Cairese e Nolese, dove Felice mi trascinò qualche anno dopo, quanto sotto il profilo dei rapporti umani e della disciplina. Levratto fu maestro intransigente, cordiale e burbero, capace di scrutarmi dentro, leggere nei miei umori e malumori, ma soprattutto nell’aiutarmi a superare i momenti difficili. E a insegnarmi il rispetto delle regole. E qui viene il capitolo più sofferto: quando mi lasciò fuori squadra nella partita dell’anno.

Per tradizione la Juventus apriva la stagione (la 1962-63 vinta dall’Inter di Helenio Herrera, quella di Burgnich, Facchetti, Picchi, Suarez, Mazzola e Mariolino Corso, tanto per intenderci, davanti ai bianconeri) con l’amichevole con il Cuneo al Monviso (oggi Paschiero). Una magnifica occasione per presentarmi al mio nuovo pubblico, al quale ero stato annunciato enfaticamente (in effetti accadde due stagioni dopo) come portiere della Nazionale dilettanti. Avevo il morale alle stelle. Lo dicevo a tutti, amici ed ex compagni di squadra. E tutti mi chiedevano quando avrei giocato contro la Juventus del grande Sivori. E se fossi emozionato. Certo che lo ero. La partita era in programma dopo ferragosto, il 19 per la precisione. Due giorni prima avevo ottenuto una licenza breve e dopo l’allenamento ero tornato a Savona. La convocazione della squadra era per le 11 di domenica al ristorante “Amici”, storico ritrovo biancorosso nei pre-partita. Quella mattina al raduno c’erano tutti: Benassù, Briatore, l’ex granata Tonegutti, l’ex juventino Oderda, l’ex genoano Ferrari, i terzini Briatore e Moroni, Gerometta, Salomone, il portiere di riserva Provera, Reschia, poi mio compagno alla Cairese, Parodi, Ubezio, Cavalli, più uno stuolo di dirigenti con il presidente Barale, proprietario della più importante libreria della città. Proprio tutti, insomma. Tranne me. E l’assenza non poteva passare inosservata con un rincorrersi di domande (“Dov’è Angelini?”). Senza risposta. E con Levratto in evidente imbarazzo. Un brutto inizio. Dov’ero? Non so per quale colpo di ingegno, certo per imperdonabile ingenuità, sulla strada da Savona a Cuneo, sosta a Mondovì e pranzo con i miei al ristorante della stazione, all’epoca, parola di mio padre, paradiso per i buongustai. Mi ero tenuto leggero: riso in bianco, paillard, mela e caffè. Ma mi sarebbe rimasto tutto sullo stomaco.

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La Juventus 1962 – 63

Quando arrivai al campo, Levratto mi accolse freddamente. “Vai a cambiarti”. Mi chiesi che senso avesse prepararsi quasi due ore prima della partita con la Juventus. Il seguito fu come una doccia gelata: “Giochi il secondo tempo con la squadra ragazzi”. Rimasi muto. Non ci voleva molto per capire il motivo della decisione senza appello del mio allenatore. Lui mi aveva voluto, lui doveva dimostrare alla squadra che non faceva figli e figliastri.

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Luciano Angelini tra i pali del Cuneo: ma questa volta l’avversario è la Sampdoria

In porta giocò Provera (in campionato mi sostituì solo a Saluzzo). Io guardai dalla panchina l’eleganza di Salvadore, gli anticipi di Benito Sarti e Castano, il gran lavoro di Del Sol a centrocampo, la doppietta di Sivori, i gol di Stacchini, Rossi e Cavallito (la partità finì 5-0). A pochi metri da me il portiere Anzolin, entrato nella ripresa al posto del titolare Mattrel, Bercellino, Leoncini, Mazzia, Nicolè, Zigoni.

Sperai fino all’ultimo che Felice mi mandasse in campo per almeno cinque minuti. Ma non ci fu niente da fare. Non mi degnò di uno sguardo. Non una parola. Una lezione che non ho mai dimenticato. Aveva ragione lui. Caro, vecchio Felice. Com’era bello il tuo calcio da uomo e da allenatore.

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