NON SI DIVERTONO: 85 BAMBINI SU 100 IN FUGA DAL CALCIO

Di LUCIANO ANGELINI E FRANCO ASTENGO

Riprendiamo l’incipit di un’inchiesta sulla crisi del calcio italiano pubblicata da Repubblica il 14 settembre a firma di Francesco Saverio Intorcia e Matteo Pinci:

“Negli ultimi dieci anni l’85% dei bambini che avevano iniziato a giocare a calcio vi hanno detto addio. Lo hanno fatto prima ancora di diventare adolescenti, forse attirati da altro, forse per le pressioni germogliate attorno a loro, forse più semplicemente perché avevano smesso di divertirsi. Se tra loro ci fosse un campione che non ammireremo, non lo sapremo mai. Certo restringere il bacino vuol dire ridurre la possibilità di scelta. Proprio mentre il gap con il resto d’Europa, lo dicono i risultati sportivi, continua ad allargarsi”.

1.jpg

Giuan Nasi e Lello Paltrinieri, futuri preti operai (per Giuan un ricordo immutabile dopo tanti anni dalla tragica scomparsa), ritratti con il Don Bosco 1950 proprio con alle spalle la porta che conduceva al famosissimo “carruggio del gas” dove si doveva recuperare il pallone quando un calcio particolarmente potente lo spediva al di là del muro di cinta.

Ci siamo posti anche noi la domanda: perché questo fenomeno accade oggi, nel tempo in cui la vita è comoda, i genitori e i nonni scarrozzano figli e nipoti agli allenamenti; papà, mamme, fratelli maggiori e parenti vari, tutti abbeverati dalle infinite dirette tv, seguono con grande impeto; i campi sono in sintetico e quando si cade non ci si sbuccia le ginocchia, le scarpe rigorosamente firmate da questo o quel campione, le maglie sono modernamente sgargianti e i pantaloncini in tinta; gli istruttori tutti diplomati a Coverciano e, non ultimo, per giocare (i regolamenti sono fatti in modo che ci sia spazio per tutti) si pagano le quote?

Perché un tempo questo fenomeno dell’abbandono era ridotto, anzi quasi nullo. Si giocava, senza dover pagare quote, all’Oratorio o nel greto del fiume con ghiaia e piccole pietre che entravano nelle ferite delle ginocchia, quando andava bene con le maglie usate da generazioni precedenti e i pantaloncini che capitavano, allenati dai fratelli maggiori, oppure da operai appena usciti dal turno all’Ilva o alla Brown Boveri (operai che però di calcio ne sapevano parecchio) mentre i genitori, per buona parte (ma non tutti per la verità) osteggiavano, incitando allo studio e a lasciar perdere quel gioco pericoloso.

2.jpg

La Libertà e Lavoro 1964-65 allenata dal “mago” Vadone, maestro di tattica e scopritore di talenti

Eppure nessuno mollava: gli spogliatoi, quando non si situavano sotto un ponte, erano stanzoni bui e freddi come l’acqua che colava giù da improbabili docce, non c’erano le sostituzioni (nemmeno quella del portiere ad anni ’60 inoltrati) e le riserve mestamente prendevano la via della tribuna reggendo la borsa che non avrebbero mai aperto.

Qualcuno, magari, tra quelle riserve auto-organizzava una squadra per far giocare i rincalzi comunque da qualche parte; con quelle squadre improvvisate si incassavano così apparenti cocenti sconfitte, si raggranellavano 10 punti in un campionato di 28 partite (2 punti a vittoria), ma erano vittorie del nostro orgoglio, del voler essere in campo, fare la lista, sentire l’appello dell’arbitro, unirsi in amicizia e solidarietà.

Esaurito il tempo del settore giovanile (dai 14 ai 19 anni) quasi nessuno, dei più bravi, trovava posto in prima squadra, quando questa giocava in Serie C o in Serie D: i presidenti, anzi “presidentissimi”, come il commendator Stefano Del Buono, peraltro deus ex machina del Savona Fbc, preferivano i giocatori “già fatti”. Anche in Promozione però i titolari provenienti  dal vivaio erano sempre molto rari e indossare la maglia della prima squadra in piazze come Vado, Albenga, Cairo, Varazze voleva dire davvero essere dotati tecnicamente e agonisticamente.

I più finivano in Seconda Categoria, un campionato appassionante fatto di squadre di piccole cittadine i cui abitanti fornivano alle loro compagini un grande sostegno affollando piccoli recinti magari dotati di qualche tribunetta, oppure in Città in squadre di quartiere,di bar, di società operaie divise tra di loro da rivalità fierissime ma sempre pronti all’abbraccio, alla facezia, all’idea dello stare assieme anche quando lo scontro era tra la squadra della Parrocchia e quella della vicina sezione del Partito comunista.

3.jpg

La Molese, creatura prediletta di Guglie Talassano. La squadra è ritratta contro il muro di sostegno di Corso Ricci del campo Gloria sito sul greto del Letimbro. Ci si cambiava sotto i piloni del ponte di legno che da via Trincee scavalcava il fiume fino a Corso Ricci.

Ancora oltre la Seconda Categoria si trovava il campionato del CSI e i tornei a sette o a undici teatro anch’essi di sfide appassionate. Tornei nei quali si ritrovano ancora bar, società operaie, parrocchie: tornei capaci di richiamare, nell’arco della Riviera tra Varazze e Vado, una ventina di squadre partecipanti. Così non si mollava e i ricordi di quelle stagioni hanno fatto la storia della nostra vita.

Mi accorgo di non aver risposto alla domanda iniziale: perché oggi i ragazzi lasciano perdere subito?

Risposta: perché manca la passione, non la loro, ma di chi dovrebbe trasmetterla con i genitori impegnati a pensare ad una immaginaria quanto illusoria futura carriera da professionista del loro ragazzo, sempre pronti a dar la colpa a qualcun altro delle delusioni e a premere perché il loro bamboccio parta “titolare”. Basta assistere all’allenamento di un qualsivoglia settore giovanile per capire la deformazione e l’esasperazione del concetto di giocare al pallone: tensione in campo e fuori (genitori che esaltano le imprese del proprio figlio, già proiettato verso maglie prestigiose, o polemizzano per un tiro sbagliato o un passaggio mancato di un compagno di squadra), noia crescente per esercitazioni ripetitive, poca socializzazione, tramonto di ogni possibilità di un sano divertimento nello stare insieme, atteggiamenti densi di presunzione di qualche aspirante “fenomeno” (a 10-11-12 anni) con frasi tipo: “Con questi scarsi io non ci gioco”. Senza contare la subdola attività di presunti talent scout che, a caccia di nuove quote per i club di appartenenza, offrono e prospettano nuovi e luminosi scenari a ingenui quanto ambiziosi i genitori con reclutamenti al volo nei campetti dei tornei balneari. E a fine estate, in vista della nuova stagione, avviene una specie di transumanza con passaggi da una società all’altra con inevitabili scorie polemiche. E’ il calcio (giovanile) bellezza, parafrasando il mitico Humphrey Bogart nel film “L’ultima minaccia”.

Il quadro si completa con la saccente platea di dirigenti e allenatori tutti tesi a farsi chiamare “mister” e a rilasciare improbabili interviste ai piccoli siti locali, scimmiottando i vari Mourinho o Capello, Allegri o Gattuso, a seconda delle circostanze e del copione da recitare. Pappagaleschi di schemi, tattiche, triangoli e diagonali, nell’idea e nella speranza (vana per i più) di qualche chiamata dall’alto, tronfi dei loro inutili patentini Uefa C o Uefa D. Chiamata dall’alto che dovrebbe arrivare soltanto per la capacità di comunicare con lo stesso linguaggio stereotipato dei commentatori di Sky (il “covercianese”: cultura del lavoro, attaccare gli spazi, scappare all’indietro, siamo un gruppo di uomini veri).

I ragazzi lasciano perdere perché quest’ambiente è omologato a quello circostante, in società dove conta l’apparire in luogo dell’essere e manca la sostanza delle cose che si fanno. I ragazzi lasciano perché non si divertono, si annoiano, si stancano di essere trattati come polli d’allevamento.

NOTA BENE: Le tre foto che illustrano questo articolo sono emblematiche della situazione che vi è descritta. Nella prima è ritratto il Don Bosco sul terreno dei Salesiani, squadra di matrice cattolica addirittura con due futuri preti – operai come Nasi e Paltrinieri che rappresenteranno molto nella vita sociale della Città. Nella seconda è ritratta la formazione juniores della Libertà e Lavoro, squadra “rossa” della società di mutuo soccorso di Lavagnola con il suo allenatore Mario Vadone, operaio della Brown Boveri che senza aver frequentato Coverciano era stato ilprimo tecnico ad adottare il “libero” nella provincia di Savona. Nella terza con la sua “pupilla” Molese si riconosce Guglie Talassano per tanti anni pilastro inscindibile del calcio giovanile savonese che curava il “suo” campo Gloria, allestito proprio sul greto del fiume Letimbro. I ragazzi si divertivano, eccomi si divertivano e a nessuno veniva in mente di lasciare il calcio che in quei tempi era fattore di crescita, costruzione d’amicizia, momento di solidarietà (e magari occasione di qualche baruffa).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...