Lo stadio Valerio Bacigalupo e il “delitto del secolo”

di FRANCO ASTENGO

Nell’autunno del 1957 il sindaco di Savona, prof. Giovanni Battista Urbani, concesse un’intervista  a Pino Cava, direttore del periodico “Savona Sport”, allo scopo di raassicurare gli sportivi che con la stagione seguente 1958-59 il Savona Fbc e le altre squadre cittadine avrebbero giocato sul terreno del nuovissimo stadio di Legino.

La promessa non fu mantenuta (a causa di altri fatti sui quali non si riferisce in questa sede per ragioni di economia del discorso: il prof. Urbani non riuscì a completare il suo mandato, costretto alle dimissioni fu sostituito da un commissario prefettizio, il dott. Felice La Corte) e calcio e atletica presero possesso del nuovo magnifico impianto soltanto nel settembre 1959.

La ragione di questo ritardo fu dovuta però ad un episodio del tutto clamoroso che è bene ricordare nel dettaglio. L’impresa appaltatrice dei lavori infatti era di proprietà del geom. Giovanni Fenaroli di Milano, il quale fu coinvolto in uno dei “gialli” più clamorosi nella storia recente: un vero e proprio “delitto del secolo” che spaccò l’Italia tra colpevolisti e innocentisti.

Incarcerato Fenaroli i lavori furono sospesi e proseguiti, in seguito,e ultimati dalla Cooperativa Edile Savonese sotto la direzione dell’ing. Piero Taramasso, assessore ai Lavori pubblici del Comune e “mitico” preside dell’Istituto Nautico di via Caboto.

Il delitto del secolo ricostruito nel dettaglio.

La  mattina dell’11 settembre 1958, Maria Teresa Viti, la domestica che lavora nell’appartamento della signora Maria Martirano in Fenaroli (n. 1911) in via Monaci, suona al campanello, ma, contrariamente al solito, la padrona di casa non viene ad aprire. La domestica chiede aiuto al portiere e al fratello della signora, ma solo l’intervento di un vicino di casa, entrato in casa dalla finestra della cucina, consente di scoprire il cadavere di Maria Martirano; la donna, come si scoprirà più tardi, è morta per strangolamento, il cadavere è disteso nella cucina. L’ipotesi di furto, realistica ad una prima analisi per l’assenza di 400.000 lire in contanti e dei gioielli, viene poi scartata poiché l’assassino ha ignorato una cifra più ingente nell’armadio della camera del marito.

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Giovanni Fenaroli, mandante del delitto

Le indagini, condotte dalla squadra mobile nelle persone di Ugo Macera in collaborazione con Nicola Scirè, riescono a dedurre l’ora dell’omicidio, fra le 23,30 e la mezzanotte. Fra i sospettati c’è il marito, il geometra Giovanni Fenaroli, titolare della società Fenarolimpresa, che vive a Milano, dove si occupa di edilizia. Il movente avrebbe potuto essere la possibilità di riscuotere una polizza stipulata sulla vita della moglie per un valore di 150 milioni di lire. L’alibi del marito regge: al momento dell’omicidio era in ufficio in un’altra città con il ragioniere Egidio Sacchi, amministratore della Fenarolimpresa. Gli investigatori seguono comunque la pista dell’uxoricidio commesso per il tramite di un sicario e, due mesi dopo, vengono a capo del mistero: il ragionier Sacchi confessa di essere stato messo al corrente dal Fenaroli che quest’ultimo aveva programmato l’omicidio della moglie convincendo Raoul Ghiani, un operaio elettrotecnico giovane e prestante, a sopprimerla per un compenso di un milione di lire.

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Raoul Ghiani

Giovanni Fenaroli aveva conosciuto il Ghiani grazie all’amicizia di quest’ultimo con certo Carlo Inzolia, fratello dell’amante del geometra, Amalia. La sera precedente la scoperta del cadavere della Martirano a Roma, Ghiani avrebbe lasciato il lavoro in fabbrica verso le 18,30 e sarebbe stato portato in auto all’aeroporto della Malpensa, dove partì per Ciampino con in tasca un biglietto di sola andata a nome Rossi (allora l’aeroporto di Fiumicino non era ancora operativo); recatosi poi immediatamente in via Monaci (una telefonata del marito, con la quale la vittima sarebbe stata convinta ad aprire la porta al Ghiani con il pretesto che questi doveva ritirare documenti riservati ed importanti, l’avrebbe preceduto), avrebbe compiuto il delitto e quindi sarebbe rientrato a Milano in vagone-letto, giungendo appena in tempo per timbrare il cartellino presso la ditta ove lavorava, il giorno 11 settembre.

Raoul Ghiani, ventisettenne alla data del delitto, figlio di un bigliettaio dell’Azienda Tranviaria, viveva in Milano con la madre, Clotilde, il fratello Luciano e la sorella Lia; il padre se n’era andato a vivere da solo poiché non sopportava più i tre figli, tutti e tre adulti ed impiegati, con una mentalità e con atteggiamenti che lui, uomo d’anteguerra, non riusciva a comprendere

Ghiani usciva sovente la sera, ovviamente quando non era impegnato in trasferte per lavoro, e frequentava il solito bar, ove da anni passava la serata fra partite a carte, biliardo e chiacchiere, ed in determinati giorni della settimana frequentava qualche sala da ballo. Queste abitudini consolidate non gli giovarono nella presentazione di un alibi: nessuno degli amici abituali riuscì a ricordare se la sera del 10 settembre 1958 lui fosse o no con loro.

L’11 giugno 1961 la Corte d’Assise di Roma, con la testimonianza determinante del ragionier Sacchi, condannò Fenaroli e Ghiani all’ergastolo, mentre Carlo Inzolia venne assolto per insufficienza di prove. 20.000 persone, fuori dal tribunale, attendevano la sentenza fino alle 5 del mattino. Il 27 luglio del 1963 la Corte d’Assise d’Appello di Roma confermò le condanne all’ergastolo per il Ghiani ed il Fenaroli, mentre Carlo Inzolia fu condannato a 13 anni di reclusione per complicità. Giovanni Fenaroli morì in carcere nel 1975, Raoul Ghiani, ricevette la grazia nel 1984, Carlo Inzolia ottenne nel 1970 la libertà condizionata.

Il “Caso Fenaroli”, approdato nelle aule dei tribunali, appassionò l’Italia dividendola in “colpevolisti” ed “innocentisti” e fu la prima volta in Italia che il pubblico dedicò la sua attenzione e passione ad un caso di omicidio compiuto “a freddo” e con determinazione e impostazione a lungo studiata e realizzata nei minimi particolari, sul filo di percorsi in auto, orari di aerei e treni determinanti per il successo dell’operazione, che un qualunque disguido, non del tutto improbabile, nella sequenza dei vari movimenti dell’assassino, avrebbe potuto mandare a monte. Secondo l’accusa, la mente che studiò tutto questo era un geometra, imprenditore sulla via del fallimento, che per la sua meticolosità nel progettare il crimine, giostrandosi fra le insidie del mancato rispetto di orari previsti con precisione assoluta e con margini esigui, venne anche chiamato «il capostazione della morte»

In un articolo Indro  Montanelli è convinto che il denaro e il guadagno non siano stati mai i veri traguardi di Giovanni Fenaroli e ipotizza questa interpretazione di tipo psicologico: «Probabilmente l’odio per la Martirano gli nacque in corpo il giorno in cui, come prima o poi capita a tutti i mariti, si accorse che lei lo vedeva com’era e non come lui si sforzava di sembrare: un pover’uomo qualunque».

LA CARTOLINA RICORDO DELL’INAUGURAZIONE DEL NUOVO STADIO

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Il nuovo stadio era stato lungamente atteso dalla Città (non solo per il calcio, l’atletica vi ebbe, finalmente, una sede dignitosa dopo tanti anni passata sulla pista di carbonella della Valletta, lunga la bizzarra distanza di 290 metri).

Il calcio si giocava sul vecchio campo di Corso Ricci, già intitolato subito dopo la tragedia di Superga al mitico Valerio, il più grande talento calcistico espresso – assieme  a Felice Levratto – dal  “nostro” calcio, e si sentiva da tempo l’insufficienza di quel piccolo impianto, sempre gremitissimo, provvisto di una civettuola tribuna di legno all’inglese, ma ormai del tutto obsoleto per i tempi che stavano cambiando. A metà degli anni ’50 l’Amministrazione Comunale decise, così, di costruire il nuovo impianto scegliendo il sito di Legino.

L’inaugurazione, in conclusione delle vicende di cui abbiamo narrato, coincise con il ritorno in Serie C del Savona FBC. Il 6 settembre 1959 davanti a 10.000 spettatori (le curve non erano ancora state completate e la gradinata era priva della soprelevazione, realizzata provvisoriamente in tubi Innnocenti all’avvio del campionato di Serie B ’66-67) si giocò la partita inaugurale Savona-Torino. a tagliare il tradizionale nastro fu la mamma di Valerio Bacigalupo. Un’immagine struggente. Ricordiamo l’undici iniziale dei biancoblu, allenati da Felice Pelizzari: Ferrero, Valentino Persenda, Ballauco, Contin, Tullio Pierucci, Mariani, Serena, Bartolaccini, Teneggi, Turotti, Marchiandi.

I granata che stavano per disputare il loro primo campionato di Serie B si imposero per 3- 0 (doppietta di Mazzero, Moschino) allineando la seguente formazione : Soldan (Rigamonti), Scesa, Cancian (Farina), Bearzot, Lancioni (Gerbaudo), Bonifaci, Santelli, Mazzero, Virgili, Moschino (Ferrini), Crippa, all. Imre Senkey. Rigamonti anni dopo allenerà il Savona; Enzo Bearzot sarà alla guida della Nazionale di Zoff, Cabrini, Scirea, Tardelli, Altobelli e Pablito Rossi che trionferà al Mondiale del 1982.

Arbitro Gabbarini di Loano.

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Il Savona sceso in campo il giorno dell’inaugurazione del Bacigalupo: in piedi da sin. Pierucci, Mariani, Ferrero, Contin, Teneggi;  accosciati da sin.: Bartolaccini, Ballauco, Persenda, Marchiandi, Turotti, Serena

La Veloce che, grazie alla sua storia aveva acquisito il diritto di giocare nel nuovo stadio (mentre le altre compagini cittadine Villetta, Stella Rossa, Libertà e Lavoro, Bagni Italia, Priamar, Torre, Raphael, Zinolese , Fraternitas, Gloria, Aquila trovarono casa alla Valletta, ritornata al calcio e nel nuovo bellissimo campo costruito dal Csi, ora vergognosamente cancellato in vista dell’ennesima speculazione edilizia, proprio sulla piazza di Legino) giocò la sua prima partita di campionato nel nuovo impianto il 27 Settembre 1959.

La Veloce fu sconfitta 2-1 dal Quiliano, con reti di Martin per i granata e di Piero Bertolotti, futuro medico allievo di Mantero nella specializzazione della chirurgia della mano e sindaco di Spotorno e del centrocampista Bonello successivamente protagonista per molti anni alla Cairese.

Formazioni delle due squadre.

Veloce: Lucarelli, Santamaria,  Saettone, Salvo, Lavagna, Gambino, Minuto II, Martin, Spilimbergo, Rubino, Vinci.

Quiliano: Genta, Romano, Alcetti, Rossi, Ferrari, Liberatori, Ferretti, Bonello, Bertolotti, Scarcia, Barsi.

Arbitro: Sartirano di Genova.

Si apri così un’epopea lunga molti anni con il “Bacigalupo” spesso al limite della capienza. I 10.000 spettatori si superarono in alcune occasioni storiche: la partita con il Modena del torneo ’61- 62 (perduta 2-3); il big match con il Como (Pasqua 1966: 2-1 firmato Corucci, Pietrantoni, decisivo per salire in Serie B), la gara con l’Ivrea, nello stesso campionato, giocata all’indomani della scomparsa del presidentissimo Fausto Gadolla (un clamoroso 5-1).

Nella stagione seguente si sfiorarono per tre volte i 20.000 spettatori: con la Juve in Coppa Italia (0-1, partita trasmessa in differita tv, telecronista Nando Martellini) e i due derby entrambi vittoriosi con Genoa e Samp (1-0 ai rossoblu nell’indimenticabile giornata della “rasoiata” di Gilardoni; 2-1 ai blucerchiati).

Poi il costante, triste declino. Le gradinate si sono affollate poche volte (ricordiamo una gara con l’Alessandria 1972 – 73, un’altra con il Viareggio 1978 – 1979, quando Viano e Persenda avevano  ricostruito la squadra, partita in campionato facendo giocare i ragazzi) ed un concerto di Dalla e De Gregori (estate 1979: 15.000 spettatori).

 

 

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