I 120 ANNI DELLA FEDERCALCIO: I “PRIMI CALCI”  IN PIAZZA VITTORIO E LE SFIDE CON I MARINAI INGLESI

di FRANCO ASTENGO                                

La Federazione Italiana Gioco Calcio ha compiuto il 15 marzo scorso 120 anni. Un compleanno da ricordare che arriva in un momento complicato nella vita dello sport più popolare, con la squadra nazionale eliminata senza alibi né attenuanti dalla modestissima Svezia alla vigilia della fase finale del campionato del mondo che si giocherà in Russia.

Un mondo del calcio completamente cambiato nel corso di questi decenni nel quale il rapporto tra potere economico e attività sportiva  si è assolutamente rovesciato e gli elementi determinanti appaiono essere i diritti televisivi e gli “affari privati” dei procuratori.

Non entriamo però nel merito di queste vicende ma ci limitiamo, in questo caso (come è del resto nel nostro costume e nel nostro compito) ad una sommaria ricostruzione storica da dedicare appunto a questo straordinario appuntamento con i 120 anni, ripensando ai tanti protagonisti che meriterebbero di essere citati, alla nostra grande passione da ragazzi, a chi ci aveva educato con orgoglio e competenza a esercitare quella passione come elemento molto importante (se non decisivo) della nostra crescita morale e civile, oltre che sportiva, quasi si trattasse di una vera e propria “educazione sentimentale”.

Abbiamo così tratteggiato alcuni passaggi nell’origine del gioco in Italia principiando proprio dai “primi calci” e arrestandoci sulla soglia degli anni ’20 quando fattori diversi come l’industria, la politica, il nazionalismo, le novità della tecnologia prime  fra tutte la radio e il cinema (poi, molto tempo dopo, l’irrompere della televisione) entrarono prepotentemente in scena e sollevarono il calcio dalla fase pioneristica fino a farlo diventare punto di riferimento per la vita di milioni e milioni di persone.

Ricostruiamo allora partendo dall’inizio.

Brillava nell’aria la primavera del 1887, quando Edoardo Bosio attraversava, nel primo pomeriggio, i portici di Piazza Vittorio a Torino per recarsi in uno spiazzo a dare quattro calci ad un pallone di cuoio gonfiato ad aria direttamente proveniente dall’Inghilterra.

1.jpg

Edoardo Bosio, pioniere del calcio in Italia, in una rara immagine

            Edoardo Bosio, commerciante di origine svizzera, aveva vissuto per qualche anno proprio a Londra come rappresentante di un’azienda italiana. Trasferitosi a Torino, aveva poi iniziato una sua attività di articoli ottici e fotografici. Dall’Inghilterra aveva portato con sé la passione per il nuovo gioco che là infiammava ormai le grandi folle.

            Non c’era altro da fare che insegnarne le regole a qualcuno dei suoi dipendenti e portarli in qualche prato per vedere di accendere anche in loro il “sacro fuoco” per la palla rotonda. Ben presto, accanto ai “borghesi” di Bosio, si incuriosirono del nuovo gioco anche signorini dell’aristocrazia piemontese, tipi piuttosto alla mano, desiderosi d’azione ed eredi di quella nobiltà che nei secoli passati era usa mettersi a cavallo tra marzo e novembre al servizio del Re.

2.jpg

Bosio e gli altri pionieri

            Ci sono dei bei nomi come quello del marchese Ferrero di Ventimiglia (discendente, pensate un po’, del salgariano “Corsaro Nero”) e del duca degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia, che aveva una quindicina d’anni e sfogava già allora la sua esuberanza ed il suo gusto dell’avventura che l’avrebbe poi spinto a tentare le vette inviolate di Africa, America ed Asia e a spingersi fino al Polo.

       Così, nel 1891, sorgeva a Torino il primo sodalizio calcistico, l’Internazionale Foot-ball Club. Pronta risposta da Genova. Piccolo commercio ed aristocrazia a Torino, a Genova porto di mare, il gran mondo internazionale degli affari. E gli affari in linguaggio internazionale si dicono business e gli uomini del business sono inglesi approdati con i loro traffici, i loro interessi e anche la voglia di divertirsi e di fare dello sport alla loro maniera.

            Il giorno 7 Settembre 1892 un gruppo di gentiluomini britannici residenti a Genova si recarono presso il console inglese, Mr Payton, per chiedergli l’autorizzazione a fondare un club: non si parlava ancora di calcio perché l’attività preminente era quella del cricket. Ma l’arrivo, pochi mesi dopo nel 1893, del dottor James Spensley segnerà il definitivo trionfo del football. Nel frattempo proprio in quel 1893 era accaduto un episodio molto importante riguardante il gruppo dei torinesi e (guarda caso) Savona. Ebbene: nella primavera di quell’anno la stravagante compagnia organizzata da Bosio si cimentò addirittura in una partita internazionale, sfidando una rappresentativa di marinai inglesi imbarcati su piroscafi in quel momento fermi nei porti di Genova e Savona.

            Le cronache scrivono che si giocò nell’entroterra di Vado Ligure, ma successive ricerche hanno individuato il terreno di gioco come quello della piazza d’Armi a Savona, lungo corso Ricci.

            La squadra di Bosio vinse 2-1 allineando questa formazione: Beaton, Kilpin (quel Kilpin che poi, trasferitosi a Milano, avrebbe fondato il Milan), Dobbie, Lubatti, Schoenbrund, Pecco, Beltrami, Weber, Bosio, Savage e Nasi (futuro cognato di Giovanni Agnelli).

            La popolarità del gioco crebbe così a vista d’occhio in quegli anni di fine secolo, nel corso dei quali si sviluppava un impetuoso processo di modernizzazione nell’economia, nella politica, nel costume di vita quotidiano. Il 10 Aprile 1897 l’assemblea dei soci del Genoa Cricket and Foot-ball Club ammetteva nel proprio seno i cittadini italiani.

            Nel giorno dell’Epifania del 1898 si gioca, sul campo di Ponte Carrega a Genova, un triangolare vinto dall’Internazionale di Torino sui padroni di casa e su di una compagine di Alessandria, di cui non abbiamo scovato la denominazione. Disponiamo, però, delle formazioni delle tre compagini.

Internazionale di Torino: Cavalchini, Franz, Dobbil, Weber, Beaton, Stevens, Ferrero di Ventimiglia, Nasi, Montù (futuro deputato al Parlamento), Bosio, Savage.

Genoa: Spensley, Marshall, De Galliani, Pasteur (svizzero, il fondatore dell’Elah e della Dufour), Venturini, Read, Wilkey, Iweedy, Charlmers, Macintosh, Leaver.

Alessandria: Gallina, Pedemonte I, Bobbio, Capuzzo, Pedemonte II, Montù, Brunetti, Carlone, Camera, Bono, Castagneri.

            Il 15 Marzo di quel fatidico 1898 fu così costituita la Federazione Italiana Foot-ball (FIF) con sede a Torino: gli alessandrini non aderirono perché si erano ritenuti danneggiati dall’arbitraggio nel triangolare genovese di gennaio (come si può osservare, nulla di nuovo sotto il sole).

3.jpg

L’Alessandria non partecipò per protesta alla fondazione della FIF

            Il giorno 8 Maggio 1898 a Torino si disputò così il primo campionato italiano di calcio. Anche in questo caso consiglio la lettura di un romanzo del tutto esplicativo del clima dell’epoca e delle vicende di quella giornata: “ La prima volta” di Franco Bernini, uscito nel 2005 per le edizioni Einaudi. Davvero assolutamente da leggere.

            In quella domenica a Milano si registrarono gli scontri di piazza più gravi nella breve storia del Regno d’Italia: barricate e bandiere rosse prese a cannonate dalle truppe del generale Bava Beccaris per stroncare i germi di una rivolta sociale che, alla fine dopo grandi travagli, costringerà il governo ad avviare il cammino verso una difficile democrazia e a riconoscere almeno alcuni elementari diritti ai lavoratori. Ci furono decine di morti, finirono in galera l’apostolo del socialismo Filippo Turati e Don Albertario: si lottava per il pane, per il diritto di associazione, per le otto ore, per il diritto di voto, per la scuola obbligatoria sino alla seconda elementare.

            In quel clima politico e sociale si giocò il primo campionato italiano di calcio: tutto in un giorno.

            Quattro squadre, tre partite: tre compagini torinesi ed il Genoa. In Piazza d’Armi a Torino alle nove del mattino si svolse la prima eliminatoria tra Internazionale e U.S. Torinese da una parte ed il Genoa e la Ginnastica Torinese dall’altra. Una cinquantina di spettatori circa. Nel pomeriggio incontro tra le finaliste, davanti ad un numero raddoppiato di spettatori e dopo un rinfresco offerto sul posto ai giocatori dalla ditta Carpano (quella del “Punt e Mes”) e dalla premiata pasticceria Diltey. Ci vollero i tempi supplementari ma alla fine vinsero i genoani (in maglia bianca), primi campioni d’Italia:

Spensley, Leaver, Bocciardo, Dapples, Bertolio, La Pelley, Ghiglione, Pastuer, Ghigliotti, De Galleani, Baird (ma sui giornali dell’epoca apparve anche una formazione diversa: Spensley, Leaver, Ghigliotti, Dapples, Pasteur I, Le Pelley, Ghiglione, Pastuer II, Deteindre, De Galleani, Agar).

            Comunque fosse l’epopea del campionato italiano di calcio era cominciata, inarrestabile ed affascinante nel tempo.

4.gif

Il Genoa campione d’Italia 1898

Cinque squadre nel 1899, eliminatorie tra le quattro squadre torinesi e finale a Genova contro la detentrice del titolo. Sono nuovamente di fronte Internazionale di Torino e Genoa. Registriamo un’altra vittoria dei liguri (che in questa occasione indossano camicie a strisce bianco-blu) per 2-0. Ma i torinesi si sentono defraudati dai giudici di porta che allora erano incaricati di controllare se il pallone avesse superato la linea bianca (non esistevano ancora le reti introdotte nel 1909).

            Così l’anno successivo, quando quelli dell’Internazionale (che intanto si erano fusi con la squadra del F.C. Torinese assumendone il nome) dovettero recarsi a Genova per la finale, si rifiutarono e furono allora i genovesi che, con ironica cavalleria, si trasferirono a Torino a conquistare il loro terzo titolo. Finiva così il XIX secolo, ma intanto erano nate altre due delle future grandi protagoniste: la Juventus a Torino e il Milan a Milano. Molto presto si sarebbero staccate da loro andando a vivere di vita autonoma altre due squadre, il Torino e l’Inter, e il celebre triangolo industriale Torino – Milano – Genova avrebbe diretto anche lo sviluppo del gioco del calcio.

5.jpg

Con ogni probabilità questa è la prima immagine che ritrae l’esecuzione di un calcio di rigore, almeno in Italia. Siamo sul campo di Ponte Carrega. Tira Savage, la squadra con la maglia a riche verticali bianche e celesti è il Genoa nella sua seconda divisa, dopo quella bianca, prima di adottare nella stagione successiva la casacca rossoblu.

            Fin dai primissimi anni, quindi, il gioco del calcio è gravato alla vetta dall’ipoteca delle tre metropoli attive e ricche per poi ridursi ben presto a un dialogo raramente interrotto tra milanesi e torinesi.

            Inizio di secolo: proprio nei primissimi giorni di gennaio il Duca degli Abruzzi parla a Roma, reduce dal Polo Nord e qualcuno ricorda nel resoconto dei giornali che era stato lui ad offrire la Coppa per il primo campionato. Di calcio i giornali, però, scrivono poco o nulla e a Milano quasi nessuno si accorge che gli undici giocatori del Milan, la squadra rossonera fondata due anni prima da Piero Pirelli, hanno conquistato il titolo di campioni d’Italia, superando in trasferta i già plurititolati del Genoa.

6.jpg

Luigi Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi: un grande esploratore ma anche uno dei pionieri del calcio in Italia: era sua la coppa assegnata al Genoa vincitore del primo campionato.

            L’eroe della giornata è stato l’inglese Herbert Kilpin, in Italia come esperto dell’industria tessile: nella squadra vittoriosa figuravano cinque italiani, cinque inglesi e uno svizzero.

            I primi anni del nuovo secolo verificano l’irrompere di forze nuove: tra il 1908 ed il 1915 conquistano cinque scudetti la Pro Vercelli, uno l’Inter, gli altri due vanno al Casale e al Genoa.

7.jpg

 Pro Vercelli campione 1908: da sinistra, in piedi, Romussi, Angelo Binaschi, Guido Ara, Marcello Bertinetti, Giovanni Innocenti, Giuseppe Milano I, Pietro Leone;  accosciati: Felice Milano II, Vincenzo Celoria, Annibale Visconti, Carlo Rampini I

            Nel campionato del 1913 si stabiliscono tre gironi: due nell’Italia settentrionale e uno nell’Italia centro-meridionale con trenta squadre complessivamente. La finalissima vede di fronte la Pro Vercelli contro la Lazio e vincono i piemontesi per 6-0.

            Il divario tra le primogenite del calcio italiano e le squadre di recente formazione è ancora troppo forte.

            Nel 1914 è la volta del Casale, partecipa per la prima volta al campionato il Savona che esordisce perdendo 4-0 proprio in casa dei nerostellati, futuri campioni d’Italia. Il Casale era già salito alla ribalta negli anni precedenti e, nel 1913, era stata l’unica compagine italiana in grado di sconfiggere gli inglesi del Reading, discesi in tournée nella penisola a far messe di vittorie.

            Il giorno successivo all’insperato successo ottenuto nei confronti dei britannici le autorità comunali di Casale concessero vacanza alle scuole per festeggiare l’avvenimento. Era la prima volta che una squadra italiana sconfiggeva i britannici.

             Nel 1914 il Casale vinse il titolo battendo la Lazio nella finalissima una prima volta per 7-1 e una seconda per 2-0. Le squadre erano nel frattempo salite a quarantaquattro.

            Intanto si può stilare un primo bilancio dell’attività della Nazionale che aveva esordito nel maggio del 1910 all’Arena di Milano battendo la Francia per 6-2.

            Alla vigilia della prima guerra mondiale gli azzurri (il colore di casa Savoja fu adottato dalla terza partita disputata a Milano il 6 gennaio 1911 avversaria l’Ungheria: 0-1) avevano giocato 19 partite, vincendone 6, pareggiando 4 e perdendone 9 e partecipando anche all’Olimpiade di Stoccolma, con Vittorio Pozzo già commissario tecnico. Un nome che ritornerà frequentemente nel corso di questo racconto.

            La fase di crescita del calcio italiano si interruppe bruscamente: il 24 maggio 1915 mormorò il Piave e lungo gli anni della prima guerra mondiale il calcio arrancò tra amichevoli, partite di squadre militari, una Coppa Federale svoltasi nel 1916 e appannaggio del Milan.

8.jpg

 

Il Savona, ancora denominato Fratellanza, partecipa al suo prima campionato di Divisione Nazionale con la stagione 1913- 14. In questa pagina dello “Sport Illustrato” le immagini delle squadre partecipanti al girone ligure – piemontese. Lo scudetto andrà al Casale.

            Si riprese nel 1919 e si verificò una prima, importante novità: il reclutamento dei calciatori interessava sempre di più gli strati popolari, con le conseguenze che si possono immaginare soprattutto in ordine alle necessità economiche degli atleti.

            Lo slancio verso uno sport nuovo per molte città e per molti gruppi sociali cominciò che non era nemmeno iniziata la smobilitazione bellica: a Milano i facoltosi soci dell’Internazionale si quotarono per la costruzione di un nuovo campo da gioco, sottoscrivendo in pochi giorni la somma, enorme per l’epoca, di 300.000 lire. Parecchie società dovettero ricostituirsi di sana pianta, altre ne sorsero ex novo e il ringiovanimento implicò naturalmente la creazione di nuovi vivai, fuori dal giro tradizionale del quadrilatero piemontese Vercelli-Casale-Alessandria-Novara.

            La Federazione non si lasciò sfuggire le fila di questo movimento e per l’autunno di quel 1919 riuscì ad organizzare un campionato a larghissima base ammettendovi, in luogo delle 49 dell’ultimo torneo pre-bellico, ben 66 squadre di cui 18 centro-meridionali.

            Nel girone finale del Nord riuscì a spuntarla l’Internazionale, dopo una serie di travagliati confronti con Juventus e Genoa e una complicata vicenda di campi neutri e discussi arbitraggi. Nel campionato centromeridionale la spuntò il Livorno e per la verità lo scontro tra i labronici ed i neroazzurri ambrosiani per il titolo risultò molto più incerto del previsto: sul terreno dello “Sterlino” di Bologna l’Inter infatti prevalse 3-2 dopo una entusiasmante altalena di reti. Di quell’Inter facevano parte due tra i più singolari campioni dell’epoca: Leopoldo Conti e “Zizì” Cevenini III, implacabili cannonieri ed orchestratori d’attacco. Veri e propri “divi” ante litteram.

            La nuova generazione stava preparando una svolta decisiva in tutto l’avanzamento del calcio italiano: il progresso tecnico, le migliorie ai terreni da gioco con il loro passaggio graduale alla proprietà municipale, il reclutamento dei calciatori in ambiti proletari, le esigenze di allenamenti più assidui e lo stesso travolgente dilagare della passione calcistica con conseguente incremento degli incassi fino a cifre stupefacenti (100.000 lire dell’epoca per un incontro di cartello) erano tutti elementi favorevoli, come si comprende, al professionismo.

            Cominciava perciò, anche se con grande gradualità, l’era delle società cittadine cui avrebbe fatto seguito il lento declino della provincia e una sequenza di “casi” di professionismo (il primo quello legato alla cessione di Rosetta dalla Pro Vercelli alla Juventus) prima accolti con il clamore dello scandalo, poi tacitamente accettati.

            Vedremo più avanti come l’intervento autoritario delle gerarchie fasciste sull’ordinamento calcistico non sarà finalizzato a riportare l’ordine e a garantire unità organizzativa ma, come in altri campi della vita sociale e culturale del Paese, a favorire semplicemente gli interessi dei grandi club. Proprio come stava accadendo sul piano ben più drammatico dei contrasti politici e di classe.

            Il campionato 1920-’21 fu appannaggio della Pro Vercelli.

            Il torneo fu elefantiaco comprendendo 60 squadre del Nord e 24 del Centro-Sud, e la sua lunghezza scoraggiò molti sodalizi tra i quali Torino e Legnano che rinunciarono a disputare la finale interregionale. Alessandria e Bologna contesero così il primato nel gruppo settentrionale alla Pro Vercelli e nella finalissima, disputata a Torino, toccò al Pisa contendere (con esito negativo 2-1) il titolo alle bianche casacche. La partita si giocò il 24 luglio.

            Nei mesi estivi la Federazione fu colpita con violenza da uno scisma che la spezzò in due tronconi. Ed ecco come si venne alla scissione. Le società maggiori chiesero alla Federazione una restrizione del numero delle squadre ammesse alla massima competizione, con il proposito dichiarato di “migliorare il livello del gioco”; da parte delle cosiddette “piccole” si invocarono, invece, le ragioni della propaganda del gioco stesso e dell’equità sportiva per esigere che non si procedesse a una selezione troppo severa.

            Le società maggiori, in vista dell’Assemblea annuale federale, si organizzarono attorno al cosiddetto “progetto Pozzo” affidando proprio a Vittorio Pozzo, futuro commissario tecnico della nazionale, l’incarico di elaborare una riforma del campionato.

            Pozzo, all’epoca dirigente del Torino, aveva avuto modo di osservare da vicino l’organizzazione calcistica in Inghilterra e in Svizzera, cioè nelle due patrie del football moderno, ed elaborò un progetto fondato su quattro divisioni in base alla forza delle squadre, con un meccanismo di promozioni e retrocessioni. La “Divisione Nazionale” sarebbe stata composta da 24 squadre, divise in 2 gironi con finale tra le prime classificate.

            Le società minori accolsero la proposta come una immeritata umiliazione, e vollero restare fedeli alla formula delle gare eliminatorie per regione, prevedendo anche la disputa di una Coppa Italia per le squadre escluse dalle semifinali.

            La scissione si consumò nel corso dell’assemblea tenuta il 23 e 24 luglio 1921 presso la Camera di Commercio di Torino: il progetto Pozzo fu respinto con 113 voti contro 65, ed i rappresentanti delle società maggiori abbandonarono i lavori dell’assemblea.

9.jpg

Vittorio Pozzo, commissario tecnico della nazionale due volte campione del mondo (1934 e 1938), può essere considerato il vero modernizzatore della struttura del calcio italiano. La foto lo ritrae mentre catechizza Eraldo Monzeglio e l’ex-savonese Bertolini (l’uomo con la fascia in testa). Sono finiti i 90’ regolamentari della finale mondiale Italia – Cecoslovacchia e stanno per cominciare i supplementari. Un goal di Schiavio darà all’Italia il promo titolo mondiale.

            In tal modo, finita l’estate, di campionati ne cominciarono due: quello confederale con 24 partecipanti di prima categoria e quello federale (definito ironicamente “decauville”, cioè a scartamento ridotto) nel sistema allargato.

            Tra l’altro, proprio in quell’anno, nel quadro della Lega Sud fu disputato il primo campionato siciliano con la partecipazione di cinque squadre più la calabrese Reggina, vinto dal Palermo. In margine ai due tornei nazionali si svolse pure, come era previsto dal progetto delle società minori, la prima Coppa Italia, vinta dal Vado in finale con l’Udinese. Nel Vado figurava all’ala sinistra un certo Levratto, la cui potenza di tiro sarebbe poi rimasta leggendaria, autore del gol della vittoria.

            Parteciparono, dunque, al campionato confederale di Prima Categoria le seguenti squadre, che possono essere considerate “di diritto” la vera nobiltà del calcio italiano: Pro Vercelli, Novara, Bologna, Juventus, Andrea Doria, Hellas Verona, Mantova, Milan, U.S. Milanese, Livorno, Spezia, Vicenza, Genoa, Alessandria, Pisa, Modena, Casale, Legnano, Padova, Torino, Savona, Brescia, Venezia, Internazionale.

            Vinse il torneo la Pro Vercelli, mentre il campionato federale registrò la vittoria della Novese, rinforzata da assi come Cevenini III e Santamaria: in finale i biancocelesti piemontesi superarono 2-1 nei tempi supplementari la Sampierdarenese sul campo neutro di Cremona.

            Nell’estate del 1922, auspice l’avvocato Bozino, presidente della Pro Vercelli, si raggiunse l’accordo tra confederati e federati ponendo fine a quella che era stata davvero una guerra di secessione. L’accordo prevedeva la disputa di un campionato di Prima Categoria Lega Nord, a 36 squadre suddivise in tre gironi. Tutto questo nel corso di una riunione a Novara, per la precisione a Brusnengo, da cui la cosiddetta “pace di Brusnengo”.

            Anche in questo caso è bene individuare con precisione l’organico.

Girone A: Pro Vercelli, Torino, Sampierdarenese, Pisa, Hellas Verona, Casale, Internazionale, Virtus Bologna, Mantova, U.S. Torinese, Petrarca Padova, Speranza Savona.

Girone B: Genoa, Legnano, Bologna, Milan, Juventus, Cremonese, Modena, Derthona, Spezia, Rivarolese, Esperia Como, Udinese.

Girone C: Padova, Alessandria, Spal, Livorno, Novara, Andrea Doria, Brescia, Novara, Lucchese, U.S. Milanese, Savona, Pastore Torino.

            Fu quella l’unica, irripetibile occasione, nella quale Savona ebbe due squadre ai vertici del calcio italiano: il Savona Fbc, biancoblù espressione della buona borghesia cittadina e dei “cicciolae” del centro, e lo Speranza dai colori verde-rossi, la squadra del popolo e dei quartieri di Fornaci e Zinola, che giocava sul leggendario terreno della Valletta, provvisto di una civettuola tribuna dal tetto di legno, sul quale quarant’anni dopo mi capitò di scendere in campo.

 10.jpg

Lo Speranza Savona  nella stagione 1921 – 22 partecipò al campionato della FIigc per essere ammessa nella stagione successiva, quella della riunificazione, al torneo di Divisione Nazionale.

            Il Genoa vinse il campionato della riunificazione con una serie di 28 partite senza sconfitte. Una formazione da recitare al volo: De Prà, Moruzzi, De Vecchi, Barbieri, Burlando, Leale, Neri, Sardi, Catto, Santamaria, Bergamino.

            Il Genoa in estate partì, a bordo del “Principessa Mafalda”, per una lunga tournée in Argentina. Non si trattava però della “prima volta” di una squadra italiana in America Latina: nel 1914 aveva aperto la via del mare il Torino guidato proprio da Vittorio Pozzo. I granata rientrarono proprio alla vigilia dello scoppio del conflitto mondiale. A Ponte dei Mille a Genova, ad aspettare il rientro del piroscafo c’erano i parenti degli atleti torinisti che, invece dei bianchi fazzoletti di saluto, sventolavano il rosa delle “cartoline precetto”.

            Intanto erano ripresi i contatti con l’estero: l’Inter, scampata la Seconda Divisione dopo uno spareggio con la Libertas Firenze prima squadra classificata nei cadetti, aveva assunto un allenatore inglese, Spottishwood, e due calciatori ungheresi, Schonenfeld e Weisz, quest’ultimo destinato a lasciare il segno come allenatore e a scomparire ad Auschwitz, deportato dai nazisti perché ebreo.

            Il calcio italiano stava, comunque, cambiando decisamente pagina.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...