LEGGERE DI CALCIO, CHE PASSIONE CON GIORNALISTI GRANDI FIRME DA ZANETTI A BRERA E SCONCERTI 

di FRANCO ASTENGO

Fin da piccolissimo ho cercato di esercitare il precetto hegeliano riguardante la “lettura dei giornali, come preghiera dell’uomo moderno”. La lettura dei quotidiani mi ha sempre affascinato tantissimo ed anche adesso, pur con la molteplicità di mezzi d’informazione disponibili, il momento migliore della giornata resta comunque quello, al mattino presto, dell’acquisto dei giornali.

C’è stato un tempo, però, dove era difficile poter soddisfare questo tipo di esigenza. Nella Savona degli anni ’50 la crisi industriale mordeva forte e ci si dibatteva tra scioperi, occupazione delle fabbriche, ecc. Le condizioni economiche di una famiglia operaia erano tali per cui ogni risparmio di ciò che era considerato superfluo veniva imposto non tanto dalla volontà soggettiva ma dalle condizioni oggettive nelle quali ci si trovava, letteralmente, a “dover cucire il pranzo con la cena”.

L’acquisto dei giornali era così sacrificato ad esigenze superiori. Nella mia famiglia, nonostante mio padre e mia madre condividessero sicuramente la stessa mia propensione per la lettura, ci fu un lungo periodo nel corso del quale l’unico giornale che sfuggiva alla regola era l’Unità, che veniva recapitato alla domenica, porta a porta, dal buon Olivieri al quale non era assolutamente possibile dire di no.

Mi arrangiavo da mio zio Gigi che, per varie circostanze, poteva permettersi l’acquisto di qualche giornale e rivista. Mio zio ricopriva l’incarico di assessore comunale. L’unico privilegio di cui disponeva, non ricevendo alcun emolumento, era quello di poter lavorare all’Ilva sul turno 6-14 onde avere il pomeriggio libero per recarsi in Comune a svolgere la sua attività amministrativa. Di conseguenza ogni giorno alle 14 mi precipitavo per poter, appunto, leggere i quotidiani (La Stampa e l’Unità).

Soffrivo, però, la mancanza al lunedì della Gazzetta dello Sport, delle cronache delle partite ma soprattutto dei tabellini. Ero già un appassionato statistico e non poter seguire i diversi campionati dal quel punto di vista mi faceva davvero stare in pena. Una situazione che durò per diverso tempo e che riuscii a rompere con un “blitz” coraggioso.

Andiamo per ordine: il campionato lo seguivamo alla radio. Secondo tempo di una partita di Serie A, risultati finali, poi verso le 19 i risultati di serie B e serie C che annotavo diligentemente proprio sul bordo dell’Unità acquistata al mattino. Verso le 21 la Rai (l’Ente era già denominato così in quel periodo anche se esisteva soltanto la radiofonia) trasmetteva una serie di interventi di giornalisti famosi (Emilio De Martino, Nino Oppio, lo stesso Nicolò Carosio) che commentavano l’andamento delle partite di Serie A. La trasmissione era poi replicata al lunedì verso le 7 del mattino e con mio padre la riascoltavamo per farci rimanere impressi nella mente tutti i particolari riguardanti lo svolgimento delle partite.

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Nicolò Carosio “la voce”del calcio italiano

            Ma la lettura del giornale non poteva essere supplita in alcun modo dalla radio. Accadde, una domenica, un fatto importante: il Genoa giocò una grande partita a Torino, avversaria la Juventus, andando in vantaggio per 2-0 e poi cedendo per 3-2.

In quel frangente segnò l’unico suo goal in Serie A il terzino Fosco Becattini, da Sestri Levante, primatista di presenze in maglia rossoblu e vero idolo dei tifosi per le sue doti agonistiche fortemente spiccate. Quel goal di Becattini fece epoca, anche perché i cronisti lo descrissero come segnato da molto lontano, con un tiro scagliato più o meno dalla metà campo.

Alla sera del lunedì successivo, al rientro di mio padre dalla fabbrica, tentai il colpo a sorpresa, esclamando: “Hai sentito che goal ha segnato Becattini, perché non comperiamo il giornale per leggere come lo descrivono?”

Mio padre, quella volta, non resse la pressione e acconsentì: afferrai al volo le 30 lire necessarie e mi precipitai per le scale, sperando che il giornalaio fosse ancora aperto e che disponesse almeno di una copia della “Gazzetta”.

La “Gazzetta” c’era ed il colpo riuscì, con mia grande soddisfazione, e debbo dire che da quel giorno la morsa anti-giornali si allentò. Certo la soddisfazione più grande qualche anno dopo, disponendo di entrate proprie, è stata quella al mattino di poter acquistare i quotidiani, accompagnandoli anche, nel corso della settimana, da qualche rivista.

Il quadro della stampa sportiva oggi è però completamente cambiato: allora la “Gazzetta” era un vero ebdomadario di tutti gli sport: vi si trovavano i risultati delle partite di tutti i campionati di ogni disciplina e l’esito delle gare di tutte le attività agonistiche. Adesso la “rosea” è ormai modellata sulla tv e, sinceramente, non vi si ritrova quello spirito autentico di informazione sportiva che ne aveva caratterizzato l’identità per decenni.

Durante la settimana aspettavamo l’uscita del “Calcio e Ciclismo Illustrato” per disporre della visione fotografica delle gare che, in quella rivista diretta da Leone Boccali, era molto curata. Inoltre sulle colonne del “Calcio” disponevamo per una partita anche dell’affascinante “disegnata” di Carmelo Silva. In quel modo si comprendeva al meglio l’andamento del gioco.

Certo che la questione delle immagini rappresentava un bel problema: prima dell’avvento della tv si disponeva soltanto dei “flash” trasmessi al cinema dalla Settimana Incom, normalmente alla fine della programmazione.

A questo proposito mi è caro raccontare un altro episodio di carattere personale. Succede, infatti, che per un caso molto raro, la Samp travolga 5-1 la Juve a Marassi. La settimana successiva le immagini della partita furono irradiate dalla Settimana Incom. Mi trovai a passare davanti al Cinema Olimpia e leggendo la locandina mi accorsi che la programmazione prevedeva il filmato di quella partita. Si trattava di filmati ancora più corti di quelli che all’avvento della  tv sarebbero stati trasmessi dalla “Domenica Sportiva”. Allora aspettai che l’insegna luminosa collocata al di sopra della biglietteria indicasse “Attualità” e, senza occuparmi di quale fosse il film in programmazione, mi precipitai all’acquisto del biglietto. Assistetti alla settimana Incom, vidi tutti e cinque i goal della Sampdoria ed uscii dal cinema trionfante. Mi fermò la maschera: “Come mai vai già via?” Allora spiegai la ragione del mio ingresso e che del film non mi importava assolutamente nulla. Con un gesto di buon cuore mi furono restituiti i soldi del biglietto. L’amico Marietto Lenzuni, invece, più o meno a quei tempi, resistette per sei ore all’interno del cinema Ars per rivedere due volte il filmato di Palermo-Milan, con l’ex portiere del Savona Luigi Pendibene, capace di parare un rigore ad Annovazzi. I suoi genitori si spaventarono per l’assenza e diedero l’allarme ai vigili urbani: un pandemonio, per fortuna conclusosi con il classico “lieto fine”.

Se il “Calcio Illustrato” provvedeva alle immagini un’altra rivista, “Il Campione”, si collocava sulla frontiera del rapporto tra sport e cultura, quale emanazione di una sinistra che sapeva di incontrare così i gusti del grande pubblico e di compiere una operazione “nazional-popolare” di grande portata. Negli anni ’50 Togliatti, tifoso juventino, volle a tutti i costi l’edizione del lunedì dell’Unità, e la volle ad alto livello dal punto di vista giornalistico: l’operazione riuscì tanto da qualificare la testata come tra le migliori in diretta concorrenza al lunedì con il Corriere della Sera.

Svolgo un esempio concreto di come “Il Campione” diretto dall’ex-centroavanti della Juventus Felice Placido Borel “farfallino” trattava lo sport, citando le firme illustri che popolavano quelle pagine, comunque ben illustrate. Sfoglio così il numero del 10 Ottobre ’55 e trovo Vasco Pratolini (proprio lui, l’autore di “Cronache di Poveri Amanti” e delle “Ragazze di Sanfrediano”) che scrive la cronaca di Fiorentina-Inter 0-0.

A proposito del rapporto tra sport e letteratura il numero speciale dello Sport Illustrato, dedicato alla presentazione delle Olimpiadi di Helsinki del 1952, fu aperto da un lungo editoriale firmato da Dino Buzzati. Così come Alfonso Gatto, Pier Paolo Pasolini, Indro Montanelli tra gli altri, figurarono come inviati a diversi Giri d’Italia.

Su quel numero autunnale de “Il Campione” le altre partite erano commentate da giornalisti di primissimo piano come Bruno Slawitz e Martin. Al centro della rivista si trovava un racconto di pugilato di Ernest Hemingway, e ancora corrispondenze dall’Argentina, dal Brasile e dall’Ungheria. Il celebre architetto Luigi Airaldi illustrava a pagina 18 il progetto dell’ampliamento dello stadio di San Siro. Delia Scala e Carlo Dapporto presentavano il derby di Milano che si sarebbe giocato la domenica successiva. A pagina 22 si poteva leggere un racconto di Milena Milani (che non disdegnava di recarsi allo stadio per scrivere la cronaca delle partite) dal titolo “Michele ha fatto un goal”. Adolfo Consolini illustrava, con fotografie, la tecnica del lancio del disco; Giuseppe Signori, il più grande giornalista di pugilato nella storia del giornalismo italiano, rievocava i miti trascorsi dei pesi massimi; Giancarlo Fusco proseguiva – a puntate – la biografia di Aldo Spoldi; Attilio Camoriano, il “poeta del ciclismo” e scrittore di grandissima vaglia, descriveva la sfida nell’inseguimento su pista tra Messina e Coppi. E non è tutto: ho descritto soltanto alcuni degli articoli presenti in quella inimitabile rivista.

Erano davvero altri tempi per il giornalismo sportivo, ma da qui in avanti cercherò di entrare meglio nel merito citando quelli che, a mio giudizio, sono stati i grandi aedi del giornalismo sportivo italiano.

Il primo posto spetta ad uno scrittore che non fece del calcio il suo argomento preferito e che ho già ricordato poche righe addietro: Attilio Camoriano, che di football scrisse poco perché impegnato, sulle colonne dell’Unità, del Campione e dello Sport Illustrato a descrivere gli eventi del ciclismo ed in particolare le gesta di Fausto Coppi, di cui fu anche un attentissimo e ispirato biografo. Partigiano comunista dal ciuffo biondo, mi capitò di scorgere Camoriano dal finestrino della macchina color argento dell’Unità al seguito del Giro d’Italia e anche quello fu un momento emozionante.

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Attilio Camoriano, Vasco Pratolini, Alfonso Gatto e Michele Quartieroni inviati al giro d’Italia

Subito dopo Gianni Brera, il grande maestro del giornalismo sportivo italiano, passato dalla Gazzetta dello Sport al “Giorno” e, soprattutto, al Guerin Sportivo sulle cui colonne teneva la rubrica principale “l’Arcimatto”, una sorta di commento in libertà al campionato laddove sommava fatti calcistici ad altri di cronaca e di costume disegnando godibilissimi affreschi.

Brera fu anche l’inventore delle “pagelle” ai calciatori in chiusura al commento delle partite (sulle “pagelle” ritornerò comunque più avanti): un rischio nell’Italia del Campanile e delle eterne discussioni calcistiche e/o calciofile ma che si imposero come un vero e proprio modello al punto che, adottate da tutti, diedero lo spunto per la creazione di un gioco: il “Fantacalcio”, ideato circa vent’anni fa da due sconosciuti appassionati e diventato rapidamente il gioco “principe” per misurare la competenza di tantissimi interessati, che si sfidano tra loro schierando migliaia e migliaia di formazioni immaginarie.

Brera non ha scritto soltanto di calcio, è stato anche romanziere e – soprattutto – grande competente di atletica leggera. Il figlio ha curato la pubblicazione, in unico volume, dei suoi articoli redatti in occasione di campionati europei e Olimpiadi. Si è trattato di una occasione unica per leggere un Brera forse dimenticato ma al livello di quello che seppe scrivere un testo fondamentale come la “Storia Critica del Calcio Italiano”.

Nell’illustrare i passaggi di Brera da un giornale all’altro mi è capitato di citare il “Giorno”, ed a quel quotidiano vorrei dedicare alcune righe.

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GioannBrera fu Carlo

L’uscita de il “Giorno”, nelle edicole alla metà degli anni ‘50, fu preceduta da una intensa campagna pubblicitaria: ricordo ancora il manifesto illustrante un signore che indossava un pigiama verde nell’atto di spalancare una persiana, in modo da poter disporre di una visione del mondo. Quel quotidiano rappresentò una operazione editoriale di grandissimo livello ed innovazione giornalistica del tipo di quella che, vent’anni dopo, fu tentata con successo da “Repubblica”. Era finanziato dal manager di Stato Enrico Mattei, personaggio controverso finito tragicamente in un incidente aereo dai contorni rimasti misteriosi. Mattei era legato alla corrente fanfaniana della Dc di cui era stato rappresentante nel Cln dell’Alta Italia (è ritratto nella foto della sfilata della Liberazione a Milano a fianco di Parri, Longo e del generale Cadorna).

Il giornale era nato per sostenere l’operazione politica, in quel momento ancora in fase embrionale, di costruzione di una maggioranza di governo allargata al Psi. Mattei fece un giornale modernissimo affidandone la direzione prima a Gaetano Baldacci, che alla guida del settimanale ABC aveva dimostrato doti di grande spregiudicatezza e fiuto giornalistico, e successivamente ad Italo Pietra, socialista, giornalista dallo stile inimitabile e comandante durante la Resistenza delle Brigate Garibaldi nell’Oltrepò Pavese.

Soprattutto Mattei ingaggiò due veri e propri “cannoni” del giornalismo, gli stessi che furono, poi, arruolati da Eugenio Scalfari al momento del lancio di “Repubblica” nel 1976: Giorgio Bocca e –appunto – Gianni Brera. Il “Giorno” dedicò, di conseguenza, grande attenzione allo sport e in particolare al calcio rendendolo così importante nella storia del giornalismo sportivo del nostro paese. Fu il primo quotidiano (tra le riviste lo faceva già lo Sport Illustrato) a pubblicare le foto a colori delle squadre e delle partite.

A questo punto mi trovo nuovamente nella difficoltà di selezionare le citazioni, perché tanti sono i nomi e le circostanze che si affollano nella mente. Proverò, quindi, a seguire un metodo principiando dal citare i giornalisti che compilarono nel 1964 una meravigliosa storia illustrata del Calcio Italiano, che conservo ancora con grandissima cura.

Nel contenitore – originale – nel quale questi fascicoli sono ancor oggi conservati si trovano anche due copie degli inserti tratti proprio dal “Giorno” con le foto a colori delle squadre di Serie A e B, curati da Gian Maria Gazzaniga, che molti ricorderanno come giornalista televisivo agli esordi del “Processo del Lunedì” di Aldo Biscardi, una trasmissione che ebbe un successo strepitoso.

All’interno dello stesso contenitore è conservato anche un inserto pubblicitario della Valsport che reclamizza palloni e le prime scarpe da calcio con la suola di gomma che si riveleranno una vera e propria liberazione rispetto a quelle con i tacchetti di cuoio (purtroppo però non sono riportati i prezzi).

Torno alla “Grande Storia del Calcio Italiano” e ai giornalisti che la compilarono. Per la Nazionale il curatore era Leone Boccali, storico compilatore dell’Almanacco del Calcio fin dalla sua prima edizione del 1939 e direttore a vita del “Calcio e Ciclismo Illustrato”: ottimo intenditore e cronista delle partite, scrittore di libri e romanzi.

La storia del campionato era invece curata da Antonio Ghirelli, altro personaggio che merita un discorso a parte: scrittore molto facondo, comunista uscito dal Pci dopo i fatti d’Ungheria e approdato al Psi, scrisse a metà degli anni ’50 una “Storia del Calcio Italiano” da considerarsi davvero un punto fermo nella storiografia del nostro gioco, precedendo quella “Critica” di Brera cui ho già accennato. Ghirelli (scomparso recentemente) non scrisse soltanto di sport ma ricoprì anche altissimi incarichi politici come capo dell’ufficio stampa, prima del Presidente della Repubblica Pertini e poi del presidente del Consiglio Craxi.

La citazione di Leone Boccali mi fa sviluppare un inciso dedicato agli almanacchi del calcio: preziosissimi strumenti per chi intenda seguire da vicino le vicende calcistiche.

Gli almanacchi scandiscono le stagioni degli appassionati: personalmente ne posseggo una collezione sterminata unendo ai “Boccali” i successivi “Panini”, le copie dell’agendina Barlassina degli anni ’30-’40, le annate dell’Almanacco del Calcio Mondiale curato per un certo periodo dal giornalista torinese Lo Presti di Tuttosport e la ricostruzione dei campionati di serie A, B, C curati in appositi volumetti stagione per stagione da Fontanelli (prima per l’editrice Gea e successivamente per Mariposa).

Per un certo periodo la “Gazzetta dello Sport” a fine anno pubblicava addirittura un almanacco contenente i risultati di tutte le discipline sportive. Un vero mare di dati che adesso, nel mondo moderno, sono facilmente reperibili attraverso Internet e che, all’epoca, richiedevano la fatica della ricerca e di una non facile compilazione.

A proposito degli Almanacchi del Calcio mi è capitato per diverse volte di recarmi ad Oneglia a casa di Alessandro Natta, severo intellettuale “normalista” che, nel corso della sua lunghissima carriera politica, aveva ricoperto anche l’incarico di segretario generale del Pci, a seguito dell’improvvisa scomparsa di Enrico Berlinguer. Natta mi riceveva nello studio della sua modesta abitazione di via Serrati (Serrati di cui è stato il più acuto ed attento biografo): uno studio le cui pareti erano interamente, come era logico attendersi, nascoste dai libri. Ebbene: nello scaffale situato all’altezza della scrivania del professor Natta – tifoso del Genoa – era collocata, proprio in bella mostra, la collezione degli Almanacchi del Calcio, i Boccali ed i Panini di cui ho già parlato a lungo.

A questo punto inizio davvero a scorrere i volumi di questa storia del calcio italiano per citare le firme dei vari articoli.

Nel primo volume la storia della Pro Vercelli è firmata da Ettore Berra, forse il giornalista italiano dagli anni ’20-’40 capace di interpretare al meglio l’evoluzione tattica del gioco e di divulgarla con estrema chiarezza.

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Ettore Berra

            I primordi della Nazionale sono descritti da Renzo De Vecchi, uno dei più grandi giocatori nella storia, soprannominato “Il Figlio di Dio”, poi trasformatosi in giornalista (la sua professione è stata comunque quella del bancario): altro rigorosissimo esegeta del gioco, che non concedeva nulla alla fantasia del lettore.

Terza firma di questo primo fascicolo un personaggio di cui ho già parlato a lungo nel corso di questo lavoro, Vittorio Pozzo, il c.t. della Nazionale bi-campione ’34-’38 e medaglia d’oro olimpica ’36, giornalista alla “Stampa” anche nel periodo in cui ricopriva l’incarico di conducator della Nazionale. Pozzo contemporaneamente per vivere lavorava come impiegato alla Pirelli.

La prima vittoria sulla Germania (1923) è illustrata da un articolo di Mario Zappa, altro giornalista tecnico capace di scrivere anche dei veri e propri manuali sul gioco come quello uscito nelle edizioni della Sperling e Kupfer negli anni ‘50: una serie di libri dalla copertina gialla nei quali erano illustrate le tecniche ed i regolamenti di tutti gli sport.

La vicenda della revoca dello scudetto al Torino, stagione ’26-’27, è illustrata da un articolo di Giuseppe Zanetti, “il maestro”, che successivamente avrebbe ricoperto l’incarico di segretario generale della Federcalcio. A lui fu intitolato, per molti anni, il trofeo messo in palio tra le Rappresentative Regionali: la Liguria ne sfiorò la conquista nel 1960, perdendo ai rigori la finalissima disputata allo stadio Flaminio di Roma per opera dell’Emilia Romagna.

Renato Casalbore scrive del trio Baloncieri-Libonatti-Rossetti e merita un ricordo particolare. Fondatore di Tuttosport con Carlo Bergoglio “Carlin” (grande disegnatore satirico per il Guerin Sportivo), Casalbore cadde nella tragedia di Superga assieme ad altri giornalisti come il padre di Renzo Tosatti (anche lui dolorosamente scomparso molto giovane) avendo seguito la trasferta del grande Torino a Lisbona.

La prima trasferta della Nazionale in Portogallo e Spagna (1928) è descritta da un articolo di Emilio De Martino, autentico “vate” dello sport italiano, direttore della “Gazzetta” e dello “Sport Illustrato”.

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Emilio De Martino

            Con De Martino cambiamo campo rispetto ai rigidi schemi di divulgazione tecnica dei Berra, De Vecchi, Zappa e passiamo ai descrittori dell’epopea, dei costruttori del calcio come romanzo: non a caso uno dei libri di De Martino si intitolava proprio “Il Romanzo della Nazionale azzurra”. Un genere che ebbe una grande fortuna nell’Italia dell’epoca grazie ad una vera e propria generazione di “trascinatori” delle folle calcistiche, primo fra tutti il radiocronista Nicolò Carosio capace di far sognare milioni di tifosi davanti all’apparecchio con le sue iperboli (celeberrima il “quasi rete” per descrivere un’azione davvero pericolosa ma non conclusa in goal).

Italia-Spagna, doppia partita dei quarti di finale dei mondiali del ’34, è illustrata da un “pezzo” di Bruno Roghi, altro grande giornalista appartenente al filone dell’immaginifico capace di un ritmo di scrittura davvero scintillante, per molti anni direttore della “rosea”.

Compare anche Luigi De Angelis, giornalista romano del “Littoriale” denominazione originaria del Corriere dello Sport. A questo proposito ricordiamo che l’Italia ha avuto un periodo con quattro quotidiani sportivi: il già citato Corriere dello Sport a Roma, il torinese Tuttosport, la “rosea” Gazzetta dello Sport, il “verde” Stadio bolognese. Quest’ultimo è stato diretto a lungo da Aldo Bardelli, un livornese, altro giornalista tecnico molto influente negli ambienti federali e per un certo periodo componente della stessa Commissione per le squadre nazionali.

Compaiono anche articoli di Fulvio Bernardini, giornalista professionista in precedenza all’affermarsi come allenatore di primissimo livello.

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Fulvio Bernardini. Fu escluso dalla Nazionale da Pozzo che lo appellò: “ Dottore lei gioca in un modo troppo intelligente”. Bernardini rispose: “Commendatore è perché lei vuol far giocare quegli spaccaossa dei suoi juventini” 

Le caratteristiche tecniche del duo Mazzola-Loich sono analizzate in un articolo di Roberto Copernico, altro giornalista appartenente al filone dei “tecnici” a lungo direttore sportivo del Torino e successore di Vittorio Pozzo sulla panchina della Nazionale, affiancato dallo stesso presidente granata Ferruccio Novo.

La debacle della Nazionale ai mondiali brasiliani del ’50 è raccontata da un articolo di Gianni E. Reif, giornalista che si collocava a metà tra la scuola dei “tecnici” e quella degli epigoni dell’immaginario, a lungo firma di punta del “Guerino” e capace di trasformarsi anche in imprenditore giornalistico dirigendo la rivista “Supersport” che ebbe una certa fortuna negli anni ’60 anche per via di una magnifica parte illustrata.

È presente anche Carmelo Silva, il grande autore delle “disegnate”, e Rizieri Grandi, altro giornalista romano e firma illustre di molti quotidiani del centro-sud in particolare del “Messaggero”.

Completo il quadro delle citazioni sfogliando un altro monumento scritto alla storia del calcio italiano ed internazionale: “Il Pallone d‟Oro” in cinque volumi, curati da Valentino Perna. Una rassegna davvero completa.

Il coordinamento editoriale era di Vladimiro Caminiti, fantasioso giornalista di Tuttosport, uomo di grandissima cultura accanto al quale mi capitò di assistere – in tribuna stampa – ad un famoso derby Savona-Genoa: Serie B ’66-’67, vittoria clamorosa degli striscioni con un goal di Glauco Gilardoni, per la dura legge dell’ex.

Figurano qui le firme più valide del giornalismo sportivo italiano dagli anni ’60 in avanti. Toni Bellocchio, Aldo Biscardi, Adalberto Bortolotti corrispondente della “Gazzetta” da Bologna. Rino Bulbarelli padre del giornalista televisivo Auro che attualmente si occupa di ciclismo. Giulio Cappelli altro esponente dell’ala “tecnica” campione olimpico a Berlino nel ’36 e direttore tecnico dell’Inter. Luigi Caserza, genovese e genoano, corrispondente dalla Superba per il “Calcio Illustrato”. Ezio De Cesari a lungo direttore del “Corriere dello Sport” e Massimo Della Pergola, l’inventore del gioco del Totocalcio che ideò mentre era confinato in Svizzera durante la seconda guerra mondiale.

Luigi Gianoli, forse dal punto di vista puramente letterario la miglior “penna” del giornalismo sportivo italiano, grande intenditore di cavalli e del mondo dell’ippica. Stefano Jacomuzzi, un vero “storico” dello sport e autore di una enciclopedia in materia, e Giorgio Lago direttore del “Gazzettino di Venezia”. Piero Molino di Tuttosport, Gino Palumbo poi direttore della “Gazzetta” e Giglio Panza, altro grande scrittore che diresse a lungo proprio “Tuttosport” distinguendosi per la pacatezza dei giudizi (un esempio per il giornalismo “super urlato” di oggi).

Luigi Scarambone che nell’intervallo a metà degli anni ’60 tra la gestione Boccali e quella Panini assicurò la continuità nella compilazione dell’Almanacco del Calcio. Piero Sessarego, polemista di vaglia, ed Emilio Violanti, finissimo interprete per molti anni del calcio milanese. Gualtiero Zanetti, figlio del “maestro” segretario della Figc e direttore della Gazzetta; Maurizio Barendson, affermatosi come giornalista televisivo ma scomparso giovane, e l’altra voce della radio e poi della  tv Sandro Ciotti. Infine il grande presentatore televisivo Enzo Tortora, dalle personali tormentate vicende, capace di scrivere di calcio con grande arguzia e competenza.

Ritengo, a questo punto, di aver offerto un panorama abbastanza completo dell’epoca d’oro del giornalismo sportivo italiano. Aggiungo per concludere questa parte, non dimenticando due ottimi telecronisti come Nando Martellini per il calcio e Adriano De Zan per il ciclismo (erede del grande Mario Ferretti autore della formula “Un uomo solo al comando …”), i nomi di Mario Sconcerti e di Candido Cannavò. Gli ultimi veri epigoni delle due grandi scuole che ho cercato di descrivere.

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Mario Sconcerti “Navarro”

Mario Sconcerti “Navarro”, sodale di Gianni Brera assieme al quale descrisse il trionfo dell’Italia ai Mondiali dell’82 dalle colonne di “Repubblica” e oggi editorialista sportivo del “Corriere della Sera” e autore di un libro sulla “Storia delle idee del calcio” dalle origini ai giorni nostri. Sconcerti può essere indicato come il prosecutore della stirpe dei De Vecchi, Berra, Zappa e Pozzo (non a caso si è occupato direttamente anche di calcio giocato rivestendo l’incarico di amministratore delegato della Fiorentina).

Candido Cannavò, direttore per antonomasia della “Gazzetta”, scomparso qualche anno fa, può essere indicato invece come il “continuum” del filone degli Emilio De Martino, dei cantori, cioè dell’epopea pallonara.

 

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