C’E’ UNA COREA PER TUTTI, UNA VOLTA QUELLA DEL NORD, UN’ALTRA QUELLA DEL SUD

di LUCIANO ANGELINI  e FRANCO ASTENGO

Il 27 giugno 2018 richiama il 19 giugno 1966: sono passati 52 anni e per la seconda volta una Corea, quella del Nord la prima volta e quella del Sud per la seconda, segnano un passaggio “storico” nelle vicende della Coppa del Mondo di Calcio.

Per quella volta fu eliminata l’Italia , coprendosi di ridicolo in tutto il mondo per poi essere accolti a pomodori in faccia dai tifosi al rientro in Patria.

In questa occasione tocca alla Germania, avversari i coreani meridionali, subendo anche il secondo goal a porta vuota in una maniera assurda vero emblema di una partita e di un mondiale davvero disgraziato.

Siccome noi però ci occupiamo di storia del calcio ecco i due tabellini e un poco di storia:

27 Giugno 2018

Germania – Corea del Sud 0-2

MARCATORI: 45’+2 st Kim Young-Gwon, 45’+6 Son (C)

COREA DEL SUD (4-4-2): Hyen Woo 7; Lee Yong 6,5, Yun Youngsun 6,5, Kim Yong Gwon 7, Hong Chul 7; Lee Jae Sung 6,5, Jang Hyunsoo 6,5, Jung Woo-Young 6,5, Moon Seanmin 6,5 (24′ st Ju Se-Jong 6,5); Son Heung Min 6, Koo Jacheol 6 (11′ st Hwang Hee-Chan 6, 34′ st Ju Se-Jong S.v.). CT: Shin Tae-Yong

GERMANIA (4-2-3-1): Neuer 5,5; Kimmich 6, Sule 5, Hummels 4,5, Hector 5 (33′ st Brandt 5); Khedira 5 (13′ st Gomez 5,5), Kroos 5,5; Werner 4,5, Goretzka 5,5 (18′ st Muller 5), Ozil 4,5; Reus 5. CT: Low

ARBITRO: Mark Geiger (USA)

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La gioia coreana

 Dopo 6′ di recupero Germania-Corea del Sud è finita 2-0 e i tedeschi campioni del Mondo in carica escono dai Mondiali di Russia (la Svezia ha battuto il Messico 3-0 e li ha scavalcati al secondo posto nel girone F). Un risultato clamoroso e inaspettato. I coreani del Sud erano infatti a zero punti e non avevano più nulla da chiedere a questa partita. Partita giocata però ‘alla morte’ e chiusa da Yang-Gwon-Kim al terzo minuto di recupero (dopo una verifica al Var) e poi da H.Son al 97′. Corea capace di difendersi ordinatamente e di andare più volte vicino al gol anche nel secondo tempo. Inutile il forcing finale di Mueller e compagni, che alla fine si sono arresi. I campioni del mondo tornano a casa, passano Messico e Svezia.

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La disperazione di Loew

19 Luglio 1966 a Middlesbourgh:

COREA DEL NORD-ITALIA 1-0 (1-0)
MARCATORI
: pt 42′ Pak Doo Ik 42
COREA DEL NORD: Li Chan Myung, Lim Zoong Sun, Sin Yung Kyoo, Ha Jung Won, Oh Yoon Kyung, Im Seung Hwi, Han Bong Zin, Pak Doo Ik, Pak Seung Zin, Kim Bong Hwan, Yang Sung Kook. Allenatore Myung Rye Hyun.
ITALIA: Albertosi, Landini, Facchetti, Guarneri, Janich, Fogli, Perani, Bulgarelli, Mazzola, Rivera, Barison. Allenatore Edmondo.
ARBITRO: Schwinte (Francia)

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Momento topico: Paak Do Ik infila Albertosi

Reduci dal mondiale cileno che aveva avuto, per gli Azzurri, un epilogo pugilistico (Cile-Italia fu una delle partite più violente della storia), la squadra fu affidata alla guida tecnica di Edmondo Fabbri. La scelta sembrò felice e azzeccata per i tempi: il romagnolo aveva portato una ventata di novità con il Mantova, che aveva guidato addirittura dalla Serie D alla Serie A in cinque stagioni. Soprattutto il suo gioco sembrava avere, agli occhi del presidente della Federcalcio Giuseppe Pasquale, il giusto respiro europeo, in contrapposizione con quello catenacciaro, ma vincente, dell’Inter di Helenio Herrera e di un po’ tutto il movimento calcistico italiano. I risultati iniziali dettero ragione al nuovo corso. Solo l’Unione Sovietica diede un dispiacere eliminando gli Azzurri dalla seconda edizione del Campionato Europeo (1964 in Spagna), ma non contava: l’obiettivo erano i Campionati del Mondo in Terra d’Albione.

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Edmondo Fabbri

 Ottenuta la qualificazione, il girone era tra i più abbordabili: per la squadra di Fabbri si presentava subito l’occasione di vendicarsi del Cile; c’era l’Urss di Lev Jašhin, pronosticata per il superamento del turno insieme all’Italia; c’era la sconosciuta e misteriosa Corea del Nord. L’approccio a quel luglio inglese non fu tranquillo, a partire da quell’ «Adesso siamo in guerra!» pronunciato dal CT appena messo piede sul suolo inglese. Molto influirono negativamente pure le polemiche con i sostenitori del gioco “all’italiana” (tra cui anche Gianni Brera), ostracizzato, come detto, da Fabbri. Neanche la sede del ritiro, la Scuola dell’Agricoltura di Durham, con la sua tetraggine e quasi desolazione, aiutò a sciogliere le nubi che si andavano addensando sulle teste degli Azzurri.

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le figurine della squadra coreana

 Nel primo match (Sunderland, 13 luglio) l’Italia doveva vedersela proprio con il Cile, la squadra che l’aveva eliminata nel Mondiale precedente. Stavolta il tutto fu meno traumatico, la scontata vittoria italiana pervenne grazie alle reti di Sandro Mazzola e Paolo Barison, ma più di un dubbio sollevò la prestazione: il gioco espresso fu in realtà un “non gioco”, le già poche certezze di Fabbri si dispersero nella nebbia inglese.

La gara successiva, il 16 luglio, il CT rinnegò un po’ le sue idee: contro la tetragona, monocorde ma potente URSS decise di giocare una partita di attesa invece che di aggressione, con il risultato di perdere per una rete di Igor Čislenko al 57’. Nulla era perduto, tranne le convinzioni di Fabbri, che andò in totale confusione. L’ultimo avversario sulla strada di una “sicura” qualificazione erano gli “improponibili” giocatori della Corea del Nord, dai nomi a filastrocca e dalle fattezze di “Ridolini”, come ebbe a descriverli Ferruccio Valcareggi, allora assistente del CT. Un grave errore di sottovalutazione.

La Corea del Nord rappresentava una nazione che non c’era, un Paese non riconosciuto dall’Occidente, che ancora non si era ripreso dalla guerra civile che lo aveva devastato durante gli anni Cinquanta, lasciando un lungo, triste, elenco di quattro milioni di morti. Proprio questo era un punto di forza di quella squadra, l’orgoglio, lo stesso su cui aveva fatto leva il presidente coreano, Kim Il-sung, richiedendo almeno una vittoria. Soprattutto di questo non tenne conto lo staff azzurro, facendosi fuorviare dalla tecnica approssimativa e dalla tattica elementare degli avversari. Quel 19 luglio, a Middlesborough, “Mondino” cambiò ancora, ma l’errore più grave che fece fu quello di schierare Giacomo Bulgarelli con un ginocchio malandato, in un’epoca in cui non esistevano sostituzioni.

Da notare, non secondariamente, che Riva e Bertini erano stati portati in Inghilterra in soprannumero senza essere inclusi nella lista presentata alla FIFA, da turisti.

Riva sarebbe sicuramente servito, altroché !

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un inutile attacco degli Azzurri

 Pure, la partita non presentava difficoltà apparenti: quando alle 19,30 l’arbitro francese Pierre Schwinte fischiò l’inizio del match, subito Marino Perani ebbe una, due, tre occasioni, sprecandole per bravura del portiere Lee Chan-Myung o per errori di mira. Ogni occasione sembrava scandire l’avvicinamento a quel vantaggio che avrebbe liberato molti cuori oppressi. I minuti, però, passavano, e i coreani, che sembravano in balia degli Azzurri, iniziarono a dispiegare sul prato la loro velocità e una tecnica non certo da analfabeti della pelota. Con il lievitare del livello di prestazione degli asiatici, lentamente, inesorabilmente, l’Ayresome Park si trasformava in un catino di scherno per gli Azzurri, il prato in una palude mortale che ne avvinghiava le gambe, impedendone i movimenti.

Gli avversari, i coreani, i “Ridolini”, ingigantivano sovrastando per velocità, e anche gioco, gli spaesati uomini di Fabbri. Il vero crack avvenne al trentacinquesimo minuto, ed aveva il rumore del ginocchio di Bulgarelli che cedeva nel contrasto con un avversario, lasciando la sua squadra in dieci. Trascorsero altri sette minuti e al 42’, nel tramonto dei mari del Nord, tramontò anche l’Italia: la palla giunse a Pak Doo-Ik, che dal limite dell’area, leggermente decentrato a destra, incrociò un tiro verso la porta azzurra. Enrico Albertosi si protese verso il radente, ma più la sua mano sembrava avvicinarsi al pallone, più questo sembrava allontanarsi, fino a chiudere la sua corsa in fondo alla rete. Incredibile: un dentista (non lo era, fu una leggenda metropolitana a dargli quella qualifica) aveva segnato alla grande Italia!

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l’esultanza dei calciatori coreani

 La partita finì a quel punto e l’impensabile si materializzò, il restante periodo di gara vide solo tanta confusione azzurra e tentativi frustrati da piccoli giocatori che erano diventati giganti.

Da quel 19 luglio inglese, nell’immaginario collettivo “Corea” divenne, ed è ancora, sinonimo di vergogna sportiva. Almeno fino a questo 26 giugno 2018.

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