FASCIO E PALLONE: QUANDO  IL REGIME PRESE POSSESSO  DELLA GUIDA DELLA CALCIO 

 

di FRANCO ASTENGO

 

C’è un lungo capitolo della storia del calcio italiano che va ricordato, oltre l’inevitabile e doverosa importanza e significato degli eventi e dei risultati sul piano strettamente sportivo (due titoli mondiali nel ’34 e ’38 con l’Italia guidata da Vittorio Pozzo), per comprenderne il peso specifico politico-sociale negli anni del fascismo. Ed è quando il regime, rendendosi conto di quale e quanto fosse l’interesse popolare per il gioco del calcio, decise di prenderne possesso occupando i vertici federali e realizzare un totale controllo sul piano sportivo, organizzativo, amministrativo, della selezioni dei quadri dirigenti e delle stesse società, molte delle quali, come a Savona lo Speranza, costrette al silenzio perché ritenute avverse al regime. Il calcio, come d’altro canto il ciclismo, altro sport dalla vastissima platea, potevano e dovevano sostenere un ruolo significativo nel nefasto progetto di “fascistizzazione” del Paese.   

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L’immagine della copertina del primo Almanacco del Calcio denominato “Enciclopedia Illustrata del Calcio Italiano” curata da Leone Boccali nel 1939

           Se ne trova eloquente conferma nel primo almanacco illustrato del calcio, compilato da Leone Boccali direttore del “Calcio Illustrato”, uscito. per la prima volta nel 1939: ne conservo con grande cura una copia originale. Ebbene: aprendolo la prima immagine che appare è quella del Duce e come didascalia la frase: «Voi dovete essere tenaci, cavallereschi, ardimentosi. Ricordatevi che quando combattete oltre confini ai vostri muscoli e soprattutto al vostro spirito è affidato, in quel momento, l’onore e il prestigio sportivo della nazione. Mussolini».

Una frase che, collocata proprio in quel contesto, poteva essere considerata come il suggello della fascistizzazione del calcio italiano nel quadro più generale dello sport italiano diventato – appunto – “sport fascista”.

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Leandro Arpinati artefice della “fascistizzazione” del calcio italiano

            A pagina 22 dello stesso Almanacco ho trovato un articolo, “Il Calcio in Italia”, scritto da Ettore Berra (un grande competente). Riproduco di seguito la parte riguardante il processo di “normalizzazione” dei campionati.

 «…La Federazione viveva continuamente in un ambiente agitato da passioni ed interessi contrastanti. Le nuove carte federali non erano ancora pronte, le finanze federali erano pericolanti e una deliberazione che imponeva alle società un versamento straordinario fu respinta, la famiglia arbitrale era in fermento. Gli eventi precipitarono per una vertenza riguardante una partita di campionato. Il Consiglio Federale annullava l’incontro Casale -Torino in contrasto col parere emesso dalla Commissione Tecnica e tale deliberazione veniva ritenuta dalla massa arbitrale come un affronto al suo prestigio. Statutariamente il Consiglio era tenuto a rispettare la decisione della C.T.: ma si comportò alla rovescia.

Non abbiamo bisogno di rilevare quanto fosse pericoloso il principio instaurato dal Consiglio che toglieva alle Società ogni garanzia di uniformità di giudizio tecnico nello svolgimento delle partite. La C.T. completamente esautorata dava le dimissioni e, in seguito, l’A.I.A. (Associazione Italiana Arbitri) proclamava lo sciopero.La situazione si era fatta talmente tesa che il presidente del CONI on. Lando Ferretti convocava per il 12 Maggio 1926 a Milano le parti per tentare un accordo. Veniva stilato un ordine del giorno pieno di belle parole, ma di fatto la situazione non migliorava e il 26 Giugno il Consiglio Federale rassegnava i suoi poteri nelle mani del presidente del CONI. L’on. Ferretti si mise immediatamente all’opera. Il 7 Luglio riunendosi a Torino il CONI, veniva nominata una Commissione di tre esperti: comm. Foschi, ing. Graziani, avv. Mauro e il 2 Agosto successivo veniva emanata la “carta di Viareggio”, documento importantissimo, basilare della vita calcistica italiana, con cui veniva risolti i complessi problemi che avevano agitato l’ambiente dei calciatori per lunghi anni, e che forse non avrebbero mai trovato soluzione attraverso le dispute inconcludenti delle Assemblee.

Con essa avevano fine tutte le controversie, poiché la Carta affrontava il problema dal punto di vista tributario, gerarchico e sportivo. Cessò di colpo l’agitazione delle società, si sentiva finalmente la presenza di una autorità in grado di comandare e di farsi ubbidire.

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L’annuncio del varo della “Carta di Viareggio”, documento fondamentale nella storia organizzativa del calcio italiano. Notare il divieto di utilizzare giocatori stranieri e la divisione tra dilettanti e non dilettanti

La Federazione, nello stesso agosto del 1926 veniva trasferita da Torino a Bologna, ove venne iniziata l’opera di riorganizzazione dell’Ente. Restava a Bologna circa tre anni e, poi, nel 1929 la sede era trasportata a Roma. Nella capitale l’ente federale completava il suo lavoro riorganizzativo.

È storia recente e non occorre quindi una delucidazione diffusa. Abbiamo raccolto tutta una serie di successi mondiali e internazionali di cui questo libro è la più viva e precisa documentazione e rievocazione.

Il generale Vaccaro, l’avv. Mauro, l’ing. Barassi, trinomio dirigente in carica dal 3 Maggio 1933, hanno portato con la loro opera intelligente e appassionata la Federazione calcistica a tale perfezione di funzionamento da farne un modello.

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L’ingegner Ottorino Barassi alla guida della FIGC fino al 1958

 I vantaggi che il nostro sport ne ha ricavato sono evidenti: il potere federale, tolto agli arrembaggi non sempre disinteressati dei delegati, la continuità dell’indirizzo sportivo, la creazione di un’autorità al di sopra degli interessi particolari e quindi benefica per tutti. Abbiamo così avuto una sistemazione finanziaria di incrollabile saldezza, l’ordinamento definitivo dei campionati con l’avvento del girone unico per la massima divisione, la soluzione del problema arbitrale come problema di autorità e di disciplina.

Dal 1928 con opportuno provvedimento è stata instaurata l’unità assoluta del movimento, trasformando in Sezione Propaganda federale, le forze dei cosiddetti “calciatori liberi” di cui uno sportivo milanese, il dott. Luigi Manganelli aveva iniziato nel 1917 il reclutamento dando vita all‟ULIC (Unione Libera Italiana Calcio).

Nei quarant’anni che corrono dalla creazione della Federazione ad oggi, quanti enormi passi sono stati compiuti. Merito grande di chi attualmente tiene le fila di questa complessa organizzazione, la più salda e la più ammirata, orgoglio di tutti i calciatori italiani e dello sport fascista».

            Nella sostanza mantenendo fede all’intenzione di controllare e dirigere ogni attività del Paese, il fascismo aveva allungato i tentacoli del suo potere autoritario anche sul calcio. Né si poteva pensare che il gioco, da considerarsi ormai assieme al ciclismo come massima espressione sportiva popolare, potesse essere risparmiato dalle attenzioni della dittatura.

            Politicamente il calcio era ormai troppo importante per essere lasciato libero di muoversi nelle sue democratiche contraddizioni essendo un  fenomeno capace di radunare intorno a sé il consenso di migliaia di appassionati. Il calcio andava diretto, regolamentato e sostenuto nella propaganda. In quel modo l’opinione generale avrebbe dovuto riconoscere l’ordinata e sapiente organizzazione fascista.

            Così gerarchi a vario titolo avevano preso a cuore il calcio in maniera speciale, avvalorando con le loro assidue presenze sui campi l’interesse e la simpatia del partito.

            L’intervento del fascismo sul calcio si esplicitò soprattutto in quattro direzioni, che cercherò di esaminare di seguito con attenzione:

1)    la costruzione di una squadra nazionale capace di imporsi all’estero ai massimi livelli, facendo coincidere i successi degli azzurri con i successi del regime;

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La nazionale Italiana campione del mondo 1934. Da sinistra in piedi: Combi, Monti, Ferraris IV, Allemandi, Guaita, Ferrari. Accosciati: Schiavio, Meazza, Monzeglio, Bertolini, Orsi

2) la costruzione di gruppi dirigenti, a livello delle singole società, ossequienti alle direttive del regime facendo ben attenzione però a lasciare una certa “mano libera” ai grandi industriali che avevano già cominciato a fiutare il calcio come affare;

3) la razionalizzazione delle forze in campo cercando di costruire, attraverso una serie di fusioni, società molto forti nelle città più importanti. Un meccanismo che avrebbe portato, naturalmente, a quel già citato “allineamento” dei gruppi dirigenti perché si sarebbe trattato, prima di tutto, di eliminare le società nate in ambienti “scomodi” per il regime;

4) la costruzione di grandi stadi per fornire le società delle principali città di sedi di gioco adeguate e, nel contempo, di seguire l’opera di urbanizzazione e speculazione edilizia portata avanti dal Regime (si vedrà poi come questa operazione sarebbe stata realizzata in occasione dell’organizzazione, da parte dell’Italia, della seconda coppa del Mondo nel 1934).

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Lo Stadio di Firenze progettato da Pierluigi Nervi (a Savona portano la sua firma la stazione di Mongrifone e il Palazzo della Provincia). Il più bell’esempio di architettonica sportiva esistente in Italia

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