VERSO IL MONDIALE 2018: LE ORIGINI DEL CALCIO NELLA RUSSIA DEGLI ZAR

di FRANCO ASTENGO

Tra il 14 giugno e il 15 luglio si disputeranno in Russia i ventunesimi campionati mondiali di calcio. Ma noi noi ci saremo, come cantavano i Nomadi sul finire degli anni ’60 (per gli appassionati testo di Francesco Guccini, musica di Cesare Tagliazucchi e Beppe  Carletti, mostri sacri della musica pop italiana). Non ci capitava dal 1958, eliminati dall’Irlanda del Nord (2-1 gol di McIlroy e Cush per i padroni di casa, Da Costa per gli azzurri; allenatore Alfredo Foni, in campo gli oriundi Montuori, Ghiggia e Da Costa), ma questa è un altra storia, nulla a che vedere, per giocatori, tempi e condizioni ambientali, con il disastro rimediato dal c.t. Ventura nelle due partite contro la Svezia. L’appuntamento di Mosca 2018 resta comunque di interesse planetario e, come contributo alla conoscenza storico-sportiva oltre che socio-politica, pensiamo meritino di essere approfondite le origini del calcio in Russia. Abbiamo così pensato di ricostruirne la storia, attraverso varie fonti documentali tra le quali il bellissimo testo di Mario Alessandro Curletto “Spartak di Mosca” edito dal Melangolo editore nel 2005.

Per quanto i tempi di attecchimento della nuova disciplina variassero da nazione a nazione, al termine del primo decennio del Ventesimo Secolo quasi tutti i grandi Paesi del mondo avevano una loro nazionale; vi era infatti una sola eccezione rappresentata dalla Russia dello Zar Nicola II.

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Nell’opulenta nazione zarista il foot-ball conobbe i primi passi a San Pietroburgo, grande centro portuale situato nel mar Baltico che vide la nascita di una propria Lega già nel 1901; tutte le grandi città appartenenti all’Impero, tuttavia, potevano vantare un proprio campionato. L’unificazione di tutte queste leghe sarebbe arrivata però solamente nel 1912.

Prima di allora, la stessa San Pietroburgo – data l’ovvia contaminazione britannica – fece da punto di riferimento per il movimento calcistico nazionale. Nei primi anni furono le squadre inglesi a dominare il campionato, interrotte nel 1908 dal “St. Petersburg  Circle of Lovers of Sport” (comunemente conosciuto come “Sport”) che sarebbe divenuto il primo club russo a vincere la Lega.

Quella in questione fu un’annata ricca di polemiche: gli inglesi del Nevsky, dominatori indiscussi sino a quel momento, vennero sconfitti per l’appunto dallo Sport in una partita condizionata dall’espulsione del britannico Monroe, fatto questo che portò in prima battuta a una violenta disputa sia in campo che negli spalti e, secondariamente, alla rinuncia da parte delle squadre inglesi alla partecipazione alla Lega. La vicenda ebbe ripercussioni anche a Mosca: sia nella capitale che a San Pietroburgo si verificò infatti una scissione per cui gli inglesi fondarono un proprio campionato in aperto contrasto con quello ufficiale, portando indirettamente a un crescente disinteresse nei confronti del nuovo sport e rallentandone lo sviluppo all’interno del territorio russo.

Se in Russia il calcio tardava a ingranare, non si poteva dire certo altrettanto riguardo al resto d’Europa: tutte le principali nazioni, come detto, avevano una loro rappresentativa e le sfide internazionali andavano man mano aumentando. Un primo embrione di squadra nazionale russa sfidò, sul finire del 1910, la selezione della Boemia in due circostanze, battendola in entrambe i casi per 5-4 e 1-0. Per quanto non si trattasse di niente di ufficiale, fu quello il punto di partenza verso  la creazione di una vera squadra che rappresentasse l’Impero Russo a livello internazionale.

Nel settembre del 1911 fu una rappresentativa nazionale inglese di livello amatoriale a far visita alla Russia in quel di Mosca. I locali imbastirono un undici che assunse il nome di “squadra di tutte le Russie”, ma a dispetto del nome altisonante il risultato delle tre sfide che videro impegnate tra loro le due selezioni fu a dir poco imbarazzante: l’Inghilterra vinse rispettivamente per 14-0, 7-0 e 11-0, con svariati miracoli del portiere di casa a impedire un passivo peggiore in quest’ultimo caso (stando perlomeno a ciò che scrisse la stampa dell’epoca).

La disfatta subita avrebbe comunque presentato più di un lato positivo: i rapporti con gli inglesi ne beneficiarono in termini di cordialità e la popolazione russa riscoprì un rinnovato interesse nei confronti del nuovo sport. La migliore delle conseguenze si verificò però il 6 gennaio del 1912, quando finalmente vide la luce la prima lega unificata di tutte le Russie, che oltre a voler delineare un movimento che operasse in maniera lineare a livello interno, si proponeva di introdurre la propria nazionale presso la neonata FIFA in modo da poter partecipare agli imminenti giochi olimpici di Stoccolma. Nel giugno di quello stesso anno la nazionale dell’Impero Russo fu accettata all’interno della FIFA e la guida della selezione fu affidata al franco-russo George Aleksandrovich Duperron, giornalista sportivo – autentica rarità per l’epoca – che fu altresì uno dei promotori dello sviluppo calcistico all’interno della città di San Pietroburgo, contribuendo alla creazione della già citata Lega nel 1901. Successivamente, il suo impegno perché il nuovo sport prendesse piede all’interno dell’Impero lo portò a contribuire alla nascita del campionato unico e a quella della nazionale; non poteva quindi che essere lui a incarnare la figura più indicata per guidare la nuova creatura a partire dai suoi primi passi.

Duperron, in quegli anni, aveva sviluppato delle importanti conoscenze con i migliori giocatori delle leghe di San Pietroburgo e di Mosca, ricevendo referenze dai propri collaboratori relativamente ai campionati che si disputavano nelle altre città. Il suo primo approccio da tecnico prevedeva di impostare la squadra intorno al miglior giocatore dell’epoca, Vasiliy Zhitarev, non avendo molto tempo a disposizione per organizzare qualcosa di più elaborato. La nazionale dell’Impero Russo si presentò infatti alle Olimpiadi svedesi con una sola partita disputata all’attivo, un’amichevole con la Finlandia organizzata a Mosca appena un mese e mezzo prima dell’inizio dei Giochi.

La prima gara olimpica del team russo si verificò proprio contro gli stessi finlandesi. La  Finlandia, in realtà, faceva ancora parte dell’Impero ma decise di iscriversi alla FIFA (e di conseguenza alle Olimpiadi) in maniera autonoma, a dispetto del fatto che l’indipendenza sarebbe arrivata solo nel 1917. Duperron e i suoi erano a conoscenza del livello dell’avversario, ma i tentativi di rendere felice lo Zar non ebbero poi riscontro sul campo: la Finlandia vinse per 2-1, a nulla valse il primo gol ufficiale della rappresentativa firmato da Vasiliy Butosov che siglò il momentaneo 1-1.

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La sconfitta costrinse i russi, estromessi dalla lotta per una medaglia, a partecipare al torneo di consolazione che in realtà di consolatorio ebbe ben poco: la malcapitata formazione di Duperron trovò sulla propria strada la Germania, appena umiliata per 5-1 da parte dei cugini austriaci. I tedeschi, forti di un tasso tecnico superiore ed evidentemente desiderosi di riscattare la sconfitta subita, seppellirono di reti i russi aggiudicandosi il match con l’incredibile risultato di 16-0. Il bomber di giornata, Fuchs, siglò ben dieci gol stabilendo un record – quello di marcature in una sola partita tra squadre nazionali – che sarebbe durato addirittura sino al 2001, quando l’australiano Archie Thompson firmò 13 delle 31 reti con cui l’Australia mortificò le Samoa Americane.

Reduce da quella che sarebbe stata la peggior sconfitta della propria storia – e di quelle delle rappresentative che gli sarebbero succedute – la nazionale dell’Impero Russo approfittò della permanenza in terra scandinava per organizzare un’amichevole contro la Norvegia. Anche in questo caso l’esito non sarebbe stato soddisfacente, data la sconfitta per 2-1 subita al Tranebergs Idrottsplats di Stoccolma.

Tre partite, tre sconfitte (di cui una umiliante): questo il bilancio della nazionale di Duperron, che al ritorno in patria fu oggetto delle polemiche da parte della stampa. L’occasione di riscatto sarebbe arrivata nove giorni dopo l’ultima sconfitta patita in Svezia: il 12 e il 14 luglio erano stati organizzati a Mosca due incontri amichevoli contro la nazionale ungherese. I magiari – competitivi ma ancora distanti anni luce dalla mitica Aranycsapat degli anni Cinquanta – inflissero altre due umilianti sconfitte ai russi, che capitolarono per 0-9 nel primo caso e per 0-12 nel secondo, nonostante il generoso atteggiamento di Duperron che provò invano a rimediare alle difficoltà del momento modificando sia la tattica usata che la formazione titolare.

Gli imbarazzanti risultati ottenuti dagli uomini di Duperron tra giugno e luglio del 1912 (cinque partite, altrettante sconfitte, due gol fatti e quarantuno subiti) scoraggiarono l’opinione pubblica. Per il resto di quell’anno la nazionale dell’Impero Russo avrebbe evitato di incrociare gli scarpini con chiunque altro, provando a rimettersi in gioco soltanto nell’aprile del 1913.

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Giù di morale dopo l’avvilente esperienza dell’anno precedente, in quell’anno i ragazzi ancora guidati dal tecnico di origine francese, avrebbero giocato tre partite, sempre in casa: le prime due contro la Svezia seguirono il filone delle precedenti, con gli scandinavi che vinsero per 5-1 a San Pietroburgo il 29 di aprile e per 4-1 a Mosca il 4 di maggio. A settembre il terzo incontro, l’ultimo di Duperron come allenatore: sfidante era nuovamente la Norvegia e stavolta i russi riuscirono a impattare per 1-1 regalando – finalmente – un mezzo sorriso agli 8000 sostenitori che seguirono la squadra al Sokolniki Park di Mosca.

Il posto di Duperron venne preso da un altro pioniere del calcio russo, Robert Fulda. Il problema, tuttavia, non stava necessariamente nella guida tecnica: gli inizi furono stentati, il territorio immenso non favoriva gli spostamenti delle squadre – e quindi la possibile coesione di una nuova forza calcistica -, la povertà della popolazione e la delusione per i risultati ottenuti dalla nazionale erano a capo degli insuccessi dell’intero movimento calcistico del paese degli Zar. Gli stessi imperatori, peraltro, non fecero nulla per contribuire alla crescita del nuovo sport: avvezzi a pratiche sportive di rango più elevato quali il canottaggio o la caccia, i reali di Russia non mostrarono alcun interesse verso il gioco del calcio, più confacente al ceto medio-basso della popolazione.

Senza particolari prospettive, Fulda si ritrovò così a guidare la squadra nelle due gare programmate per il 1914, quelle che poi sarebbero risultate essere le ultime della storia della nazionale dell’Impero Russo. Per il 5 e il 12 di luglio furono programmate due trasferte a Stoccolma e Oslo, con le stesse avversarie dell’anno precedente, Svezia e Norvegia.

Nel caso della prima partita, accadde qualcosa di incredibile: in quello stesso stadio Olimpico che fu teatro delle prime disfatte dei russi, Fulda ebbe una trovata geniale; estromise infatti i giocatori provenienti dalla lega di San Pietroburgo – che sino ad allora rappresentavano lo zoccolo duro della squadra – a vantaggio di quelli della lega moscovita. I russi partirono forte e misero sotto gli svedesi grazie a una doppietta di Zhitarev; solo un importante sforzo permise alla squadra di casa di raddrizzare la gara riportandola sul 2-2, ma gli ospiti uscirono finalmente dal campo a testa alta.

Nella sfida di Oslo, la storia si ripeté: i russi, forti del blocco moscovita, pareggiarono 1-1 facendo un’ottima figura al cospetto dei più quotati avversari. Il calcio russo stava finalmente cambiando e le prospettive iniziavano a farsi rosee. Le ottime intuizioni di Fulda vennero però vanificate dal corso degli eventi storici.

Due mesi dopo quella partita, i carri armati tedeschi varcarono i confini della Polonia – allora ancora facente parte dell’Impero Russo – costringendo l’esercito dello Zar alla controffensiva: iniziava la prima guerra mondiale. Furono tanti i giocatori chiamati al fronte e ciò – oltre alle ovvie conseguenze socio-politiche derivate – comportò un ulteriore rallentamento nella crescita della rappresentativa nazionale. Come se non bastasse, con la guerra ancora in corso e la popolazione allo stremo, si arrivò alla rivoluzione bolscevica del 1917 e alla guerra civile durata fino al 1920. Impossibile parlare di calcio in quei frangenti.

Con la caduta degli Zar terminò anche la storia della nazionale dell’Impero Russo; dalla sua nascita ufficiale alla sua scomparsa, la squadra dell’Unione di tutte le Russie, mai realmente sostenuta dai propri reali, non avrebbe mai vinto una partita incassando complessivamente 87 gol nelle 14 gare disputate.

La sua eredità sarebbe stata raccolta dalla nazionale sovietica, che avrebbe però conosciuto la luce solo nel 1923. Il primo campionato sovietico fu però disputato soltanto nel 1936. L’URSS tornò in gara nelle grandi competizioni internazionali soltanto con le Olimpiadi di Helsinki nel 1952 e poi nei Campionati del Mondo disputati in Svezia nel 1958.

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La Nazionale dell’URSS nel 1924

Nel frattempo erano stati compiuti passi da gigante sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista organizzativo e, da allora, l’URSS. calcistica divenne un’esponente di spicco nel calcio mondiale in particolare negli anni Sessanta con la vittoria della prima edizione degli Europei (1960), il secondo posto in quello successivo (1964) incontrando l’Italia nelle fase eliminatoria (vittoria dell’URSS 2-0 a Mosca, Stadio Lenin, e pareggio a Roma 1-1) e con il quarto posto ai Mondiali inglesi del 1966.

Lo scioglimento dell’Unione Sovietica avvenuto nel 1991 ha portato in campo le nazionali dei vari stati che la componevano e adesso tocca alla Russia la grande impresa di ospitare la fase finale dei mondiali.

Tabellini

Mosca 13 ottobre 1963

URSS – Italia 2-0

URSS: Urushadze, Dubinsky, Krutikov, Voronin, Shesternev, Korokolenkov, Metreeveli, Chislenko, Ponedelnik, Ivanov, Husainov.

Italia: Negri, Maldini, Facchetti, Guarneri, Salvadore, Trapattoni, Bulgarelli, Corso, Sormani, Rivera, Pascutti. C.t. Edmondo Fabbri. 

Reti: Ponendelnik, Chislenko.

Arbitro: Banasiuk (Polonia).

Note: Pascutti espulso per aver colpito con un pugno il terzino Dubinsky.

L’Italia mandata in campo da Edmondo Fabbri, quello della “fatal Corea”, era formata da tre blocchi: i bolognesi Negri, Bulgarelli e Pascutti, i milanisti Cesare Maldini, Trapattoni e Rivera, e gli interisti Facchetti, Guarneri e Corso, più lo juventino Salvadore e il romanista Sormani. Per avere un’idea di quali fossero a quel tempo le gerarchie del calcio italiano, ricordiamo che la stagione 1963-64  si concluse con la vittoria del Bologna guidato da Fuffo Bernardini dopo lo spareggio con l’Inter (2-0) all’Olimpico. Era il Bologna di Furlanis, Pavinato, Janich, Tumburus, Fogli, Perani, Nielsen e Haller oltre al portiere Negri alla mezzala Bulgarelli e al mancino Pascutti. Ci fu anche uno spareggio-salvezza tra Sampdoria e Modena a San Siro: lo vinsero i blucerchiati 2-0.

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Lev Yachin, il “ragno nero”,  il più grande portiere di tutti i tempi

Roma 30 Novembre 1963

Italia – URSS 1-1

Italia: Sarti, Burgnich, Facchetti, Guarneri, Salvadore, Trapattoni, Domenghini, Bulgarelli, Mazzola, Rivera, Menichelli.

Urss: Yachin, Mudrik, Krutikov, Voronin, Shesternev, Shustikov, Chislenko, Ivanov, Gusarov, Korokolenkov, Husainov.

Reti: Gusarov, Rivera.

Arbitro Mellet (Svizzera).

Note: esordio nell’Italia di Burgnich, Domenghini e Mazzola. Yachin para un rigore a Mazzola.

Due mesi dopo la sconfitta di Mosca, il c.t. Fabbri decise una piccola rivoluzione, affidandosi per la parte difensiva al blocco Inter con Giuliano Sarti in porta, Burgnich, Facchetti e Guarneri più il classicheggiante juventino Salvadore. Davanti l’esordiente Sandrino Mazzola di punta con l’atalantino Domenghini e lo juventino Menichelli sulle ali, come si diceva un tempo; Trapattoni, Bulgarelli e Rivera i perni del centrocampo. L’Inter di Helenio Herrera vinse poi lo scudetto nella stagione 1964-65 davanti a Milan e Torino.

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