PALLONE D’ORO: IL DOMINIO  DI MESSI E RONALDO E LA MANCANZA DI TALENTI

Di LUCIANO ANGELINI  e  FRANCO ASTENGO

Messi e Ronaldo, e poi ancora Messi e Ronaldo. Da dieci anni sono loro i “padroni” del Pallone d’Oro. Uno strapotere che si perpetua, stagione dopo stagione, senza incertezze, né concorrenti in grado di insidiare classe, tecnica, prolificità, capacità di dominare il palcoscenico e incantare il pubblico, non importa di quale fazione. Autentiche star del calcio, ma anche cartina di tornasole di un quadro complessivo con molte ombre, meritevole di essere analizzato e approfondito. E una domanda s’impone: perché dal 2008 sempre loro due?

Forse che l’esasperante ragnatela della zona abbia allontanato i talenti dal gioco del calcio. Questo è l’unico commento possibile all’ennesima assegnazione del Pallone d’oro a Cristiano Ronaldo: costatando che negli ultimi 10 anni sono stati soltanto due i protagonisti del premio. Con il lusitano del Real Madrid anche la “pulce” argentina Messi, in forza al Barcellona. Il titolo fra l’altro, va fatto ancora notare, non è uscito dalla penisola iberica: essendo Messi argentino (e giocatore dell’albiceleste) ma di assoluta “fabbricazione” catalana essendo arrivato a Barcellona a 13 anni, proprio per giocare al calcio.

E’ difficile non far notare come questo sia un segnale di complessivo arretramento, non soltanto, come comunque è il caso di sottolineare, di mancanza di coraggio da parte dei giudici. Inoltre c’è da tener conto dell’eccessivo valore assegnato ai cosiddetti “tituli” nello stabilire la graduatoria: ci possono essere infatti carriere e gesta atletiche e tecniche degne di menzione anche se necessariamente queste non portano, come si dice oggi, con antipaticissima definizione, ad “alzare dei trofei”, magari inventati come quelli delle famose Supercoppe ad uso e consumo di sponsor milionari e onnivori palinsesti televisivi,

Spiace intonare di nuovo la litania del “un tempo le cose stavano diversamente” ma, nel rievocare tempi andati, si scoprono verità sacrosante. Se scorriamo l’albo d’oro relativo all’assegnazione di questo premio dalla fondazione (1955) al 1970 troviamo una varietà di campioni oggi assolutamente inimmaginabile anche nelle prime tre posizioni della graduatoria: ricordando ancora come CR7 e Messi non solo abbiano monopolizzato la prima piazza negli ultimi 10 anni, ma si siano reciprocamente scambiati anche il secondo posto.

Ricostruiamo allora con ordine. Il premio viene istituito nel 1956, ad iniziativa di France Football il settimanale protagonista dell’organizzazione di tutte le grandi iniziative del calcio europeo dalla Coppa dei Campioni al Campionato per Nazioni, e il primo vincitore è un vero e proprio monumento del calcio europeo: sir Stanley Matthews, ala destra, protagonista del calcio britannico per oltre un ventennio capace di giocare in nazionale fino a 44 anni e di chiudere la carriera a 50. Alle sue spalle don Alfredo Di Stefano, la “saeta rubia” del Real Madrid, il più grande giocatore di tutti i tempi assieme a Pelè, un dito avanti a Diego Armando Maradona. Terzo posto per il franco-polacco Kopa anche lui in forza al Real, che aveva appena vinto la Coppa dei Campioni. Le merengues compiranno l’impresa per le prime cinque edizioni consecutivamente. E da allora sono sempre state protagoniste sulla scena del calcio europeo, con il record di 12 vittorie (7 quelle del Milan), a turno insidiate senza successo da Stade Reims (prima edizione), Fiorentina, Milan, Bayer Leverkusen, Eintracht, Partizan di Belgrado, Valencia, Juventus (storico lo spareggio di Parigi con i bianconeri di Boniperti, Sivori e John Charles nei quarti di finale della stagione 1961-62; vincitore il Benfica)). Un grande Real che può vantare nella sua storia campioni Di Stefano, Puskas, Gento, Kopa e Santamaria.

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Sir Stanley Matthews primo vincitore del Pallone d’Oro

Il titolo toccherà a Di Stefano l’anno successivo e ancora nel 1959 (unico caso di “doppietta” nel periodo preso in esame); alle sue spalle, edizione 1957, due inglesi e per caso, due mediani (non c’era bisogno all’epoca di essere esclusivamente goleador per essere giudicati giocatori di classe: i telecronisti non avevano bisogno di riempirsi la bocca di superlativi soltanto perché la palla era rotolata in rete), Billy Wright, a lungo capitano della nazionale, e Duncan Edwards, una grande promessa purtroppo scomparso nella tragedia aerea che vide drammaticamente protagonista il Manchester United nel 1958.

Podio di super-lusso nel 1960: al primo posto Luis Suarez Miramontes, genio del centro campo che in quel momento stava per trasferirsi all’Inter, chiamato dal suo mentore Helenio Herrera per aprire un ciclo di vittorie nerazzurre a livello europeo e mondiale; al secondo posto Ferenc Puskas, ormai nella seconda fase della carriera dopo l’epopea della nazionale ungherese tra il 1950 e il 1954 (con la tragedia della sconfitta nella finale mondiale di Berna 1954 ad opera della Germania), la fuga dal proprio paese in fiamme nel 1956 e la ripresa dell’attività con il Real Madrid; al terzo posto lo scarsocrinito Uwe Seeler attaccante di rapina della nazionale germanica.

Nel 1961 successo di Omar Sivori, el cabezon, argentino arrivato alla Juve nel 1957: uomo di grandissima classe, oltre che di carattere difficile, recordman di squalifiche ma anche di reti segnate al termine di “slalom” indimenticabili.

La dimostrazione che non era necessario giocare di punta per vincere il pallone d’oro ci arriva dalla graduatoria del 1962: al primo posto infatti si colloca Josef Masopust possente orchestratore del centro campo della nazionale cecoslovacca, in quella stagione arrivata alla finale della Coppa Rimet in Cile, superata soltanto dal “magno” Brasile (3-1). Masopust uomo d’ordine dalla grande potenza di tiro deve essere assolutamente ricordato, non dimenticando che al terzo posto, in quel 1962 del “Pallone d’Oro” si piazzò Kar Heinz Schnellinger, un terzino, nazionale tedesco, in Italia al Mantova, alla Roma e poi al Milan, difensore di grandissima classe, capace di segnare qualche goal (ne sa qualcosa la nazionale italiana nel famoso 4-3 di Città del Messico ’70) ma – appunto – terzino nei tempi nei quali vigevano le marcature fisse e si giocava con il libero.

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Josef Masopust supera in dribbling Eusebio

Il 1963 registrò addirittura il successo di un portiere e – in tempi di guerra fredda – addirittura di un portiere sovietico. Ma si trattava di Lev Jashin, protagonista inarrivabile del ruolo ancora ai giorni nostri e unanimemente riconosciuto come tale. Yashin detto il Ragno Nero ha una storia personale e professionale ineguagliabile. Fino a 24 anni giocò a hockey su ghiaccio, portiere ovviamente, con la Dinamo Mosca vincendo la Coppa dell’Unione Sovietica. Passato al calcio, sempre con la maglia della Dinamo, ha giocato 812 incontri, rimanendo imbattuto in 207partite (270 secondo altre fonti). Alle sue spalle due talenti puri: il nostro Gianni Rivera e il bizzarro ma geniale Jmmy Greaves che Viani e Rocco al Milan avevano, nella stagione precedente, allontanato di corsa con il mercato di novembre dopo alcuni travagliati mesi trascorsi in rosso nero.

Successo per un centrocampista di grandissima classe nel 1964: tocca a Dennis Law, biondo scozzese, entrenador della manovra del Manchester United. Altro tipo da prendere con le molle: una stagione al Torino con il sodale britannico Baker, grandi giocate e grandi bevute con la macchina schiacciata, al termine di una notte turbolenta, contro il monumento a Vittorio Emanuele in piazza San Carlo (Il “caval de brons” per intenderci).

Con il 1965 si tornò a premiare il talento di un attaccante puro: Eusebio Da Silva Ferreira, stella del Benfica e della nazionale lusitana (ai mondiali ’66 a Londra, terzo posto), gran cannoniere scoperto dal nostro Amoretti a Lourenco Marques in Mozambico, e rivelatosi al mondo in un clamoroso Benfica-Real Madrid 5-3 giocato ad Amsterdam. Ma al secondo posto ancora un difensore: il nostro Giacinto Facchetti, secondo epigono (dopo Maroso) della tradizione italica del terzino sinistro che attacca, uomo di grande dedizione e applicazione tecnica, generosissimo atleta. Se avesse scelto l’atletica leggera probabilmente sarebbe arrivato alle Olimpiadi.

Nella stagione successiva, 1966, Eusebio si colloca al secondo posto alle spalle di Bobby Charlton, fresco di titolo mondiale. Charlton è il classico giocatore universale, alla Di Stefano per intenderci, che con il numero 9 sulla schiena fa giocare tutta la squadra, centro campo e attacco, andando anche a difendere se necessario. Nella graduatoria del 1966 compare anche, al terzo posto, Frantz Beckenbauer,  tedesco di grandissima classe, in quel momento mediano di ruolo poi sommo interprete della funzione di “libero” fluidificante ed epigono, nei successivi 3.jpganni ’70, dei grandi trionfi del Bayern e della nazionale germanica.

 

Florian Albert, Pallone d’Oro nel 1967 per il genio magiaro

1967: ancora un successo che arriva dall’Est. Pallone d’oro a Florian Albert, centroavanti di manovra della rinnovata nazionale ungherese. Un altro “falso nueve” alla Di Stefano o alla Charlton che dal ruolo centrale della prima linea era capace di far scaturire l’intera manovra della propria squadra. Tanto per precisare: il tanto decantato “falso nueve”, presunta invenzione del gioco moderno, nacque proprio in Ungheria e il primo epigono fu Nandor Hidegkuti capace di lanciare a rete le due punte Kocsis e Puskas, ma in grado di segnare anche lui con facilità (una doppietta nella vera “partita del secolo”: Novembre 1963, a Wembley, Inghilterra 3 Ungheria 6, prima sconfitta dei “maestri” tra le mura amiche per opera di una squadra continentale).

Il massimo del genio e il massimo della sregolatezza premiate assieme nel 1968: nel pieno dell’epoca “beat” e della contestazione Pallone d’Oro a George Best, ala destra nordirlandese 4.jpgdel Manchester United, una vita sprecata negli eccessi immortalata anche da un bellissimo film.

 

Georg Best, genio e sregolatezza, Pallone d’Oro nel 1968

 Tutto il contrario colui al quale fu destinato il premio nel 1969: ordine, precisione, assieme a grandissima classe. Questa la carta d’identità di Gianni Rivera, alessandrino del Milan, l’abatino di Mastro Brera, reduce da una stagione fantastica e ancora lontano dalla staffetta valcareggiana dei Mondiali del ’70. Il contrario di Best: da grande Rivera sarà deputato al Parlamento e farà parte del Governo. Altro che “beat”.

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Gianni Rivera in maglia grigia alessandrina

Ultimo passaggio di questa ricostruzione: 1970, tocca a un cannoniere puro. Uno di quelli che magari toccano pochi palloni a partita ma quei palloni sanno trasformare in oro. Gerd Muller, centroavanti del Bayern e della nazionale germanica (dell’Ovest in quel momento: la Germania è ancora divisa in due). Alle sue spalle un altro “libero” d’appoggio, interprete “classico” del ruolo come il britannico Bobby Moore e, al terzo posto, Giggirriva “Rombo di Tuono” il cannoniere del Cagliari, rimasto nell’isola per amore, dai quasi “zero tituli” (uno scudetto con la squadra sarda: ma quanto poteva valere lo scudetto a Cagliari?) ma implacabile sotto rete, da ricordare assolutamente in tempi dove i giocatori di classe erano davvero parecchi.

Da qui in avanti c’è tutto un florilegio di campioni e campionissimi: da Cruiff (’71, ’72, ’73), a Keegan (’79, ’79),a Rummenigge (’80, ’81), Paolo Rossi (1982, l’anno del Mondial, davanti a Giresse e Boniek), al divino Plaltini (8’3, ’84, ’85), Gullit, triplo Van Basten (’88, ’89 davanti a Baresi, e ’92), Baggio (’93), e poi in successione Weah, Sammer, Ronaldo (quello brasiliano), Zidane, Rivaldo, Figo, Owen, Ronaldo, Nedved (2003 davanti a Thieyy Henry e Maldini, certo degno del massimo riconoscimento), Shevchenko, Ronaldinho, Cannavaro (2006, Italia mondiale, ma forse l’avrebbe meritato Buffon), Kaka con alle spalle già Cristiano Ronaldo e Messi. Il preludio alla cavalcata dei due assi di Real e Barcellona, protagonisti assoluti sulla scena del calcio. Ultima considerazione. Mai, dall’assegnazione del primo Pallone d’Oro all’indimenticabile sir Stanley Matthews nel ’56 e fino a metà degli anni Duemila, era capitato di dover registrare una aridità di grandi talenti della pedata tale da consegnare a due giocatori, appunto Messi e Ronaldo, il monopolio del massimo trofeo calcistico mondiale. Cercasi nuovi campioni, dunque. A fatti e non, come sta accadendo, con grandi titoli di giornale, esaltate telecronache e trionfalistici resoconti.   

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