SCUOLE CALCIO E ALLENATORI MANAGER IMPROVVISATI LA FABBRICA DEGLI INUTILI SOGNI

 

di FRANCO ASTENGO

Scuole calcio piene di ragazzini che sognano;  allenatori che si improvvisano manager  e intrecciano immaginarie “campagne acquisti”; genitori “tifosi” (che brutta parola “tifosi” non  esistono più gli “sportivi” o meglio gli “sportsman” all’inglese) che pagano quote faraoniche per far allenare i loro virgulti, impegnano le vacanze nei “summer camp” e contattano procuratori per improbabili provini, maledicendo trainer di paese che non fanno giocare “tra le linee”  e “nello spazio” il loro talentuoso ragazzo.

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Gianni Rivera,  esordiente in Serie A a 16 anni non ancora compiuti, con la maglia dell’Alessandria

Sono uscite statistiche impietose che andrebbero lette con attenzione per fare scelte e rivedere progetti e ambizioni. Emerge che non basta essere arrivati a giocare in una “Primavera” di serie A (impresa già molto complessa, difficile, abbisognevole di un insieme di doti tra le  quali “suerte” e capacità di relazione) o addirittura essere nel giro delle Nazionali Under 20 e Under 21.

Lasciamo parlare le cifre. Il 42% dei giocatori in rosa delle squadre vincitrici degli ultimi 5 tornei primavera oggi non sono calciatori professionisti. Tra questi in Serie A militano il 12%, il 13% in Serie B, il 20% in Lega Pro, il 25% in Serie D, il 17% in Eccellenza o al di sotto oppure hanno smesso del tutto di  giocare.

Le 8 finaliste dell’ultimo campionato Primavera hanno utilizzato il  38% di giocatori stranieri (nel complesso del campionato siamo al 22%). I nazionali under 20 dal 2011 ad oggi per il 27% giocano in Serie A, il 42% sono arrivati fino alla Serie B ma non vi hanno trovato dimora stabile perché il 23% gioca in Lega Pro e l’8% nei dilettanti oppure ha smesso.

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Kean primo” MIllenial “a segnare in Serie A

Ragazzi che in Lega Pro o in Serie D si trovano poi, convinti di essere professionisti come gli viene fatto credere, di fronte alle situazioni più impensate: mancati pagamenti, società traballanti in mano a vanitosi “finti” imprenditori convinti di fare i soldi con il calcio, con il pubblico latitante oppure pronto a schernire nell’eventualità di qualche sconfitta, addirittura chiedendo ai giocatori di presentarsi sotto la curva per dare spiegazioni circa l’andamento della partita.

Cifre significative e scriviamo di una élite: se scendessimo in chi è arrivato agli Allievi Nazionali (sempre in società militanti in Serie A e B) troveremmo percentuali di “dispersione” ancora più elevati.

Il calcio non è soltanto una fabbrica dei sogni per gli appassionati che lo seguono dagli spalti (sempre meno: è difficilissimo recarsi allo stadio, regno di ultrà ben voluti dalle presidenze delle società) o, ancor più  numerosi, in  tv annichiliti dalle tonitruanti telecronache e dal linguaggio esagerato dei giornali: tutto è diventato vittoria o nulla, analisi tecniche strampalate, esaltazione insensata del ruolo dell’allenatore, disquisizioni allo stremo sul modulo tattico (mentre si continua comunque a giocare in 11 per volta a squadra  e il terreno  di gioco misura sempre più o meno il classico 110 X 67), una vittoria per 1-0 viene raccontata come “aver steso l’avversario”. Un’elargizione a piene mani di incultura sportiva che arriva dagli schermi delle tv e dalle pagine dei giornali.

Certo che se facciamo passare per cultura sportiva gli “attaccare lo spazio” oppure  gli “attaccare la figura” dei vari commentatori tecnici stiamo freschi. Il calcio è sempre più la fabbrica dei sogni inutili per migliaia di ragazzi con società di Serie D e categorie inferiori che scimmiottano nei comportamenti i divi della  tv; con allenatori di Seconda Categoria che vantano Master e Patentini Uefa (un’altra fabbrica di illusioni) e rilasciano dichiarazioni improntate a quelle di Sarri o di Spalletti (esempi discutibili) e pseudo procuratori e altrettanto pseudo direttori sportivi che portano in giro per l’Italia ragazzi sprovveduti come pacchetti postali in località sede di squadre partecipanti a improbabili campionati nei quali si tenta di giocare mascherati da simil professionisti.

Reggerà questo baraccone? Ai posteri l’ardua sentenza, mentre ai vertici girano cifre impossibili da digerire per chi stenta a cucire il pranzo con la cena e si assegna al tutto un valore che (vedi mercato tv: Sky ha acquisito li diritti delle gare di Champions sborsando 800 milioni per tre stagioni) non ha nessuna corrispondenza neppure con una improbabile valutazione tecnica.

Il campionato di Serie A, tanto per fare una valutazione semplice, è stato vinto nel corso delle ultime sei stagioni dalla stessa squadra:un motivo ci sarà e non risiede, semplicemente ed esaustivamente, nella forza della Juventus.

Qualche volta, ripensando a questo stato di cose, sorge il dubbio di essere dei semplici nostalgici, di ambire allo “stare meglio quando si stava peggio”. Viene voglia di oratorio, di campetti brulli e sassosi, di palloni spelacchiati, di tornei dei Bar giocati nelle lunghe domeniche d’estate al Campo della Valletta (ma in tribuna si stipavano 3-4.000 spettatori), delle tribune di legno di Corso Ricci, Pino Ferro, Traversine.

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Sul campo dell’Oratorio Sacro Cuore 1961: la squadra dell’Aquila

La nostalgia prende ripensando alla trasferte fatte sui pullman di linea ad orari apparentemente impossibili (giocare l’avanspettacolo della partita delle 15, alle 13 in quel di Alassio o di Millesimo) e la partita delle 15, quella clou, di fronte a tutto un paese (perché quella a Calizzano come a Spotorno, a Noli come a Cogoleto era la “partita” come a Marassi o a San Siro. I risultati della serie A si ascoltavano con la radiolina, ed erano già tempi moderni).

La Serie A la si sognava e si sapeva chi erano quelli veramente bravi capaci di ambirla e qualche volta si erano incrociati: una selezione dura e seria che lasciava però a noi, delle categorie inferiori, tutto un fascino particolare che non era di imitazione a bassa lega come adesso ma rappresentava il far parte di un mondo con tratti caratteristici comuni per tutti.

Non si tratta di augurare il ritorno a quei tempi: ma vivaddio qualcosa di mezzo, di più umano, di più autenticamente sportivo, etico potremmo aggiungere, dovrebbe pur esserci tra questa tronfia e arrogante “Fiera delle Vanità” che brucia gran parte di chi vi si accosta e il nulla.

 

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